A quasi quarant’anni dalla privatizzazione voluta da Margaret Thatcher, British Steel torna in mano pubblica. Il governo britannico ha infatti annunciato la nazionalizzazione dell’azienda siderurgica – precedentemente di proprietà del gruppo cinese Jingye – dopo averne già assunto il controllo nella primavera del 2025 per evitare la chiusura di due altiforni. Una mossa che, secondo quanto dichiarato da Downing Street, si è resa necessaria per tutelare l’interesse nazionale del Regno Unito.
“British Steel fa parte del tessuto della nostra nazione ed è un pilastro della forza industriale britannica. La decisione odierna assicura il futuro della produzione siderurgica nel Regno Unito, tutela i posti di lavoro qualificati e preserva una capacità nazionale vitale”, ha affermato il Primo Ministro uscente Keir Starmer in un comunicato.
Le difficoltà di British Steel
Nell’aprile dello scorso anno, il governo britannico aveva assunto il controllo operativo del colosso siderurgico, sottraendolo de facto a Jingye, allo scopo di impedire la chiusura delle acciaierie di Scunthorpe, nel nord dell’Inghilterra, e proteggere 2.700 posti di lavoro nell’impianto e altre migliaia nella catena di fornitura. Lo stabilimento ospita gli ultimi due altiforni attivi nel Paese, produce il 95% dell’acciaio utilizzato nella rete ferroviaria del Regno Unito e rifornisce i settori dell’edilizia e dell’automotive. Negli ultimi anni British Steel ha dovuto affrontare numerose difficoltà derivanti dagli elevati costi energetici in Gran Bretagna e da un eccesso di offerta di acciaio sul mercato globale.
Dopo averne preso di fatto il controllo, lo Stato aveva quindi cercato un nuovo acquirente. Non trovandolo, due mesi fa, Starmer aveva annunciato che il suo governo avrebbe presentato una proposta di legge per consentire al Governo di acquisirne la piena proprietà.
“British Steel appartiene ora al popolo britannico e il nostro obiettivo è rivolto al futuro”, ha dichiarato il Segretario di Stato per le Imprese e il Commercio Peter Kyle.
Le reazioni
La decisione di completare la nazionalizzazione di British Steel, che era stata privatizzata nel 1988 dall’allora prima ministra Margareth Thatcher, ha fatto infuriare i conservatori. Il ministro ombra per le Imprese, Andrew Griffith, ha accusato il Labour di “riesumare la stagione delle nazionalizzazioni degli anni Settanta”, sostenendo che “un assegno in bianco pagato dai contribuenti non è la risposta”.
Nel frattempo Jingye ha avanzato una richiesta di risarcimento fino a un miliardo di sterline per gli investimenti effettuati nello stabilimento di Scunthorpe prima dell’intervento del governo.
British Steel e l’ex Ilva: la crisi della siderurgia europea
In Italia la storia di British Steel non può non far pensare a quella dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. Entrambe le aziende, da anni, sono al centro di tentativi di salvataggio e di rilancio falliti. Entrambe perdono milioni di euro. Nei mesi scorsi si erano addirittura rincorse voci che davano Michael Flacks, investitore nato a Manchester e fondatore del fondo statunitense Flacks, interessato alla creazione di un “polo europeo dell’acciaio” capace di tenere assieme British Steel e l’ex Ilva. Voci, appunto,
I fatti ci raccontano che la società britannica nel 2016 venne acquistata dal fondo di private equity Greybull Capital. Costo dell’operazione: 1 sterlina. Solo tre anni dopo però, la società andò in fallimento, per poi passare a Jingye, secondo i quali il sito Scunthorpe perderebbe oltre 700mila sterline al giorno, motivo per il quale i cinesi ne avevano annunciato la chiusura. Dall’aprile del 2025 a oggi, il governo britannico avrebbe sborsato 200 milioni di sterline per tenerlo aperto e attivo.
L’ex Ilva non è da meno: è convocato per il 28 luglio un nuovo tavolo con i sindacati. Nel frattempo stanno per esaurirsi gli ultimi fondi concessi da Bruxelles per mettere attivo il polo siderurgico e all’orizzonte non si vede alcun acquirente. L’azienda di fatto dipende da prestiti governativi che però per vincolo europeo non potranno più essere erogati. Le perdite ammontano a circa un milione di euro al giorno.
Due crisi parallele che ben rappresentano le difficoltà del settore siderurgico europeo, da tempo alle prese con gli elevati costi dell’energia e con un eccesso d’offerta globale innescato dalla Cina che nel 2024 ha prodotto oltre la metà dell’acciaio mondiale.
