Le Mid Cap, le medie imprese italiane comprese tra i 50 e i 500 addetti e con fatturati tra 20 e 400 milioni di euro, rappresentano l’ossatura produttiva del Paese. Sono realtà spesso familiari, radicate nei distretti e nei territori, capaci di innovare ma anche frenate da limiti dimensionali e culturali. Negli ultimi due decenni le medie imprese italiane si sono trovate a dover affrontare sfide decisive: crescere di dimensione, aprirsi ai mercati internazionali, affrontare la transizione digitale e migliorare la governance. E in questo percorso, il Private Equity ha agito da catalizzatore, portando non solo risorse ma anche metodo, managerialità e connessioni globali.
Lo studio “Private Equity e Mid Cap: vent’anni di storia”, presentato da Mediobanca, LIUC Business School e all’Ufficio Studi Aifi, ricostruisce con dati e analisi vent’anni di interventi sulle mid cap italiane, mostrando come i fondi abbiano inciso sul loro sviluppo. Il quadro che emerge è quello di un Private Equity capace di accelerare la crescita, professionalizzare la governance e aprire le aziende al mercato globale, senza snaturarne l’identità.
Dove e come si è investito
Dal 2001 al 2021 i fondi hanno rilevato quote in 319 imprese. Nella maggior parte dei casi si è trattato di buy-out, seguiti da interventi di capitale per l’espansione. La geografia conferma il peso dei distretti del Nord: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto da sole rappresentano il 60% delle operazioni.
Il profilo tipico delle aziende coinvolte è quello della media impresa manifatturiera con fatturati compresi tra i 30 e i 60 milioni di euro, margini elevati, indebitamento contenuto e una buona quota di vendite all’estero. Non a caso, i settori più gettonati sono i beni industriali e di consumo, con il Food & Beverage che negli ultimi anni ha attratto l’interesse crescente di operatori internazionali.
L’ingresso del Private Equity si traduce in un’accelerazione netta delle performance. Nei due anni successivi all’investimento il fatturato delle imprese cresce in media del 25%, quasi tre volte rispetto al campione di controllo. L’occupazione sale del 17,6% contro un modesto +1,3% delle imprese non investite, mentre il totale attivo vola a +81,9%.
L’avanzata dei capitali stranieri
Se nei primi anni Duemila la quasi totalità delle operazioni era domestica, l’ultimo quinquennio ha segnato una svolta. Tra il 2019 e il 2021, il 46% delle operazioni è stato firmato da investitori internazionali. Una quota quasi raddoppiata rispetto al triennio precedente, a conferma di un crescente interesse globale per le medie imprese italiane.
Gli investitori esteri scelgono target più grandi (fatturato medio 66 milioni contro i 48 delle imprese selezionate dai fondi italiani) e più spesso attivi nei comparti a maggiore visibilità internazionale, come il food, la farmaceutica e la meccanica di precisione.
Crescita sì, ma sostenibile
Non solo crescita dimensionale, ma anche sostenibilità finanziaria. Lo studio conferma che i fondi hanno operato con prudenza. L’aumento della leva, tipico dei buy-out, si stabilizza infatti su valori prudenti: il rapporto PFN/EBITDA resta attorno a 2,4 volte, ben sotto la soglia di rischio dei 3x. Un segnale che smentisce l’idea di un Private Equity eccessivamente aggressivo e conferma un approccio calibrato sulle esigenze delle singole aziende.
Il bilancio di vent’anni
Il 2021 si è chiuso con un record: 51 operazioni, più del doppio rispetto alla media storica. Una cifra che fotografa un’accelerazione dovuta anche agli shock degli ultimi anni, dal Covid alla crisi energetica, che hanno spinto le aziende familiari a cercare partner forti per affrontare la transizione.
Il bilancio ventennale è alla fine positivo. il Private Equity ha contribuito a rafforzare la competitività delle Mid Cap italiane, spingendole su scala più ampia e con strutture più solide. Ma resta aperta la sfida della continuità. Per non disperdere la crescita indotta dai fondi, serve che l’imprenditoria italiana sappia fare propria la cultura manageriale e di governance introdotta dagli investitori. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questi innesti in cambiamenti permanenti, affinché le aziende italiane non solo resistano alle crisi, ma diventino protagoniste dello scenario internazionale.
