Andrea Garnero e Lorenzo G. Luisetto, in un recente articolo su Lavoce.info, riportano e commentano una notizia che non ha ricevuto, fino ad ora, il rilievo mediatico che meriterebbe. L’Agcm (l’Antitrust) ha avviato un‘istruttoria su un possibile accordo di cartello nel mercato del lavoro, che potrebbe costituire un precedente per chiarire che la concorrenza va tutelata non solo nei confronti dei consumatori, ma anche dei lavoratori.
Per la prima volta, infatti, l’Autorità interviene esplicitamente su un sospettato accordo di cartello nel mercato del lavoro, ipotizzando che alcune imprese abbiano coordinato i propri comportamenti per limitare la concorrenza nell’assunzione di personale qualificato. L’istruttoria per presunto cartello nel mercato del lavoro riguarda le società emiliane del packaging. Akkodis Italy, Coesia, G.D, I.E.M.A., I.M.A., S.I.A., SPAIQ, veri e propri giganti del settore a livello internazionale.
L’’istruttoria nasce – secondo il comunicato di Agcm – dalla denuncia, attraverso la piattaforma di whistleblowing, dell’esistenza di accordi – formali o informali – volti a impedire la sottrazione reciproca di lavoratori impiegati in attività di validazione di macchine automatiche. I validatori con molti anni di esperienza che desiderassero di passare ad un’impresa come IMA, ritenuta più appetibile dal punto di vista professionale, riceverebbero un rifiuto “…con la motivazione che non possono essere assunti da una determinata azienda di provenienza…”.
Gli accordi di no-poaching è la loro opacità
Un elemento particolarmente problematico degli accordi di no-poaching è la loro opacità. Operano “alle spalle” dei lavoratori, che spesso non sono consapevoli del motivo per cui la loro candidatura viene respinta. Proprio per questo, l’intervento dell’autorità pubblica diventa essenziale: senza intervento dell’Antitrust, queste pratiche rischiano di rimanere invisibili e quindi incontestate. Il perimetro dell’intesa denunciata potrebbe riguardare anche figure professionali diverse dai validatori. In pratica, si tratterebbe di uno di quei casi in cui le aziende si impegnano a non assumere personale dei concorrenti.
Se l’istruttoria dovesse confermare l’esistenza di un cartello -scrivono gli autori – il caso potrebbe costituire un precedente importante, chiarendo che la concorrenza va tutelata non solo nei confronti dei consumatori, ma anche dei lavoratori. Anche qualora non si arrivasse a una sanzione, il semplice fatto di aver acceso i riflettori su queste pratiche potrebbe produrre un effetto di deterrenza e stimolare una riflessione più ampia sulle regole che governano la mobilità del lavoro. Anche perché in materia esiste un’ampia casistica a livello internazionale. L’azione dell’Antitrust prende le mosse da una sanzione della Commissione europea a Delivery Hero e Glovo per un insieme di pratiche collusive, tra cui un accordo di non sottrazione reciproca dei dipendenti.
Diversi altri casi sono arrivati, invece, all’attenzione delle autorità nazionali: per esempio, in Belgio, Francia, in Portogallo, compreso uno pendente presso la Corte di giustizia europea che tocca i calciatori, la Catalogna e in diversi altri. Negli Stati Uniti, l’attenzione antitrust al lavoro ha una storia più lunga. Già all’inizio degli anni Duemila, il Dipartimento di giustizia intervenne contro accordi di non assunzione tra grandi imprese tecnologiche della Silicon Valley (famose sono le email che Steve Jobs inviava al Ceo di Google, Eric Schmidt al riguardo). In un paese come l’Italia, dove la mobilità professionale è già strutturalmente bassa, l’azione dell’Antitrust – concludono gli autori – può diventare un complemento importante delle politiche del lavoro. Difendere la concorrenza nel mercato del lavoro significa, in ultima analisi, difendere le opportunità di crescita, di innovazione e di benessere dell’economia nel suo complesso.
Che dire in conclusione? L’Antitrust ha meritoriamente aperto un altro campo di indagine su di una specie di racket della manodopera qualificata. La libera circolazione dei lavoratori è un presupposto di una società aperta e di un’economia libera. Ma queste pratiche sono un segnale dei tempi.
Crisi di manodopera qualificata e nuove distorsioni della concorrenza
La retorica catastrofista della Cgil e della sinistra, dominante sui media, insiste a raccontare un mondo che non esiste più o che divenuto marginale. Il classico ”esercito di riserva” ha ceduto il passo – per la prima volta nella storia – ad una grave crisi del mercato del lavoro sul lato dell’offerta determinata dal concorso di diversi fattori: la denatalità che ha ridotto il numero dei giovani, l’inadeguatezza dei percorsi di formazione, la mancanza di strumenti di politica attiva, l’atteggiamento protettivo del welfare familiare. Questi limiti scoraggiano anche gli investimenti delle aziende in nuove tecnologie perché non hanno il personale adeguato per gestirle e ammortizzarne il costo. Le aziende sottoposte ad istruttoria si trovano in Emilia Romagna, dove, secondo le stime della Confindustria regionale, si dovrà affrontare un deficit di personale stimato in oltre 300.000 lavoratori entro il 2028.
Per le aziende delle aree di Bologna, Ferrara e Modena, la difficoltà nel reperire profili tecnici e operai è quotidiana. La Confindustria ha lanciato il progetto “Se Scappi, Ti Assumo”, un’iniziativa che risponde in modo strutturato e immediato alla crescente domanda di manodopera extracomunitaria qualificata nel tessuto produttivo regionale. Rivolto ai responsabili HR e ai decisori aziendali, questo programma offre un canale diretto e supportato per colmare i vuoti di organico, garantendo un recruiting efficace e socialmente responsabile.
Eppure, secondo la Cgil dell’Emilia Romagna, è più interessante la parte del bicchiere vuota per metà. In una recente analisi della situazione economico/occupazionale del 2025 viene evidenziata una fase di stagnazione e “lavoro povero”, con una crescita lenta dell’economia regionale. Nonostante la tenuta occupazionale, il settore manifatturiero è in crisi, con un forte ricorso alla cassa integrazione (+11,4% fino a settembre 2025) e oltre 50 tavoli di crisi aperti.