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“La diseguaglianza è un’emergenza nazionale” ma sulle ricette ci si divide

Perfino Ray Dalio, il fondatore del più grande hedge fund del mondo, lancia l’allarme sulla diseguaglianza ma su che fare non c’è unità di intenti – La lezione dello storico Scheidel al Mulino – Se non si rimedia all’enorme dislivello di ricchezza e alla grande povertà la bomba sociale può scoppiare da un momento all’altro

“La diseguaglianza è un’emergenza nazionale” ma sulle ricette ci si divide

«La disuguaglianza è un’emergenza nazionale». Chi lo afferma? Non Elisabeth Warren né Berny Sanders, che si contendono (insieme ad altri 11 candidati) la nomination democratica alla corsa alla Casa Bianca. Entrambi con programmi radicali (ma quello della prima non è anti-capitalista), temuti dai mercati finanziari. 

Né Jeremy Corbyn, il leader dei Labour UK, talmente rigido da volere tutto o niente e incapace di conquistare i voti anti Brexit, rifiutando di schierarsi. Un doppio suicidio politico. Mai nome di profeta fu così usurpato. 



Lo dichiara, invece, Ray Dalio, l’italo-americano fondatore e leader di Bridgewater, il più grande hedge-fund del mondo con 160 fantastilioni (miliardi) di dollari in gestione. Dalio ha una fortuna personale di 18,7 miliardi di bigliettoni verdi. Un capitalista DOCG, e perfino finanziario. Il peggio del peggio, stando alla vulgata anti-mercato dilagante e alla visione marxiana (e geselliana) del mondo. E se lo dice Dalio… 

D’altra parte, di evidenza dell’aumento della disuguaglianza dentro tutti i paesi (avanzati e non) ce n’è a bizzeffe. Sebbene, a seconda dei dati e dei metodi usati, ci siano ampie differenze sull’entità di tale aumento (si veda l’ultimo di the Economist). 

Dani Rodrik, Branko Milanovic e Thomas Picketty sono alcuni degli studiosi più famosi che hanno analizzato l’incremento della diseguaglianza nelle determinanti e nelle conseguenze. L’ascesa dei movimenti e dei politici sovranisti e demagogici ha fatto leva proprio su di esso. 

In Italia il divario tra ricchi e poveri, invece, è aumentato meno che in altre nazioni, perché è tutta l’Italia che si è impoverita. Cosicché i poveri assoluti si sono moltiplicati per quasi tre volte dal 2007. Sono le persone che non possono comperare un paniere di beni necessari. Ossia non arrivano ad avere 1.027 euro al mese in una città metropolitana del Nord o 684 euro in un piccolo comune del Sud, per mantenere una famiglia di tre componenti. 

Nel nostro paese il loro numero è salito da 1,8 milioni nel 2007 a 5 milioni nel 2018. Di cui 1,3 milioni di minori. Prima della crisi i working poors erano pochi, oggi sono molto diffusi: il 12,3% delle famiglie guidata da un occupato con bassa qualifica è povero, contro il 7% medio nazionale, il 3,2% tra gli anziani e il 9,7% tra le famiglie con minori. 

Dunque, se ormai c’è largo consenso sull’ampliamento della disuguaglianza, la divisione torna a essere profonda quando si passa alle ricette per ridurla. Sicuramente occorre più lavoro, perché dà dignità e ruolo sociale alle persone. Perciò serve la crescita. Tanto più per combattere il tipo di povertà italiana che è nata da una decrescita per nulla felice. 

Tuttavia le statistiche dicono chiaramente che lavorare è necessario ma non sufficiente per riequilibrare la distribuzione del reddito e ridurre la povertà. Si può essere occupati e ugualmente tremendamente poveri. 

Che fare? Cosa ci insegna la storia? Interroghiamo la maestra di vita attraverso il medium Walter Scheidel, professore a Stanford e autore dell’ambizioso e affascinante The Great Leveler: Violence and the History of Inequality from the Stone Age to the Twenty-First Century, tema sul quale il 23 novembre ha tenuto a Bologna la 35^ Lettura del Mulino (che è anche l’editore italiano di questo libro, tradotto sostanzialmente con lo stesso titolo).

C’è da dubitare che lo storico austriaco conosca Totò e la sua memorabile ‘A livella (si consiglia di ascoltarla recitata dallo stesso Principe De Curtis; è facilmente rintracciabile su youtube). Tuttavia Scheidel dimostra con dovizia di dati e lunghe serie storiche quanto il geniale attore italiano abbia ragione nell’asserire che la morte riduca le differenze (in realtà le annulla). E lo fa non solo nell’aldilà, come ammonisce Totò, ma anche nell’esistenza terrena. 

Scheidel, infatti, illustra due fatti storici sulla disuguaglianza: è la condizione prevalente; è stata ridotta solo da fenomeni violenti. Perché cali significativi dei divari di ricchezza sono avvenuti in conseguenza di: crolli di grandi stati (per esempio, l’Impero romano), epidemie (la peste nera, che ridusse a un terzo la popolazione), grandi guerre di massa (la seconda mondiale) e rivoluzioni sociali (le comuniste, con 100 milioni di morti). Con convincente narrazione, Scheidel illustra i meccanismi attraverso i quali questi eventi hanno ridotto la disuguaglianza, e rimandiamo al suo lavoro per la loro descrizione. 

Una tesi forte di Scheidel è che lo sviluppo aumenta la disuguaglianza: come e perché lo ha magistralmente spiegato Angus Deaton, premio Nobel 2015, in un altro bel libro pubblicato dal Mulino (La grande fuga. Salute, ricchezza e origini della diseguaglianza). Dunque lo sviluppo dis-livella, sebbene sia un epocale successo nel portare fuori dalla miseria miliardi di persone. 

Scheidel avverte di un’altra incipiente fonte di disuguaglianza: la tecnologia che consentirà ad alcuni esseri umani di accrescere le capacità sensoriali, mnemoniche, cognitive e fisiche impiantando chip e altri ritrovati nel proprio corpo. Dopo l’homo sapiens, l’homo premium, felice espressione coniata da Massimo Gaggi in un saggio omonimo per Laterza. 

Torna, appropriato e inquietante, il «che fare?» di Lenin. Non è il compito dello storico indicare la strada per diminuire la disuguaglianza. Scheidel si limita a snocciolare alcune delle misure di cui più si dibatte ma sulle quali il consenso è tutt’altro che unanime: maggiore progressività nelle imposte dirette su reddito ed eredità; più istruzione; minori elusione ed evasione, anche tracciando le ricchezze nei paradisi fiscali; introduzione di un reddito di base universale; riforma della finanza. 

Certamente nessuno auspica soluzioni catartiche come quelle del passato. Seppure ci sia da temere che la catastrofe climatica che incombe possa spazzare via metà dell’umanità (o tutta?); tale minaccia incalza a intraprendere nuove modalità di sviluppo. 

Non ci si può, però, rassegnare ad accettare, solo perché è storicamente dominante, l’inaudita povertà di tante persone che ci circondano. Basta passeggiare poco lontano dal centro di Roma o Milano per vederle, se non ci si volta dall’altra parte. 

Semplicemente la disuguaglianza e la povertà agli attuali livelli sono socialmente ed eticamente inammissibili nelle democrazie evolute. Tanto più che non sono politicamente sostenibili: osservate dove ci stanno portando gli esiti elettorali dal referendum sulla Brexit in poi! 

Dunque? Su un punto il volume di Scheidel non mantiene quanto sembra promettere dal titolo, perché non si spinge a esaminare se esista una relazione causale che vada dall’aumento della disuguaglianza alla violenza livellatrice. Ci sono molte buone ragioni per ritenere che tale nesso vi sia. 

Perciò, più oggi si aspetta a porre rimedio all’enorme dislivello di ricchezza e alla grande povertà dentro i paesi ricchi (la miseria nell’abbondanza, come la chiamava John M. Keynes), più la bomba sociale accumula carica esplosiva. Il suo ticchettio è già assordante e solo chi non vuole udire non lo sente. Conviene a tutti prestarvi ascolto. Specie a chi più ha da perdere. 

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