La celebre battuta di Massimo d’Azeglio nel 1860 “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani” ora dovrebbe essere rovesciata: gli italiani ci sono, ma manca l’Italia, cioè uno Stato che sappia fare il proprio mestiere e non opprima i cittadini. Stefano Cingolani, giornalista economico di lungo corso con rilevanti esperienze come corrispondente all’estero, sostiene nel suo nuovo agile libro “Mal di Stato”, edito da Rubbettino, che nell’ultimo mezzo secolo il settore privato ha mostrato notevole vitalità e capacità innovative, ma che in molti casi l’intervento del potere politico ha frustrato quelle iniziative privilegiando la decisione partitica o la prassi burocratica conservatrice. Sono due visioni estreme. Forse la verità sta nel fatto che da noi manca sia lo Stato sia la società civile, nel senso che il primo si sovraccarica di compiti che poi non riesce a svolgere con efficienza, ma anche i cittadini, stretti in corporazioni, non smettono un attimo di chiedere assistenza immediata o nuovi privilegi da parte di chi sta già nei piani alti della scala sociale, senza tener nel minimo conto l’interesse generale e, alla fine, il loro stesso interesse di lungo termine.
Il ritorno dello Stato nell’economia: tra regolazione e controllo
Nella fase attuale in Italia, ma un po’ in tutto l’Occidente democratico, si assiste a un ritorno prepotente dello Stato in tutti i gangli dell’economia, puntando non tanto ad offrire condizioni per facilitare lo sviluppo del mercato, ma ad entrare direttamente nella gestione delle aziende o condizionandole con regolamentazioni molto minuziose e vincolanti. Dopo anni in cui il mercato sembrava aver vinto la competizione con il potere statale, tanto che molte società pubbliche sono state privatizzate e in alcuni casi si è anche tentato di ridurre il vincolo burocratico e il peso delle tasse, ora si proclama che il liberismo ha perso e che bisogna invocare un ritorno dello Stato in tutti i campi dell’economia.
L’intento di Cingolani è quello di rispondere al celebre volume di un paio di anni fa di Giuliano Amato che si intitolava “Bentornato Stato, ma…”. Lo stesso Amato sottolineava senza reticenze i rischi che il crescente intervento pubblico porta con sé in ragione degli interessi e delle aspettative che hanno i promotori di tale intervento, e tuttavia lo giudicava indispensabile per poter affrontare cambiamenti epocali, sia geopolitici che demografici ed ambientali, che il settore privato da solo non riesce a gestire con efficacia. Quindi era necessario che lo Stato tornasse ad avere un ruolo più attivo non solo nel promuovere e regolare il mercato, ma anche nella gestione diretta delle imprese e delle banche.
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Privatizzazioni italiane: successi, limiti e casi emblematici
Cingolani fa una lunga cavalcata sulla storia della gestione pubblica delle imprese negli ultimi cinquant’anni, mettendo in rilievo le crescenti difficoltà delle imprese pubbliche a stare al passo con l’evoluzione economica mondiale. Poi c’è stata la fase delle privatizzazioni che l’Italia ha svolto con insolito zelo e complessivamente con successo. Il caso che ha gettato discredito un po’ su tutta la politica di quel periodo è quello di Telecom, la cui privatizzazione non è stata un successo sia perché non si sono trovati imprenditori italiani disposti a gestire un’azienda così grande, sia perché un malinteso nazionalismo ha impedito di far entrare subito soci esteri con i quali sarebbe stato possibile fare sinergie. Inoltre il mercato delle tlc, con il passare degli anni, si è rivelato più difficile e meno remunerativo del previsto non solo in Italia ma in tutta Europa, per cui le perdite della Telecom alla fine non sono ricadute sullo Stato ma sui privati che ne avevano il controllo. È vero che questi ultimi hanno commesso errori enormi (spesso con l’appoggio politico), ma li hanno anche pagati di tasca propria. Discorso analogo si potrebbe fare per Alitalia, dove la possibilità di fare accordi, anche vantaggiosi, con vettori internazionali è stata ostacolata dai politici (Berlusconi fece la campagna elettorale contro la cessione di Alitalia allo straniero) e dalle corporazioni sindacali dei dipendenti. Alla fine è stata svenduta ed i dipendenti sono ridotti a un terzo.
Ritorno dello Stato tra rinazionalizzazioni e tentazioni dirigiste
Acqua passata ma utile per capire il rischio che corriamo nell’invocare l’intervento dello Stato ad ogni stormir di fronde. Tim è stata ripresa da Poste, ora abbiamo in lista d’attesa l’Ilva di Taranto, mentre in Parlamento, da parte di populisti di ogni risma, si fantastica di altri interventi come ad esempio quello invocato dal capogruppo del M5S per una completa rinazionalizzazione dell’Eni in modo da poter usare i suoi buoni profitti per ridurre i prezzi della benzina per tutti gli automobilisti.
C’è poi il capitolo delle banche, dove l’attuale governo, che pure se si legge il discorso di insediamento di Giorgia Meloni si era presentato come liberale e pro mercato, non ha lesinato interventi importanti e pasticciati a cominciare dal Monte dei Paschi e dalla relativa Opa su Mediobanca per arrivare all’uso del Golden Power per bloccare la scalata di Unicredit su Pop di Milano. Il ministro Giorgetti, che pure gode presso il mercato finanziario di una buona reputazione per la sua capacità di tenere in ordine i conti dello Stato, ha detto più volte che bisogna salvaguardare il risparmio degli italiani e che sarebbe bene che questi investissero in titoli emessi dal Tesoro. Insomma gli italiani sono bambini che vanno guidati o piuttosto sono pecore da mungere in caso fosse necessario raddrizzare i conti statali togliendo un po’ di valore ai loro risparmi. Anche sulle banche Giorgetti sembra avere idee confuse. Ad un certo punto ha auspicato che le banche tornino a fare il proprio mestiere e cioè prestare soldi alle imprese, magari quelle piccole che a stento presentano un bilancio (o che sono raccomandate dalla politica). Tutti sanno che il mestiere del banchiere sta evolvendo dal fare credito (che certo rimane) alla gestione del risparmio o alla consulenza per consigliare le aziende su operazioni di acquisto o di vendita su più mercati.
Lo Stato nel mercato: tra “strategia” e voglia di comando
Lo Stato sta invadendo il mercato da molti lati. Uno di questi è la crescente forza delle società pubbliche locali a cui, nonostante i molti tentativi, non si riesce a porre un argine. Poi c’è la rinascita della politica industriale con il libro bianco pubblicato dal ministero delle Imprese “Made in Italy 2030” che accanto ad un pregevole lavoro analitico propone un ritorno allo “Stato strategico”, concetto che si presta a molti equivoci. Da un lato, se il Governo fosse capace di individuare alcuni (pochi) campi nei quali indirizzare il massimo delle risorse pubbliche per stimolare anche investimenti privati, oppure se facesse un’opera di semplificazione normativa e migliorasse i servizi che sono propri dello Stato come giustizia e formazione, allora sì che la strategia avrebbe un senso, ammesso che fosse possibile coordinare le varie politiche industriali fatte dai ministeri e dalle Regioni. Ad esempio oggi basterebbe indirizzare risorse sull’energia e sul tech a partire dall’intelligenza artificiale per fare un egregio lavoro pubblico. Ma se invece per strategia si dovesse intendere il comando da parte della politica agli attori del mercato, allora davvero trionferebbe il nazionalismo economico che in poco tempo si trasformerebbe in autarchia. Facciamo tutto in casa sarebbe lo slogan. Aumentare il peso dell’industria manifatturiera è un buon proposito, ma bisogna vedere come si può fare. La via del tenere tutto in casa tramite l’intervento dello Stato non solo è velleitaria ma è anche molto pericolosa perché finirebbe per ridurre la forza dell’economia, rimpicciolire l’industria e bloccare i livelli salariali.
Italia in stallo: il rischio di una società chiusa
Difficile dire se siamo incamminati verso uno sblocco positivo dell’attuale stallo, oppure se continuiamo a camminare su una strada che ci porta sempre più a fondo. Il panorama politico oggi non offre molti appigli di speranza. Ma anche la gente sembra ancora rivolta verso un atteggiamento di pura protesta e manifesta la voglia di chiudersi nel proprio “personale” o nella propria corporazione, illudendosi di difendersi dalla bufera. Ma auguriamoci che libri come questo di Stefano Cingolani possano aiutare i nostri concittadini a capire che correre dietro al pifferaio di turno porta verso il burrone.