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Draghi nel suo libro “Competere o sparire” indica tre priorità ineludibili per l’Europa: senza cambiamenti radicali rilancio impossibile

Dalle proposte di Mario Draghi emerge una nuova agenda per l’Europa: più innovazione, sicurezza economica, energia competitiva e investimenti per evitare il declino

Draghi nel suo libro “Competere o sparire” indica tre priorità ineludibili per l’Europa: senza cambiamenti radicali rilancio impossibile

I partiti italiani hanno avviato una campagna elettorale in vista del ritorno dei cittadini alle urne il prossimo anno. Per ora si tratta di schermaglie tattiche di sapore più che altro propagandistico, ma di poca sostanza reale sulle politiche che si vorranno adottare per fronteggiare i rischi geopolitici ed economici che stanno sconvolgendo la nostra vita. Prima o poi i partiti e le coalizioni dovranno mettere a terra almeno qualche idea di un programma concreto contenente se non i dettagli, alcune chiare indicazioni sulla direzione verso la quale, a loro parere, dovremo muoverci. E per il momento si deve dire che le prime idee che circolano su cosa fare non sono affatto convincenti perché puntano su un ritorno dello Stato sia nella gestione delle imprese che nel sostegno dei redditi. Nessuno fa i conti con i problemi di fondo del nostro paese e dell’intera Europa, né punta ad affrontare i problemi reali che ci stanno marginalizzando nel nuovo contesto internazionale.

Draghi e la ricetta europea per salvare competitività e democrazia

Mario Draghi, ex governatore della Bce ed ex premier italiano, ha raccolto in un volume edito da Rizzoli (Competere o sparire – Per un nuovo paesaggio europeo) i suoi interventi più recenti svolti in varie località europee ed americane, per spiegare il rapporto Draghi (cioè quei suggerimenti consegnati alla Commissione europea su che fare per salvaguardare la nostra competitività) e per monitorarne l’effettiva realizzazione. Si tratta di un corpo di indicazioni che potrebbero essere adottate dai partiti italiani per offrire una prospettiva concreta agli elettori su come salvaguardare il nostro modello sociale e la nostra democrazia politica. E si tratta di affrontare con coraggio la nuova realtà nella quale dobbiamo operare per i cambiamenti intervenuti nello scenario internazionale a causa dell’affermarsi della Cina come grande potenza non solo economica ma anche politica, della nuova postura degli Usa, e dell’aggressività di potenze che cercano una restaurazione del loro potere imperiale, come la Russia.

Ma dovremo affrontare cambiamenti radicali. Già sembra sentire i politici sia italiani che di molti altri paesi europei lamentarsi che per fare queste cose serve il consenso dei cittadini che invece sembrano ancora richiedere agli Stati tradizionali, protezione e sussidi per eliminare i rischi di cambiamento. Ed invece Draghi sostiene, citando indagini recenti, che i cittadini europei hanno chiara la direzione che la UE dovrebbe prendere: vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità e più rapidamente, e vogliono che abbia più risorse comuni per affrontare le sfide future. Quindi spesso sono le classi dirigenti nazionali (non solo politiche) che temono di perdere parte del loro potere se cedono pezzi di sovranità a Bruxelles.

Ed inoltre Draghi illustra con dovizia di argomentazioni che l’inazione o i piccolissimi passi fatti nel tentativo di dissimulare i cambiamenti, non servono a salvaguardare il nostro modello di benessere e la nostra autonomia politica. E questo sembra che i singoli cittadini, pur vivendo in una fase di incertezza dovuta al repentino cambiamento dello scenario internazionale, lo abbiano ben capito ed attendono dalla politica un segnale chiaro e convincente su quello che si dovrebbe fare e sul come farlo. Insomma i cittadini sembrano chiedere alla politica più lungimiranza, cioè idee chiare su come affrontare i nuovi scenari internazionali, mentre i nostri politici continuano ad offrire sussidi nella convinzione di raccogliere qualche voto distribuendo bonus o sgravi fiscali. Questo ovviamente senza fare i conti su quali saranno gli effetti di queste politiche sulla finanza pubblica, sugli investimenti privati e in definitiva sulla possibilità di tornare a tassi di crescita più vicini a quelli degli Usa per non parlare delle economie emergenti.

I vecchi pilastri del benessere europeo non reggono più

Draghi spiega che i pilastri sui quali noi europei abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni il nostro benessere, non ci sono più. Gli Usa non ci assicureranno più la difesa. Il commercio internazionale sul quale la Ue nel suo complesso faceva affidamento per compensare la scarsa domanda interna sia di consumi che di investimenti, non appare più così libero, ma viene sempre più sottoposto a vincoli politici e diventa strumento di una politica di potenza. Non ci si può illudere che si tratti solo di nubi passeggere. Bisognerà costruire nuove condizioni di funzionamento dei mercati e l’Europa dovrà essere unita e forte per partecipare da attore principale a queste ridefinizioni. Ed invece oggi la Cina non ci considera alla pari, mentre gli Usa manifestano chiaramente l’intenzione di indebolire Bruxelles e trattare con i singoli paesi ritenuti così deboli da non poter essere che “vassalli”. E poi c’è la Russia che rivuole il suo impero che arrivava a Varsavia ed a Belgrado. In questo nuovo scenario è profondamente errato pensare che il nostro relativo declino potrà essere gestito in modo indolore. Abbiamo tante risorse – pensano alcuni – che potranno consentirci un futuro tranquillo anche se continueremo a prendere posizione relative rispetto agli altri paesi.

Quello che Draghi illustra intervento dopo intervento, è uno scenario complesso perché affrontata i problemi a vari livelli. Si capisce, e non possiamo nasconderlo, che dovremo rivoluzionare il nostro sistema, integrare in maniera diversa Stato i mercato, chiedere ai cittadini di rimettersi in gioco non per fare sacrifici finanziari (cioè pagare nuove tasse) ma per acquisire le capacità necessarie ad affrontare i cambiamenti tecnologici e organizzativi che già esistono nel mondo (e sui quali la Ue deve recuperare notevoli ritardi). Tutto questo serve proprio per proteggere il nostro modello di welfare, i nostri posti di lavoro e in generale i nostri valori e la nostra libertà.

Le tre priorità di Draghi per rilanciare l’Europa

Volendo riassumere le articolate proposte formulate dal Rapporto Draghi e dal libro, si può dire che dobbiamo darci tre priorità: puntare sull’innovazione e sulle nuove tecnologie, aumentare la sicurezza economica attraverso una buona politica industriale e la certezza degli approvvigionamenti, e una politica di decarbonizzazione da conciliare con la crescita e che punta soprattutto a creare un mercato dell’energia affidabile e a prezzi concorrenziali.

Ognuna di queste priorità richiede cambiamenti profondi nelle politiche finora seguite dalla Ue e dai singoli Stati. Per esempio devono essere varati strumenti per favorire l’impiego del risparmio europeo che oggi va all’estero nel nostro continente in modo da contribuire al forte rilancio degli investimenti. Altro che patrimoniale! Ci vogliono cambiamenti che rendano conveniente l’Europa per i risparmiatori. Sull’energia dovremo avviare una politica europea totalmente diversa dal green deal che sta provocando solo danni. Le aziende poi devono poter raggiungere dimensioni adatte a competere con i colossi mondiali e quindi ci vogliono politiche adatte per far crescere le piccole imprese mentre occorre che l’anti trust pensi in termini di competizione con il resto del mondo e non solo nei nostri mercati interni.

E poi c’è la formazione del personale con riforme della scuola e sistemi efficienti di formazione permanente. Infine la ricerca deve avere maggiori risorse ma anche le Università devono saperle impiegare in maniera efficiente. Alla fine tutto questo potrà essere finanziato dalla maggiore crescita che certo porta più soldi nelle casse dello Stato, ma anche da una revisione della spesa corrente dove i sussidi o i privilegi fiscali dovranno essere sostituiti dagli investimenti sia pubblici che privati. Insomma in questa fase occorre chiedere ai cittadini di scommettere sul futuro come è successo nel dopoguerra. E questo non solo perché è giusto, ma soprattutto perché è conveniente: le altre opzioni ci portano al declino che, come abbiamo visto, non potrà essere indolore ma sarebbe destinato a mettere a rischio il nostro assetto sociale e politico.

Quello di Draghi è un libro da leggere. È ricco di spunti operativi per la classe dirigente. Ma è anche formativo per il comune cittadino in quanto, come peraltro sta avvenendo in altri paesi europei, dovrebbe spingerlo a richiedere politiche capaci di ridare prospettive positive al nostro paese che dovrà essere ben inserito nel contesto europeo. Di una Europa, afferma Draghi, che non potrà essere confederale, ma dovrà evolvere verso assetti sempre più federali anche passando per una fase di “federalismo pragmatico” basato su paesi che vogliono fare certe cose insieme. Gli altri seguiranno, se vorranno, come del resto è successo con l’Euro.

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