Nel film di Ridley Scott “I duellanti” (1977) due ufficiali di Napoleone si sfidano a duello tutte le volte che capita loro di incontrarsi nel corso di parecchi anni. È quanto accade da noi quando si affronta il tema delle pensioni che, nella manovra di bilancio per l’anno in corso, ha creato qualche problema alla maggioranza e al governo. Ma che ne creerà di altri, con qualunque maggioranza, ogni volta che tornerà all’ordine del giorno.
L’indicizzazione all’aspettativa di vita e la sua sospensione
Nella legge di bilancio si è inserita di straforo (perché come vedremo non ce ne era alcuna necessità) l’applicazione di una norma essenziale per la sostenibilità del sistema pensionistico, dopo che alla fine del 2024 si era concluso il periodo in cui era stata sospesa. Si tratta dell’indicizzazione biennale dei requisiti anagrafici e contributivi del pensionamento di vecchiaia e di anzianità all’incremento dell’aspettativa di vita, una misura introdotta nel 2010, rivisitata nel 2011 dalla riforma Fornero, applicata senza drammi e proteste con i relativi aggiornamenti negli anni 2013, 2016 e 2019, che hanno inasprito i requisiti, rispettivamente di tre, quattro e cinque mesi.
Poi nel 2019 il dl n. 4 bloccò il meccanismo al punto in cui era arrivato (67 anni di età per la vecchiaia, 42 anni e dieci mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne di anzianità per il trattamento anticipato). Pertanto gli aggiornamenti successivi, relativi agli anni 2021 e 2023, non hanno avuto luogo, mentre per quanto riguarda il biennio 2025-2026 non si è registrato un aumento della speranza di vita, anche per gli effetti della pandemia.
Previsioni demografiche e ritorno delle polemiche
Nel 2027-2028, invece, le previsioni demografiche prospettavano un incremento che avrebbe comportato un ritocco di tre mesi dei requisiti e ciò aveva sollevato le polemiche dei “soliti noti” incastonati in ambedue gli schieramenti. Benché non ce ne fosse la necessità (perché la procedura, una volta che l’Istat ha rilevato lo scostamento entro i 12 mesi precedenti, richiede soltanto un decreto direttoriale interministeriale) il governo ha ritenuto di intervenire per legge, sgranando i tre mesi nei due anni (1+2), ma sobbarcandosi un onere complessivo di 1,5 miliardi: una scelta che a me è andata di traverso, perché quando si chiedono più risorse per la sanità o la scuola è assurdo sprecare risorse importanti al solo scopo di far lavorare qualche mese in meno alcune decine di migliaia di persone.
Lo scontro sui requisiti pensionistici
Tuttavia, i “duellanti” si sono dati appuntamento in vista della legge di bilancio 2027, altra cosa assurda dal momento che la norma vigente arriva alla fine del 2028 e scavalca la legislatura. Nei giorni scorsi qualcuno è andato a spulciare nel Rapporto che la Rgs pubblica tutti gli anni sulle tendenze della spesa pensionistica e sanitaria, accorgendosi che anche nel biennio 2029-2030 l’incremento dell’aspettativa di vita potrebbe far scattare il meccanismo dell’adeguamento di un ulteriore trimestre dei requisiti anagrafici e contributivi, ovviamente se al momento risulteranno corrette le previsioni accertate dall’Istat (il che è quasi certo poiché la demografia è divenuta ormai una scienza esatta) e se saranno avviate le procedure.
La Cgil però si è già fatta sentire segnalando che il meccanismo – a legislazione invariata – non si fermerà nel 2030, ma proseguirà, tanto che nel 2040 l’aumento cumulato raggiungerà un anno e due mesi portando i requisiti della pensione di vecchiaia a 68 anni e due mesi e quelli del trattamento anticipato a 44 anni. La conclusione è che questi limiti saranno irraggiungibili per milioni di lavoratori. È il solito gioco delle tre carte che prende in considerazione, per giustificare il pensionamento, gli anni di attività lavorativa e assicurativa e non quelli in cui si gode della prestazione che, secondo il criterio della c.d. ripartizione, saranno a carico dei versamenti degli attivi contemporanei dei pensionati, i cui contributi da lavoratori non sono stati messi in cassaforte, ma impiegati per pagare le pensioni delle generazioni precedenti.
Pensioni e squilibrio tra generazioni: il peso dei baby boomers
Si dà il caso – lo abbiamo detto tante volte – che nei prossimi anni (come nei decenni precedenti) si presenteranno a riscuotere la pensione milioni di lavoratori appartenenti a generazioni numerose alla nascita, entrate precocemente e rimaste a lungo e ininterrottamente nel mercato del lavoro (soprattutto se uomini che percepiscono in misura del 66% la pensione anticipata) e quindi in grado di varcare l’agognata soglia della quiescenza ad un’età che – a fronte dell’allungamento dell’attesa di vita – consente di incassare l’assegno per un arco temporale che mediamente è pari all’80% di quello in cui si è lavorato. Ciò a carico di generazioni falcidiate dalla denatalità, entrate tardi e non stabilmente nel mercato del lavoro con retribuzioni medie inferiori (dati Ocse) all’importo medio delle pensioni.
Il meccanismo di indicizzazione dell’età di pensionamento alla longevità – ha ricordato la Banca d’Italia – fu introdotto per riequilibrare tra le generazioni il rapporto tra il tempo della vita trascorso al lavoro e quello trascorso in pensione; contribuirà nei prossimi anni a limitare la crescita della spesa pensionistica determinata dall’invecchiamento della popolazione. Sarebbe il caso, allora, che la Cgil, solerte nel segnalare la possibile evoluzione dei requisiti del pensionamento da oggi al 2040, tenesse conto della curva della spesa nello stesso periodo (calcolata includendo gli effetti degli aggiustamenti biennali).
Spesa pensionistica, Pil e ruolo del sistema contributivo
L’incidenza della spesa sul Pil nel 2040 raggiungerebbe un picco del 17,3%, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7 nel 2070. Tale dinamica – secondo la Rgs – è ascrivibile principalmente all’aumento del numero di pensioni rispetto a quello degli occupati, indotto dalla transizione demografica collegata all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa.
Tale effetto sarà più incisivo a partire dal 2040 in poi: il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è previsto decrescere progressivamente con intensità diverse portandosi al 15,9% nel 2050 e al 14% nel 2070. La rapida riduzione del rapporto fra spesa pensionistica e Pil nella fase finale del periodo di previsione è determinata dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna alla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati. Tale andamento risente – repetita iuvant – sia della progressiva uscita delle generazioni del baby boom, sia dell’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento in funzione della speranza di vita.
Pensione anticipata: età effettiva e prospettive future
Qui è bene sottolineare un altro aspetto. Per coloro che andranno, sempre più numerosi, in pensione anticipata col sistema interamente contributivo non occorreranno 44 anni di versamenti nel 2040 (che varranno per l’accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori del regime misto): basteranno 64 anni di età, 20 anni di contributi e una pensione pari a 3 volte l’assegno sociale.
Un’ultima considerazione: oggi fino a tutto il 2026 si va in pensione anticipata, a prescindere dall’età anagrafica, facendo valere 42 anni e 10 mesi di versamenti (un anno in meno se donne). Non sono pochi. Ma coloro che se ne avvalgono – per i motivi di cui si è detto prima – hanno un’età media alla decorrenza (come risulta dall’Osservatorio sui flussi di pensionamento Inps) pari, nel 2025, a 61,4 anni se uomini e a 61,3 se donne. Nel 2040 – ha calcolato la Cgil – potrebbe occorrere un anno e due mesi in più, ma l’attesa di vita aumenterà di circa 4 anni e, nonostante la maggiore longevità, la popolazione residente complessiva è destinata a ridursi, passando da 59,6 milioni nel 2020 a 56,4 milioni nel 2040.