La notizia di oggi, in mezzo a tensioni geopolitiche che non accennano per ora a placarsi, sono le prese di beneficio sulle materie prime. Il rally da record delle ultime settimane ha permesso agli investitori di fare il pieno di beni rifugio, ma più di uno nella seduta odierna ha deciso di passare all’incasso e dunque rifiata l’argento che però difende quota 90 dollari l’oncia, e ancora peggio fa il petrolio con il Brent che a Londra perde il 4,5% scendendo ben sotto i 64 dollari al barile, e il Wti crude di New York che cede quasi il 5% e passa dai 62 dollari della chiusura di mercoledì 14 gennaio ai 59 dollari al barile. L’oro invece limita i danni, confermando quota 4.600 dollari l’oncia.
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Wall Street alla riscossa sull’onda del tech e delle trimestrali bancarie
In questa cornice, si ravviva in compenso l’interesse sull’azionario e Wall Street cambia marcia dopo il fiasco di ieri: il Dow Jones incassa lo 0,6%, idem lo S&P 500 e il Nasdaq, quest’ultimo trainato dai titoli tech. In apertura di seduta statunitense viaggia subito ben intonata Nvidia col +2,4%, ma pure Tesla +1% e persino meglio ADM (Advanced Micro Devices, colosso informatico e dei data center) oltre il 5% e la società di semiconduttori di Taiwan che supera il 6% dopo l’ennesimo trimestre super. Negli Usa prosegue la raffica di trimestrali bancarie: oggi era il turno di Morgan Stanley che registra nel 2025 un utile record a 16,9 miliardi di dollari, sopra le attese (+26%). Meglio delle previsioni anche Goldman Sachs, che nel quarto trimestre offre ai propri azionisti un utile da 4,38 miliardi di dollari.
Brilla pure BlackRock, che chiude il 2025 con afflussi netti record per 698 miliardi di dollari e masse in gestione che raggiungono i 14.000 miliardi. I ricavi salgono a 24,2 miliardi (+19%), mentre l’utile operativo rettificato cresce del 18%. E infine qualche dato macro che non guasta mai: migliora il mercato del lavoro, con il numero dei lavoratori che per la prima volta hanno richiesto i sussidi di disoccupazione che diminuisce, nella settimana terminata il 10 gennaio, di 9.000 unità a 198.000, secondo quanto riportato dal dipartimento del Lavoro. Le attese erano per un dato a 215.000. Il dato della settimana precedente è stato rivisto da 208.000 a 207.000.
Europa così così, a Piazza Affari brilla ancora Tim e risorge Banco Bpm
L’Europa invece ha meno da dire, sempre più schiacciata da dinamiche finanziarie sulle quali tocca poco la palla. Tuttavia nel finale si riprende, a parte Parigi e Madrid che rimangono sotto la parità: Francoforte +0,4%, Londra +0,6%, e Piazza Affari che pure guadagna quasi mezzo punto percentuale e riavvicinandosi all’asticella dei 46.000 punti base. Protagonista di giornata a Milano, dopo la buona performance di ieri è ancora Telecom Italia che aggiunge un ulteriore 2%. Ma se è per questo c’è chi fa anche meglio: Prysmian sfiora il +5% spinta dai giudizi positivi degli analisti in vista della pubblicazione il mese prossimo dei risultati 2025.
“Ieri il management di Prysmian ha tenuto una pre-close call sul 2025 con analisti – spiegano da Intermonte -. Il messaggio complessivo è stato positivo, con fiducia nella capacità del gruppo di continuare a crescere nel mercato statunitense”. Si rilancia pure Lottomatica +2,5% e tra le banche riprende fiato Banco Bpm +2,15%. Intesa Sanpaolo +0,5%, Unicredit +1,3%. Male Mps -1,55% e Mediobanca -1,4%. Ma a guidare le perdite, e ha senso dato il capitombolo del petrolio, è Eni che dopo una serie di ottime sedute cala dell’1,65%. Saipem invece si difende: +0,18%.
Spread Btp Bund e euro/dollaro
Seduta a dir poco trionfale per lo spread Btp-Bund, che scende addirittura sotto i 60 punti base, per la prima volta dal 2008, diciotto anni fa, con il rendimento del nostro Btp decennale al 3,41%. Solo il 9 aprile scorso la forbice tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli di riferimento tedeschi era arrivata ad essere più che il doppio di oggi, sfiorando i 130 punti base. Poco prima dell’entrata in carica dell’attuale governo, a fine settembre 2022, lo spread aveva toccato i 250 punti base.
Proprio per celebrare questo il Ministero dell’Economia ha pubblicato una nota: “Dal 2022 al 2025 lo spread ha rappresentato un indicatore chiave della solidità italiana, con benefici evidenti per imprese, famiglie e finanza (…) Ciò è stato possibile grazie ai segnali di una crescita economica stabile dell’Italia e all’attenzione del governo al contenimento del debito e al rispetto delle regole di bilancio europee. Tutti fattori visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese”. In tutto questo, tuttavia, il Paese è più che mai impantanato nella palude della stagnazione e non si sta nemmeno provando a scuoterlo. Infine l’euro, che cede qualcosa rispetto al dollaro ma difende il cambio a 1,16.