“Chichibio e la gru” è il titolo di una novella del Boccaccio che racconta la storia di un servitore, Chichibio, incaricato di arrostire una gru cacciata in una battuta nelle campagne toscane, dal suo signore. Chichibio esegue l’ordine e mette in tavola la gru cucinata. L’odore dell’arrosto e delle spezie gli fanno venire l’acquolina in bocca e lo induce a non resistere alla tentazione di afferrare un cosciotto e di mangiarlo. Quando il padrone si mette a tavola con gli ospiti, si accorge della mutilazione dell’uccello; chiama il servo e lo rimprovera. Chichibio non si perde d’animo e giura di aver trovato la gru con una zampa sola. Il padrone perde la pazienza e per smentire l’alibi del servo lo conduce allo specchio d’acqua dove aveva catturato la gru. Arrivati sul posto i due vedono tante gru in posizione di riposo, appollaiate, come è il loro costume, su di una sola zampa. Chichibio sostiene allora di avere ragione. Ma il padrone, per smentirlo, caccia un urlo che spaventa gli uccelli i quali spiccano il volo mostrando ambedue gli arti. Chichibio però non si perde d’animo e al padrone – che gli chiede conto – risponde che quando aveva catturato la gru finita arrosto probabilmente si era dimenticato di urlare.
Mi ha ricordato questa lettura scolastica una esibizione a tutto campo di Claudio Durigon, plenipotenziario di Matteo Salvini in materia di pensioni. In una recente intervista Durigon ha emulato Chichibio senza l’intento di imbrogliare il suo capo, ma tutti gli italiani. “Noi stiamo studiando una norma che dia linearità alla spesa pensionistica, perché ad oggi è costruita al lordo” ha dichiarato il sottosegretario. Di cosa si tratta? “La spesa per pensioni“, afferma Durigon, “ammonta a circa 326 miliardi di euro, a fronte di entrate contributive pari a circa 290 miliardi. Ma una parte rilevante della spesa rientra immediatamente nelle casse pubbliche sotto forma di tassazione. In sostanza: “L’Irpef è una partita di giro che ritorna allo Stato circa 70 miliardi”.
Quindi – ecco la zampa che non si vede – basterebbe calcolare la spesa al netto per dimostrare all’Europa e ai mercati che il bilancio si avvicina al pareggio. C’è però un problema: le statistiche in Europa – e non solo – sono effettuate in base a criteri comuni, concordati e predefiniti. Si vuole evitare quella che Durigon definisce “una partita di giro”? Ma perché farlo soltanto con le pensioni e non con gli stipendi dei dipendenti pubblici, con i capitolati di appalto e con tutti i redditi e i flussi monetari che prima o poi finiscono sotto le forche caudine del fisco?
Inoltre, quando si appartiene ad una comunità che si è data delle regole non è possibile cambiarle unilateralmente o interpretarle come fa comodo. Si vuole stralciare l’imposta sul reddito a carico dei pensionati in tutta Europa? Anche in questo caso non risolveremmo il problema di avere una spesa netta più elevata di quella – altrettanto netta – dei paesi dell’Unione e dell’Ocse. Ma nel ragionamento di Chichibio Durigon c’è un aspetto che lascia basiti: quel trucco contabile consentirebbe di liberare risorse a copertura di un intervento di flessibilità in uscita con una formula a 64 anni. Ovviamente un’operazione siffatta, aumentando la spesa, richiederebbe un apporto di nuove risorse, rispetto a quelle destinate a pagare le pensioni oggi. Mettiamo pure che i due insiemi – spesa pensionistica al netto e prelievo fiscale – siano contati separatamente, ma l’ammontare complessivo non aumenta di un solo euro.
I circa 70 miliardi del gettito fiscale dei pensionati sono impiegati nell’ambito più generale della spesa pubblica. Queste risorse, immutate nel loro totale, non possono essere utilizzate per finanziare i precedenti impieghi e per fare fronte, nello stesso tempo, ad una maggiore spesa per le pensioni. Come le gru di Chichibio che di zampe ne hanno due.
