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Davos 93: quando Amato disertò il Forum

UNA TESTIMONIANZA DELL’AMBASCIATORE ANTONIO BADINI – Vent’anni fa l’Italia veniva considerata un sorvegliato speciale dalla comunità internazionale e l’allora premier Giuliano Amato rifiutò l’invito a Davos mandando a rappresentarlo il suo consigliere diplomatico che ora racconta a FIRSTonline come andò

Davos 93: quando Amato disertò il Forum

DAVOS 1993: QUANDO AMATO DISERTO’ IL FORUM
Il RICORDO DELL’AMBASCIATORE BADINI

Nel ’93 – così come oggi – l’Italia era guardata dal gotha dell’economia mondiale che si riunisce ogni anno a Davos come un sorvegliato speciale da maneggiare con cura. Allora i problemi erano altri, la lira era vittima della speculazione e il cammino delle privatizzazioni era ancora lontano dall’essere concluso. A Palazzo Chigi sedeva Giuliano Amato che ricevette dal professore Klaus Schwab l’invito a spiegare a davos quali erano le sfide che attendevano il nostro Paese. Ma Amato disertò il Forum inviando in Svizzera il suo consigliere per gli affari internazionali, ambasciatore Antonio Badini, il protagonista della lunga notte di Sigonella quando era il consigliere diplomatico di Bettino Craxi nell’86.

“Partecipai al forum di Davos nel gennaio del 1993 – ricorda Badini – ero consigliere per gli Affari Economici Internazionali a Palazzo Chigi, con l’incarico, tra l’altro di « Sherpa », ossia colui che prepara i vertici dei Paesi piu’ industrializzati, allora il G.7. Ricordo che Schwab, l’anfitrione-animatore di Davos mi accolse fra il curioso e il sorpreso. Chiaramente egli si aspettava il Presidente del Consiglio, allora Giuliano Amato che pero’non ci penso’ nemmeno un secondo a declinare l’invito, credo a ragion veduta”. In quegli anni, rievoca sempre Badini, il Governo era sollecitato a intraprendere riforme «radicali » ma con un bersaglio differente rispetto all’obbiettivo di oggi della riduzione del deficit di bilancio.

In quel tempo il parametro erano le privatizzazioni o almeno lo smantellamento dei nostri « campioni nazionali », a partire dall’IRI . “Schwab – osserva Badini – beffardamente, mi chiese se ne ero consapevole e mi lancio’ la sfida di non essere reticente e di approfittare del’informalità degli incontri. All’orecchio mi bisbiglio’ che erano presenti grossi esponenti della finanza spingendomi ad interessarli al patrimonio industriale pubblico dell’Italia. Ovviamente non seguii quel consiglio poiché chi a quel momento seguiva la questione da vicino, oltre beninteso ad Amato, era Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro e Vice Sherpa per le questioni finanziarie. Non ci misi molto a capire che ero guardato a vista da alti dirigenti delle piu’ grosse società americane di « due diligence »,tra cui « Salomon Brothers » e « Goldman Sachs » dove mi sembra di ricordare fini’ Mario Draghi, facendo peraltro bene”.

L’inviato di Amato se la cavò comunque bene parlando però del recupero di produttività, cioé la « Supply side » piuttosto che di sostegno alla domanda. “Trovai conforto in questa mia cautela – sottolinea l’ex diplomatico – da Salvatore Carrubba allora direttore del 24Oore. Insomma non mi sentivo fiero di dimostrare la prontezza alla « svendita » dei nostri gioielli, come poi successe con il Nuovo Pignone e la S.I.V. proprio per provare che intendevamo bene la moral suasion degli americani”. Ma Badini ad oltre 20 anni di distanza critica quella “atmosfera falsamente amichevole e pericolosamente confidenziale”. “Da allora – aggiunge – ho sempre dubitato della serietà dei propositi che un po’ goliardicamente si scambiano i VIP del mondo, nell’atmosfera surreale delle serate di Davos”.

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