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Decreto Ucraina: dalla Lega che frena sull’invio di armi al rischio di franchi tiratori, ecco perché è una grana per destra e sinistra

La guerra in Ucraina divide l’Italia: destra e sinistra si scontrano sull’invio di armi e sulle risorse disponibili. Per uscire dal blocco, l’Italia deve scegliere tra una deterrenza europea più forte o una pace basata sul dialogo e sulla diserzione bellica

Decreto Ucraina: dalla Lega che frena sull’invio di armi al rischio di franchi tiratori, ecco perché è una grana per destra e sinistra

Entrambi gli schieramenti, destra e sinistra, hanno un importante problema riguardo la guerra in corso in Ucraina. A questa dovrebbero fornire materiale bellico per sostenere i combattimenti contro l’aggressore russo, visto che tuttora la guerra continua a provocare morti, feriti e distruzioni.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si era impegnata, a livello europeo, a inviare armi all’Ucraina, mentre ha assunto una posizione contraria riguardo il possibile invio di nostri soldati, una volta che la guerra cesserà.

Spesa militare: quanto può sostenere l’Italia l’Ucraina?

Ma abbiamo le risorse per aiutare l’Ucraina? L’aumento delle spese per la difesa non imporrà rinunce sulle altre voci di bilancio, dalla sanità alla scuola e al welfare, perché sarà subordinato all’uscita anticipata dalla procedura per disavanzi eccessivi. In tale situazione si applica una “clausola di salvaguardia nazionale” che consente un aumento della spesa in difesa a tassi contenuti, con una restituzione del prestito più avanti nel tempo.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ricorda che “l’Eurostat certificherà un deficit italiano 2025 inferiore al 3% del Pil in base ai dati di consuntivo attesi dall’Istat a marzo”. In virtù della clausola prima indicata, sarà tollerata una crescita della spesa più ampia di quella concordata nel Piano di bilancio. Il Documento di economia e finanza prevede un aumento massimo della spesa della difesa pari allo 0,15% del Pil nel 2026, per arrivare allo 0,5% nel 2028.

Il nodo politico: la Lega blocca l’invio di armi

Ciò premesso, per il governo l’invio di armi crea un problema poiché la Lega si è già dichiarata contraria. E pensare che la guerra continua a creare tanta sofferenza agli ucraini. Sarebbe, quindi, urgente decidere sull’invio. Il tempo, tuttavia, per approvare il decreto si è allungato perché il governo, oltre ad essere impegnato nella Finanziaria, dovrà cercare di superare la posizione contraria della Lega.

Il senatore Borghi ha perseguito la trattativa con gli altri componenti del governo. Si partiva dal vecchio decreto, utilizzato negli anni passati, ma l’obiettivo era evitare l’invio di forniture militari. Il gruppo di lavoro condotto da Borghi ha convenuto che le priorità sono gli aiuti civili, sanitari e di difesa, essendo questi il modo migliore per dare l’idea di un cambio di rotta. Il senatore Borghi si è detto soddisfatto della mediazione, ma ha subito fatto sapere che non pensa di approvare il decreto al Senato.

La Sinistra divisa sull’Ucraina

La Sinistra, d’altro canto, ha al suo interno molti esponenti dei partiti che rifiutano l’invio di armi all’Ucraina, da Giuseppe Conte, leader dei Cinque Stelle, ai componenti di Avs. Ma non mancano, anche all’interno del Pd, vari esponenti che non ritengono giusto inviare armi.

L’onorevole Guerini sostiene, sul Foglio, che “il decreto nella sostanza conferma gli aiuti militari, con buona pace della Lega. Il balletto dei giorni precedenti alla sua approvazione è stata la parodia di una seria discussione politica, ancora più grave perché fatta sulla testa di un popolo aggredito”. Il decreto in questi giorni è stato approvato. La nuova discussione in Parlamento dovrà svolgersi entro due mesi, in occasione della conversione in legge del decreto. Bisogna vedere quanti saranno i “franchi tiratori”, visto che è diffuso tra deputati e senatori il rifiuto di consegnare nuove armi all’Ucraina. Speriamo che almeno una tregua cambi le prospettive.

La tendenza a non inviare armi tende a favorire la Russia, paese che ha intrapreso la guerra. Una scelta che premia l’invasore, il soggetto forte che anche Donald Trump di fatto premia, riservando a Putin un atteggiamento conciliante, salvo qualche uscita volta a esprimere la sua impazienza per una pace che tarda ad arrivare, mentre gli attacchi russi risultano sempre più frequenti, creando, come si è già ricordato, distruzioni e morti tra gli ucraini.

Due soluzioni per uscire dalla crisi: deterrenza e pace

Per superare questa situazione si prospettano due strade, da percorrere anche assieme. La prima è creare una deterrenza, ovvero armarsi per scoraggiare ogni aggressione. In particolare, la deterrenza consiste nel predisporre misure tali per cui il nemico, in vista delle conseguenze di un suo attacco, sia dissuaso dal metterlo in atto. I paesi europei, collegati alla Nato, si sono impegnati ad arrivare al 5% del Pil per la difesa e la sicurezza entro il 2035, cifra che include spese militari (3,5%) e quelle di sicurezza, quali cybersicurezza e infrastrutture (1,5%). Un obiettivo che rappresenta un notevole incremento rispetto alle attuali percentuali, ma lontano dalle quote di spese militari globali coperte dalla Nato. Il limite di questo impegno è che vi sono tanti segmenti nazionali di riarmo, quando sarebbe opportuno mettere insieme le forze armate europee, creando su questo intervento un comando unificato. Si potrebbe anche partire con alcuni Stati, i “volenterosi”, ad esempio.

Questo tentativo di mettere in comune la difesa dell’Europa ricorda quanto è successo nei primi anni Cinquanta, dopo l’attuazione della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), un’idea tramontata in poco tempo per il fresco ricordo della guerra e per l’opposizione diffusa tra la popolazione.

La seconda strada prospettata è la necessità della ricerca della pace. “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante”. Il Santo Padre invita tutti ad accoglierla e a diventarne testimoni. La pace è un dono che va salvaguardato.

Andrea Riccardi (Comunità di Sant’Egidio) ricorda che “le classi politiche sorridono gentili e cortesi davanti al Papa, ma non colgono il suo messaggio forte, diretto e inequivocabile: parlare di pace sembra intelligenza con il nemico. Ma non è così!”. Forse qualcosa si sta muovendo.

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