Per certi versi si sono scambiate le casacche: l’osservato speciale in fatto di conti pubblici e di instabilità governativa è ora la Francia, un ruolo che in molte occasioni è toccato all’Italia. Ma evidentemente c’è poco da stare allegri se uno dei Paesi fondamentali per la tenuta dell’eurozona e dell’europeismo si trova ad affrontare una profonda crisi politica ed istituzionale.
L’agenzia di rating Moody’s nei giorni ha sì confermato il rating della Francia, ma ne ha modificato l’outlook portandolo da “stabile” a “negativo”, a causa di una grave “frammentazione del panorama politico” che riduce in modo notevole i margini di manovra per affrontare il problema del deficit. Come riporta un’analisi dell’Osservatorio Conti Pubblici della Cattolica, i “continui ed elevati deficit primari hanno spinto il debito-Pil al 113%” e, se non ci sarà una sterzata significativa, “a politiche invariate, il rapporto è previsto crescere fino al 135% nel 2034”. A rafforzare l’immagine di una Francia in grande difficoltà, così ammaccata da mettere in dubbio addirittura la tenuta degli equilibri che stanno alla base della V Repubblica, arrivano anche i fatti di cronaca e attualità: l’incredibile furto di opere d’arte al Louvre, nell’immaginario comune uno dei musei più sorvegliati al mondo e l’arresto dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.
“Va detto che i guai giudiziari di Nicolas Sarkozy arrivano da lontano, c’è solo un collegamento temporale tra l’arresto e la crisi politica della Francia. La carcerazione è stata comunque uno shock enorme nell’opinione pubblica francese. In un sistema semipresidenziale come il nostro il Presidente della Repubblica ha una importanza politica fortissima, anche se non risiede più all’Eliseo”, osserva il giornalista Loup Besmond de Senneville, vicecaporedattore de La Croix, quotidiano cattolico francese, molto influente nel panorama politico con i suoi oltre 80.000 abbonati.
Qual è il sentimento prevalente dell’opinione pubblica francese in questo momento?
“Si sta osservando un distacco enorme tra i francesi e le cose che riguardano la classe politica, quasi un rigetto. La partecipazione elettorale è sempre più bassa, i francesi non si interessano nemmeno più dei blocchi, dei veti, delle battaglie mediatiche tra i capi di partito. Marine Le Pen lo ha capito molto bene, vuole capitalizzare il suo consenso e continua fare politica da partito antisistema. Vuole dimostrare che è vicina al popolo e non alle questioni di palazzo. D’altronde non avrebbe senso per il Rassemblement National cambiare strategia proprio adesso”.
La caduta del governo guidato da François Bayrou, e la nomina del nuovo primo ministro Sébastien Lecornu, sono gli eventi di coda della V Repubblica?
“Bella domanda, ma è difficile fare previsioni. Quando Macron un anno fa ha sciolto l’Assemblée nationale ha accettato un rischio enorme. Adesso nell’Assemblea ci sono 5 blocchi politici determinanti, mentre la V Repubblica era stata pensata per un sistema con due grandi partiti, in grado di governare uno dopo l’altro. L’alternanza si è rotta con la stagione di Macron”.
La Francia ingovernabile come l’Italia di qualche anno fa.
“Sì, ma la Francia non ha come l’Italia un sistema fondato sulla centralità del Parlamento, in Francia deve esserci un Presidente forte politicamente. Se Macron decide di sciogliere nuovamente l’Assemblée nationale ci sarà un rischio ancora più grande di ingovernabilità, tale da portare il sistema politico francese in un territorio sconosciuto”.
Dopo le grandi proteste di settembre sui salari e l’inflazione guidate dalla Confédération générale du travail, il governo Lecornu ha margini di dialogo con i sindacati e più in generale con la società francese?
“Sébastien Lecornu ha cambiato metodo, ha deciso di parlare a tutti, di provare a stabilizzare la situazione, soprattutto per dare un messaggio di tranquillità ai mercati finanziari. La sua speranza è di arrivare fino alle elezioni presidenziali, ma avrà margini di manovra minimi fino ad allora. Più che alla CGT, il congelamento della riforma delle pensioni è un messaggio di tregua ai riformisti della CFDT, la Confédération française démocratique du travail”.
La Francia ha di fronte problemi economici strutturali, un po’ come è successo ciclicamente all’Italia nei decenni scorsi, ma il governo ha congelato la riforma delle pensioni fino al 2027.
“François Bayrou aveva tentato la strada del cosiddetto “conclave”: mettere tutti assieme in una stanza, sindacati, imprese, classe politica per spiegare la gravità della situazione economica francese, ma non ha funzionato. Le agenzie di rating e i mercati continueranno a mettere i riflettori sul debito francese, ma all’Assemblée nationale e nelle segreterie dei partiti non ci si preoccupa più di tanto. La preoccupazione è al momento solo del Governo”.
Con un sistema politico sempre più diviso e polarizzato tra la destra estrema del Rassemblement National e la sinistra radicale de La France Insoumise di Jean‑Luc Mélenchon, chi avrà la forza di riordinare i conti pubblici francesi?
“Sicuramente i conti pubblici francesi non sono un problema per il Rassemblement National e per Mélenchon, almeno fino a quando faranno opposizione. Per il momento giocano la loro partita politica anche in economia sul populismo: il Rassemblement National dicendo che bisogna risparmiare sugli aiuti sociali agli stranieri, la sinistra estrema dicendo di alzare le tassi ai ricchi. Al momento sono lontani dalla concretezza del potere, tra 5-6 mesi chissà…”.
Il macronismo sembra aver perso slancio: è probabilmente più influente all’estero che in patria.
“Il momento di Macron è ormai passato. La fine del macronismo si vede chiaramente con suoi figli politici che cercano di ammazzare il padre, come Gabriel Attal o Édouard Philippe che si dice addirittura scioccato dalle mosse politiche del Presidente della Repubblica”.
In che misura l’instabilità interna francese, unitamente alla crisi economica in Germania, mette a rischio il futuro dell’europeismo?
“Tutti i partiti europeisti sono in grande difficoltà di consenso, anche e soprattutto in Germania e Francia. Il progetto europeo ha di fronte un rischio concreto di indebolimento. La fine di Macron, che è stato il politico più pro-Europa che si poteva avere, porta con sé anche il possibile declino di un progetto di avanzamento dell’integrazione europea”.
