In Europa – lo ha ricordato persino Trump nel suo documento strategico – l’invecchiamento della popolazione che procede inesorabile e accompagnandosi alla denatalità pone problemi nel mercato del lavoro sul versante dell’offerta e, aggiungendosi al trend in salita dell’attesa di vita, destabilizza i sistemi pensionistici, pensati al tempo della società industriale, che, al pari di una stella spenta, continua a proiettare lampi di luce nella società dei servizi. Tutto ciò in un contesto di produttività stagnante, rispetto ai trend di altre parti del mondo.
Le pensioni e le difficoltà italiane
Per quanto riguarda le pensioni l’Italia è un po’ la capofila di una lunga fase di transizione in cui sono arrivati, arrivano e arriveranno ancora all’appuntamento con la quiescenza e quindi a riscuotere l’assegno generazioni di lavoratori appartenenti a classi numerose (nel 1964 nacquero in Italia 1,1 milioni di bambini ), che sono entrate presto nel mercato del lavoro e, in forza delle caratteristiche dell’economia, hanno avuto lunghe storie lavorative stabili e continuative tali da consentire l’accesso al pensionamento anticipato di legioni di anziani/giovani e di rimanerci per un lungo arco di tempo a carico (essendo il finanziamento del sistema a ripartizione) di generazioni già minate dalla denatalità secondo un trend in progressivo peggioramento (nel 2024 sono nati meno di 370mila bambini) e con tipologie occupazionali connotate da accessi tardivi e discontinuità nell’impiego.
In un recente saggio (che arricchisce un lepidus libellus di un giovane studioso, Damiano Perrons) dal titolo, ‘’Pensioni, il peccato originale’’ il demografo già presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha calcolato – dall’esame dell’indice di carico prospettico, che recepisce anche il significativo cambiamento intervenuto nei livelli di sopravvivenza e conseguentemente sull’allungamento della vita (nelle età anziane) – che per ogni dieci annualità di contribuzione lavorativa se ne prospettano otto di rendita pensionistica, passando dalla realtà di un “oggi”, in cui ogni (ipotetico) pensionato è mediamente sostenuto da tre (ipotetici) lavoratori, alla visione prospettica di un “domani” già scritto nei dati dell’oggi, nel quale il tempo trascorso lavorando verrebbe quasi a coincidere con quello vissuto in quiescenza.
Appare evidente l’insostenibilità economica, finanziaria e sociale di un simile assetto da tanti punti di vista. Pertanto Blangiardo chiama in causa la incapacità, ma anche la mancanza di volontà, del Sistema-Paese nel conservare attivi tutti coloro che, seppur anagraficamente oltre la soglia convenzionale della vita lavorativa, vorrebbero continuare ad offrire alla collettività il loro bagaglio di competenza ed esperienza.
Le pensioni e l’adeguamento alla speranza di vita
In Italia c’è una linea del Piave: una misura reintrodotta in anticipo dall’attuale governo rispetto agli anni in cui l’esecutivo giallo rosso l’aveva bloccata: l’adeguamento automatico periodico (ora biennale) dei requisiti anagrafici e contributivi all’incremento dell’attesa di vita. La norma è ora sotto l’attacco congiunto dell’alleanza Salvini/Landini. E il governo tentenna. Per ora si è ipotizzata una patetica gradualità per un incremento di tre mesi nel biennio 2027-2028, con un onere, sprecato, di maggiori esborsi per 0,5 miliardi nel 2026, 1,8 nel 2027 e 1,0 nel 2028. L’importanza di questo meccanismo è stata riconfermata in tutte le sedi. Ricordiamo per la sua chiarezza quanto ha scritto in proposito la Banca d’Italia, nella Memoria depositata nell’audizione sulla manovra delle Commissioni Bilancio riunite: ‘’ Il meccanismo di indicizzazione dell’età di pensionamento alla longevità fu introdotto per riequilibrare tra le generazioni il rapporto tra il tempo della vita trascorso al lavoro e quello trascorso in pensione; contribuirà nei prossimi anni a limitare la crescita della spesa pensionistica determinata dall’invecchiamento della popolazione. In base alle previsioni della Commissione europea la normativa in vigore consentirebbe di fermare la crescita dell’incidenza della spesa sul PIL nel 2036, quando raggiungerebbe un picco del 17,3 per cento, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7 nel 2070’’.

Nei giorni scorsi l’Ocse ha pubblicato ‘’Pensions at the Glance’’ 2025, il Rapporto a cadenza biennale, che contiene un’analisi comparativa della situazione previdenziale di tutti e 38 i paesi membri. Per quanto riguarda l’Italia la prescrizione non è variata in seguito ed è chiaramente enunciata anche nell’edizione 2025 di Pensions at a Glance, viene riconfermata la consueta indicazione di prolungare la vita attiva: una misura ritenuta necessaria se si vogliono aumentare i redditi da lavoro e, di passaggio, alleggerire l’onere delle pensioni, che graverà soprattutto sulle generazioni più giovani, che devono affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento, nell’immediato causa del rallentamento nella crescita dei loro redditi, e in prospettiva potenziale macigno su tutta l’economia italiana.
Per mobilitare le risorse lavorative non sfruttate e contrastare l’impatto tendenzialmente negativo dell’invecchiamento della popolazione sulla crescita del Pil pro capite, l’Ocse indica tre strade maestre: 1) ridurre drasticamente (di almeno due terzi) il divario occupazionale di genere; 2) attivare i lavoratori anziani in buona salute; 3) promuovere l’immigrazione regolare. In Italia, pertanto, l’età “normale” di pensionamento, per quanti hanno iniziato a lavorare nel 2024, potrebbe avvicinarsi alla soglia dei 70 anni nei prossimi decenni, e forse raggiungerla.
Questa previsione – in un Paese come l’Italia ossessionata dai livelli dell’età pensionabile – ha scatenato il solito pianto greco sulla sorte dei poveri giovani. Il Nidil-Cgil sostiene, infatti, che l’unica via realistica di accesso alla pensione, per la stragrande maggioranza dei parasubordinati, resta quindi l’uscita a 71 anni, unica età in cui non è richiesto alcun importo soglia, ma con un assegno modesto e lontano da livelli di vita dignitosi. L’organizzazione dei collaboratori aderente alla Cgil non ha tutti i torti. Anzi ha diritto di far notare che la Gestione speciale presso l’Inps è la gallina d’oro per il bilancio unitario dell’Istituto poiché vanta un attivo colossale (9,6 miliardi nel 2024) per la banale circostanza che incassa i contributi ma eroga poche pensioni. Sarebbe importante però se il Nidil cercasse una risposta alle contraddizioni del sistema pensionistico che vedrà ancora nei prossimi decenni coorti di pensionati, con trattamenti dignitosi specie se uomini in pensione di anzianità, a carico dei nuovi attivi.
La Germania e il voto sulle pensioni
I giovani italiani dovrebbero prendere lezioni dai giovani tedeschi. Anche il governo Merz è alle prese con una legge in materia di pensioni che è andata al voto del Bundestag venerdì. Merz deve rispettare il programma concordato con la Spd dove è previsto di mantenere, almeno fino al 2031, gli importi delle pensioni pari almeno al 48% dello stipendio mensile medio (in Italia l’importo della pensione media è superiore a quello della retribuzione media). I deputati della Giovane Unione della Cdu, temono che questa diventi una soglia da conservare anche dopo questa data con un costo aggiuntivo annuo tra gli 11 e i 15,1 miliardi di euro, destinato a ricadere soprattutto sui redditi delle persone più giovani. La Giovane Unione ha 18 deputati, ma la maggioranza dispone solo di 12 voti.
Era forte la preoccupazione che al governo venisse a mancare la maggioranza nel voto sulla legge con tutte le conseguenze del caso. La Cdu ha riunito il gruppo – a porte chiuse – nei giorni scorsi concludendo la riunione con un voto vincolante per tutti i deputati. Si è saputo, però, che si erano manifestati dei dissensi e il Cancelliere non era sicuro della compatta disciplina del gruppo. Alla fine, il governo è stato salvato dall’astensione della Die Linke, la formazione di estrema sinistra. Non sarà questo voto un fatto trascurabile nella dialettica politica tedesca. Usando il linguaggio di Francesca Albanese, si potrebbe dire che i rappresentati dei giovani hanno inviato un ‘’monito’’ alla politica. Mentre anche in Germania, come in Italia e altrove, la sinistra, sia socialdemocratica che estremista, sta dimostrando che, per quanto riguarda le pensioni, il suo interesse è legato alla classe lavoratrice della società industriale, all’internazionale di Cipputi.
