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Giappone, Takaichi prepara la svolta da 2.300 miliardi di dollari: AI, chip e difesa per tornare potenza globale

Il Giappone prepara un piano da 2.300 miliardi di dollari di investimenti pubblico-privati entro il 2040. La strategia della premier Sanae Takaichi punta su AI, semiconduttori, robotica, spazio e difesa per rafforzare crescita, autonomia tecnologica e sicurezza economica. Ma i rischi non mancano, dal debito pubblico alla dispersione delle risorse

Giappone, Takaichi prepara la svolta da 2.300 miliardi di dollari: AI, chip e difesa per tornare potenza globale

Il Giappone vuole tornare grande. Non solo più ricco, non solo più competitivo ma più autonomo, più tecnologico, più armato sul piano industriale e finalmente (secondo alcuni correnti del Paese) più militare. Il governo guidato da Sanae Takaichi prepara una nuova strategia di crescita che punta a mobilitare circa 370.000 miliardi di yen di investimenti pubblici e privati entro il 2040, pari a circa 2.300 miliardi di dollari. Una cifra enorme, destinata a ridisegnare il rapporto tra Stato, imprese e sicurezza nazionale.

Il piano, anticipato dal Nikkei e rilanciato da Reuters, ruota attorno a 17 settori strategici. Dentro ci sono intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica, spazio, quantistica, cybersicurezza, energia, farmaceutica avanzata, cantieristica, materiali critici e difesa. È il vocabolario della nuova politica industriale giapponese, ma anche il lessico di un mondo più instabile, in cui la crescita economica non si separa più dalla sicurezza.

Per Takaichi, la “lady di ferro” di Tokyo, la sfida è usare la spesa pubblica come leva per sbloccare capitali privati. Il governo vuole indicare le priorità, costruire filiere nazionali, ridurre le dipendenze dall’estero e trasformare alcune tecnologie decisive in motori di crescita. Non è un semplice pacchetto di incentivi. È un tentativo di riportare il Giappone al centro della competizione globale.

La nuova mappa della potenza giapponese

La strategia nasce nel Consiglio per la crescita del Giappone, l’organismo creato dal governo Takaichi per definire la traiettoria economica del Paese. Nella terza riunione, tenuta il 10 marzo presso l’ufficio del primo ministro a Tokyo, il Consiglio ha indicato i “17 settori strategici” su cui concentrare il sostegno pubblico-privato e ha presentato una bozza della “roadmap degli investimenti pubblico-privati“. Il Giappone non vuole così più inseguire le grandi trasformazioni tecnologiche, ma vuole scegliere dove stare e con quali strumenti. I settori sono stati selezionati tenendo insieme tre obiettivi: ridurre i rischi per la sicurezza economica, conquistare mercati esteri e puntare su tecnologie ad alto contenuto innovativo. Tokyo vuole finanziare ciò che può servire al Pil, alle imprese e alla sovranità tecnologica.

È un ampio perimetro. AI ai semiconduttori guidano la lista, ma la strategia abbraccia anche digitale, cybersicurezza, telecomunicazioni, quantistica, spazio, oceano, cantieristica, bioeconomia, farmaci avanzati, fusione nucleare, tecnologie alimentari, logistica portuale, contenuti e difesa. È una mappa industriale che somiglia a una mappa geopolitica. Ogni settore non viene visto soltanto come mercato, ma come pezzo di autonomia nazionale.

Dentro questa architettura, il governo punta a una roadmap capace di accompagnare gli investimenti fino al 2040. L’iniziativa, da circa 370.000 miliardi di yen, dovrebbe essere presentata già la prossima settimana e concentrarsi su aree come intelligenza artificiale, semiconduttori e sviluppo spaziale. Secondo il Nikkei, Tokyo starebbe valutando anche un quadro di bilancio pluriennale e strumenti finanziari dedicati. Tra questi figurano i possibili “bridging bonds”, obbligazioni ponte pensate per coprire esigenze temporanee di finanziamento e agganciate a specifiche fonti di rimborso. Per un governo già gravato da un debito pubblico molto elevato, non è un dettaglio tecnico: servirebbero a sostenere l’avvio del piano provando a mantenere aperto il messaggio della disciplina fiscale. La scommessa è far partire la macchina pubblica senza schiacciare quella privata, anzi convincendola a muoversi nella stessa direzione

AI robot e chip, il cuore tecnologico del piano

Il capitolo più importante riguarda AI e semiconduttori. Nei documenti del governo, la priorità viene data alla “physical AI”, in particolare agli “AI robot”. Non si parla solo di software o modelli generativi, ma di intelligenza artificiale applicata al mondo fisico: macchine capaci di leggere l’ambiente, muoversi, prendere decisioni operative e svolgere compiti concreti nelle fabbriche, nella logistica, nella manutenzione, nella cura, nella protezione civile e nei servizi.

Tokyo vede in questa trasformazione una finestra storica. Il mercato globale degli AI robot, secondo le stime contenute nella roadmap, potrebbe espandersi rapidamente intorno al 2030 e arrivare a circa 60.000 miliardi di yen nel 2040. Il Giappone punta a conquistarne oltre il 30%, ritagliandosi un mercato da 20.000 miliardi di yen e posizionandosi come terzo polo accanto a Stati Uniti e Cina.

Il vantaggio giapponese sta nella sua storia industriale. Il Paese ha già una presenza fortissima nella robotica industriale e nei componenti chiave, dai motori ai riduttori, dai sensori alle batterie. La roadmap punta a trasformare questa base manifatturiera in una nuova filiera dell’AI fisica, unendo hardware, software, dati di fabbrica, capacità di progettazione e produzione di massa. L’obiettivo non è creare robot da laboratorio, ma portarli nei processi produttivi e nei servizi reali.

Il discorso vale anche per i chip. Il Giappone, che un tempo deteneva circa metà del mercato mondiale dei semiconduttori, oggi ha una quota molto più ridotta. Takaichi vuole invertire la rotta. Tokyo punta a portare le vendite dei semiconduttori prodotti nel Paese a 15.000 miliardi di yen entro il 2030 e a 40.000 miliardi entro il 2040. Al centro non ci sono solo i chip più avanzati per i data center, ma anche sensori, microcontrollori, memorie, componenti analogici e semiconduttori destinati a robot, auto, droni e automazione industriale.

La parola chiave è “System to Silicon“. Il governo vuole rafforzare la capacità di partire dalle esigenze concrete delle applicazioni industriali e risalire fino alla progettazione dei chip. Ed è qui che Tokyo prova a giocare la sua partita: non competere soltanto sulla potenza di calcolo pura, ma sull’integrazione tra semiconduttori, macchine, controllo, sensori e sistemi intelligenti.

La difesa entra nella strategia della crescita

La svolta industriale giapponese non può essere separata dalla nuova postura sulla difesa. Nei 17 settori strategici entra anche l’industria militare, con un’attenzione specifica ai piccoli velivoli senza pilota, alle navi e alle tecnologie dual use. È un passaggio politicamente sensibile, perché arriva mentre il governo Takaichi ha già incrinato uno dei tabù più profondi del dopoguerra: l’export di armamenti letali.

Per decenni il Giappone ha costruito la propria identità internazionale attorno all’articolo 9 della Costituzione, la clausola pacifista nata dopo la Seconda guerra mondiale che sancisce la rinuncia alla guerra come diritto sovrano e all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Quel pilastro non viene cancellato ma la cornice politica attorno a cui viene interpretato sta cambiando in modo sempre più evidente.

Tokyo ha infatti rivisto le regole sul trasferimento di equipaggiamenti di difesa, aprendo alla possibilità di vendere all’estero missili, navi da guerra, droni armati, aerei militari e altri sistemi prima esclusi. La premier Takaichi ha difeso la scelta sostenendo che, “in un contesto di sicurezza sempre più severo, nessun paese è più in grado di garantire da solo la pace e la sicurezza del proprio territorio”. La premier ha anche assicurato che “non vi è alcun cambiamento nel nostro impegno a preservare il cammino e il principio fondamentale come nazione pacifica che abbiamo seguito per oltre 80 anni dal dopoguerra”.

Nei documenti del governo, i piccoli droni vengono descritti come equipaggiamenti sempre più importanti per le “nuove modalità di combattimento”. L’obiettivo è costruire una base produttiva nazionale, ridurre la dipendenza da fornitori esteri e sviluppare tecnologie utilizzabili sia in ambito civile sia militare. La formula è quella del circolo tra “difesa ed economia”: più investimenti, più capacità produttiva, più cooperazione con alleati e Paesi partner, più possibilità di conquistare anche mercati esteri civili.

In questo quadro si capisce meglio anche il peso di accordi come quello con l’Australia sulle fregate multiruolo e l’interesse delle Filippine per equipaggiamenti giapponesi. Il Giappone non sta soltanto aggiornando una normativa. Sta cercando di entrare nel mercato strategico della sicurezza indo-pacifica, mentre le tensioni con la Cina, il nodo Taiwan e le pressioni nel Mar Cinese Meridionale spingono molti alleati degli Stati Uniti a diversificare fornitori e capacità militari.

Il risultato è un equilibrio delicato. Tokyo non abbandona formalmente l’impianto pacifista, ma lo piega alle esigenze di un mondo più duro. L’articolo 9 resta in piedi, mentre attorno a quel pilastro cambiano il ruolo dello Stato, il peso dell’industria e la funzione delle Forze di autodifesa. La difesa non è più soltanto una necessità strategica: diventa una filiera da rafforzare, un mercato da allargare e una leva di politica industriale.

Una scommessa enorme, con rischi altrettanto grandi

La portata del piano misura l’ambizione di Tokyo, ma anche le sue fragilità. Secondo il Nomura Research Institute, la più grande società di ricerca e consulenza economica del Giappone, i 370.000 miliardi di yen ipotizzati per gli investimenti pubblico-privati fino al 2040 valgono circa il 56% del Pil nominale giapponese del 2025. È una cifra che può cambiare il profilo industriale del Paese, ma può anche esporlo a rischi pesanti.

Il primo è fiscale. Il Giappone convive già con un debito pubblico molto elevato. Se la quota statale degli investimenti sarà troppo ampia e se i capitali privati non seguiranno, la strategia potrebbe lasciare in eredità soprattutto nuovo debito. Se invece il piano farà troppo affidamento sulle imprese, il rischio opposto è che una parte degli obiettivi resti sulla carta, trasformando la roadmap in un esercizio ambizioso ma incompleto. C’è poi il problema delle priorità. Diciassette settori sono tanti. Troppi, secondo l’analisi critica di NRI, perché un perimetro così largo può rendere meno chiara la gerarchia degli interventi e disperdere le risorse. Nel piano convivono tecnologie di frontiera come AI, semiconduttori e quantistica, industrie tradizionali come la cantieristica, comparti di sicurezza come difesa e resilienza territoriale, e settori legati alla transizione energetica. La domanda è se il governo riuscirà davvero a dare coerenza a questa costellazione.

Un altro rischio riguarda l’efficienza economica. Spingere la produzione nazionale per ragioni di sicurezza può rafforzare l’autonomia, ma può anche rendere più costosi alcuni beni, ridurre il ruolo del commercio e appesantire i consumatori. NRI segnala inoltre un’assenza significativa: il turismo inbound, nonostante nel 2025 abbia raggiunto circa 9.500 miliardi di yen di domanda e continui a crescere, non compare tra i 17 settori strategici.

La partita quindi non è solo spendere di più. È spendere meglio. Takaichi vuole un Giappone capace di produrre chip, robot, droni, navi, razzi, batterie, tecnologie quantistiche e sistemi digitali sicuri. Vuole un Paese meno dipendente, più presente nei mercati globali e più attrezzato dentro la competizione dell’Indo-Pacifico. Ma il successo dipenderà dalla capacità di trasformare i grandi numeri in cantieri veri, imprese competitive e domanda reale.

Il Giappone ha già conosciuto stagioni di politica industriale potente. Ora prova a riaprirne una nuova, con un’ambizione che guarda al 2040 e con una premier decisa a lasciare il segno. La scommessa è enorme: usare Stato e capitale privato per riportare Tokyo nella stanza dove si decide la prossima leadership tecnologica mondiale.

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