Nella rubrica della scorsa settimana abbiamo cercato – nel nostro piccolo – di chiarire un incomprensibile equivoco scaturito, il 6 novembre, dopo l’audizione nelle Commissioni Bilancio riunite di Istat, Upb, Banca d’Italia sul ddl di bilancio 2026. I tg di quella sera avevano riferito dei benefici recati dalla revisione dell’aliquota del 35% al 33% per i redditi da 28 mila a 50mila euro lordi annui come se fosse una misura “colpevolmente” a favore dei “ricchi” ovvero dei redditi più elevati.
A me era sembrato strano che prestigiose istituzioni si fossero abbassate al livello dell’usciere della sede del M5S ed ero andato a scaricare le Note consegnate in audizione per scoprire che non era vero niente. Anzi l’operazione a favore di quella fascia di redditi veniva descritta come un recupero molto parziale del fiscal drag, che invece era stato recuperato – addirittura con qualche cosa in più – dalle manovre precedenti per quanto riguardava i redditi fino a 32mila euro.
Ma l’equivoco era diventato (come si dice oggi) “virale” dopo una dichiarazione del ministro Giancarlo Giorgetti che attribuiva a coloro che hanno il potere di farlo (e cioè le istituzioni audite) di aver “massacrato” il governo proprio per le misure di carattere fiscale che tuttavia il ministro difendeva in nome della tutela dei redditi medi. Il fatto che il ministro riconoscesse una critica (inesistente) divenne un assist enorme per le opposizioni e i loro paraninfi dei media e dei talk show all’insegna dell’accusa al governo di difendere i “ricchi” a cui dalla maggioranza si rispondeva sostenendo che chi guadagna circa 2mila euro netti al mese non può considerarsi ricco.
In sostanza veniva avanti un dibattito sul sesso degli angeli, senza capo né coda, perché il problema vero era quello di considerare, per quanto riguarda l’equità, non solo l’operazione prevista per il 2026, ma gli effetti prodotti negli ultimi anni dopo la pandemia.
Upb e Istat: cosa dicono davvero i numeri
Come aveva sottolineato l’Upb in audizione gli interventi disposti nel periodo 2022-25 avevano più che compensato, nel complesso, l’impatto negativo esercitato sui redditi medio bassi delle famiglie dal drenaggio fiscale e dall’erosione dei trasferimenti stessi, ciò a scapito di quelli medio alti con evidenti differenze di trattamento tra categorie di contribuenti specie per i lavoratori dipendenti.
Come si era determinato l’equivoco? Nella Memoria consegnata dall’Upb in audizione della Commissioni Bilancio riunite erano contenute delle esemplificazioni di profili professionali e dei relativi benefici derivanti dalla revisione dell’aliquota intermedia. Nell’ambito dei lavoratori dipendenti, il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro. In termini di aliquota media la riduzione risulta compresa fra 0,1 punti percentuali degli operai e 0,4 di impiegati e lavoratori autonomi in tassazione ordinaria.
Sarebbe stato sufficiente ripescare la Memoria presentata dall’Upb l’anno scorso riferita al bilancio del 2025 per vedere la complementarietà dei due interventi. Nel complesso, era scritto, l’analisi degli effetti distributivi mostra una concentrazione dei benefici sul lavoro dipendente, con impatti differenziati per categoria professionale. Gli operai ricevono un beneficio medio di 692 euro, pari al 4,1 per cento del reddito, mentre per gli impiegati il vantaggio si attesta a 766 euro, corrispondente al 2,4 per cento del reddito. I dirigenti, i pensionati e i lavoratori autonomi registrano benefici più contenuti, rispettivamente di 280, 118 e 165 euro. Come si vede gli importi sono mediamente più elevati perché lo stanziamento complessivo era maggiore dei 2,7 miliardi previsti per il 2026, ma la loro dinamica era inversamente proporzionale.
Questo equivoco – i cui effetti ancora rimbalzano in qualche campagna elettorale – ha un’ulteriore spiegazione poco edificante per la maggioranza. Il 6 novembre a presenziare alle audizioni paludate di Istat, Upb e Banca d’Italia davanti alle Commissioni riunite del Bilancio non era presente nessun parlamentare della maggioranza, ma solo quelli di opposizione.
Persino la seduta era stata presieduta dai vice presidenti delle opposizioni al Senato e alla Camera. Si spiega così un interesse politico ad interpretare in un’ottica il più possibile negativa l’esposizione delle Memorie, da cui il governo e la maggioranza non hanno saputo difendersi adeguatamente, facendosi intrappolare nel dibattito un po’ singolare su quale sia il livello di reddito per cui si è ricchi o poveri.
La detassazione al 5% tra limiti strutturali e disparità di trattamento
È bene ricordare, in proposito, che da anni – durante e dopo la pandemia – i percettori di redditi superiori a 35mila euro sono stati dichiarati ricchi per legge e sottratti a tutti i benefici erogati, benché questi contribuenti, pari al 14% del totale versino più del 60% del gettito Irpef. L’aver scambiato “lucciole per lanterne” in materia di aliquote fiscali ha distolto l’attenzione su critiche ben più severe su altri punti. Per esempio sulla tassazione con aliquota del 5% sugli aumenti contrattuali del 2025 e 2026 a favore dei redditi fino a 28 mila euro. Secondo l’Upb la detassazione sugli incrementi retributivi da rinnovo dei contratti, sebbene risponda all’esigenza di contenere il prelievo sugli aumenti di reddito, presenta delle criticità. L’intervento determina un differimento temporale del prelievo più elevato, senza risolverlo strutturalmente.
D’altro canto, la riproposizione della misura lungo l‘intero arco della vita lavorativa sarebbe difficilmente praticabile, oltre a richiedere nuove coperture. L’intervento determina significative disparità di trattamento poiché esclude dalla platea dei beneficiari contribuenti in situazioni reddituali analoghe. Tali criticità – secondo l’Upb -sollevano dubbi sull’opportunità di affidare a interventi ad hoc temporanei la correzione di criticità strutturali dell’imposta sul reddito derivanti dall’aver affidato al sistema fiscale obiettivi di sostegno ai redditi che sarebbero più efficacemente perseguiti con altri istituti.
La platea di quanti avrebbero beneficio dall’imposta sostitutiva al 5 per cento sarebbe, secondo le simulazioni dell’UPB, di circa 2,1 milioni di lavoratori, con un risparmio d’imposta medio per contribuente pari a circa 208 euro. La Banca d’Italia ha messo in evidenza alcune difficoltà pratiche. Il testo – scrive – fa un generico riferimento a “incrementi retributivi […] in attuazione di rinnovi contrattuali” a fronte di una pluralità di voci che compongono la struttura retributiva disegnata dai contratti collettivi nazionali.
La platea di beneficiari è circoscritta ai titolari di reddito di lavoro dipendente di importo non superiore a euro 28.000, ma non viene specificato a quale anno fiscale si faccia riferimento. Infine, gli incrementi previsti dai contratti collettivi sono differenziati per lavoratori di diverso inquadramento; il sostituto d’imposta non include necessariamente al momento tale informazione nel CUD.
L’Istat esprime una valutazione più dettagliata cogliendo probabilmente il vero obiettivo di una norma siffatta: quello di incentivare una rapida chiusura delle trattative aperte (vedi i metalmeccanici) e di quelle che si apriranno nei prossimi mesi (visto che l’incentivo fiscale si limita al 2026). Questa misura, secondo l’Istituto, produce incrementi direttamente sulla retribuzione netta (un incremento lordo mensile di 80 euro si traduce in un beneficio pari a circa 15 euro). Con riferimento ai contratti seguiti direttamente dalla Rilevazione sulle retribuzioni contrattuali e integrando le informazioni provenienti dal Registro tematico del lavoro (i cui dati definitivi più recenti si riferiscono all’anno 2023), è possibile stimare parte della platea potenzialmente beneficiaria della misura.
Per il settore privato extra agricolo, i 58 CCNL considerati nella Rilevazione, direttamente osservati nel Registro tematico del lavoro, regolano circa 13,2 milioni di dipendenti, che scendono a circa 7,1 milioni se si considerano solo quelli con copertura contributiva (con lo stesso datore di lavoro) per tutto l’anno; tra questi, circa 4,1 milioni hanno un reddito inferiore a 28mila euro annui ossia la componente più stabile della forza lavoro e che fruirebbe pienamente del beneficio previsto.
Nei primi nove mesi del 2025 l’attività negoziale ha fatto registrare 16 rinnovi contrattuali nel settore privato; la quota di dipendenti in attesa di rinnovo è ancora elevata nel comparto industriale (52,8%) – soprattutto a causa del mancato rinnovo del contratto nazionale della metalmeccanica scaduto da oltre un anno – ed è decisamente più contenuta nel settore dei servizi privati (7,8%). Rispetto agli accordi rinnovati nel 2025 si avrebbero circa 760mila dipendenti beneficiari, tra i quali circa 600mila regolati dai CCNL dell’edilizia, della logistica e dei servizi di pulizia; in particolare, per questi ultimi i circa 224mila beneficiari rappresentano il 95% dei dipendenti presenti tutto l’anno.
A questa platea si potrebbe aggiungere una parte dei dipendenti regolati dai CCNL che risultano a oggi scaduti o che scadranno tra ottobre 2025 e la fine del 2026, per i quali l’ampiezza del beneficio rifletterebbe la collocazione temporale del rinnovo. Se si considerano i dipendenti regolati dai CCNL che a settembre 2025 risultano già scaduti, alla platea precedente si aggiungerebbero ulteriori 760mila beneficiari (di cui circa 546mila metalmeccanici e 120mila dipendenti regolati dai CCNL delle telecomunicazioni e delle case di cura).
Ulteriori 394mila beneficiari potrebbero derivare dai contratti che scadranno entro il 202616; tra questi, 215mila sono disciplinati dal CCNL dei servizi socio-assistenziali (Lega delle cooperative), rappresentando il 96% dei dipendenti stabili del contratto, e quasi 120mila dai CCNL della gomma e plastica e del legno. L’articolo 4 del ddl esclude invece dalla platea dei beneficiari i dipendenti regolati dai CCNL sottoscritti prima del 2025 e in vigore a tutto il 2026, che si concentrano nei CCNL del commercio, grande distribuzione, pubblici esercizi, turismo e studi professionali. Queste considerazioni aggiungono parecchi dubbi sulla portata dell’operazione di cui nessuno parla perché gradita ai sindacati.