La politica va in ferie e si prepara, alla ripresa, allo showdown dell’ultima legge di Bilancio della legislatura, portandosi appresso una seria di Report qualificati che fanno il punto sullo stato di salute del sistema produttivo e della società nel contesto di una situazione geopolitica non solo complicata ma senza precedenti. Abbiamo potuto consultare il XXV Rapporto dell’Inps, la Nota n. 1 dell’Upb, le statistiche dell’Istat, le Indagini rapide del Centro Studi della Confindustria. Assistiamo all’avvio del confronto tra le confederazioni sindacali e il complesso delle associazioni imprenditoriali sui temi del “giusto salario”, ogni parte raccolta in una posizione unitaria. Il contributo più recente viene dal Cnel, che insieme a UnionCamere, Istat, Istituto Tagliacarne e dicastero del Lavoro, ha licenziato il terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, nel quale viene approfondito uno dei principali problemi che caratterizzano oggi il mercato del lavoro italiano: la difficoltà di far incontrare le esigenze delle imprese con le competenze e la disponibilità delle persone in cerca di lavoro.
È una nota dolente sia per il governo (che non dispone di adeguate politiche attive del lavoro), sia per le organizzazioni sindacali che si sentono smentite dal mismatch nelle loro catastrofiche analisi del mercato del lavoro. Eppure questa emergenza di nuovo tipo incide profondamente sulla crescita dell’economia e sugli stessi investimenti produttivi perché le imprese – non disponendo del personale capace di governare le nuove tecnologie – continuano a seguire i precedenti modelli organizzativi. Nel primo semestre 2026 la difficoltà di reperimento del personale interessa il 44,8% delle entrate programmate, in diminuzione rispetto al 47,6% registrato nello stesso periodo del 2025. Nonostante il lieve miglioramento, il fenomeno continua a interessare trasversalmente gran parte dei comparti produttivi.
Le maggiori criticità si osservano nel settore delle costruzioni, dove quasi 6 lavoratori su 10 risultano di difficile reperimento (59,8%), seguito dalle industrie del legno e del mobile (59,6%) e dalle industrie metalmeccaniche ed elettroniche (55,0%). Tra i servizi permane una situazione particolarmente complessa nei servizi informatici e delle telecomunicazioni, unico comparto che registra un incremento della difficoltà di reperimento (50,6%). Al contrario, i comparti del commercio, del turismo e dei servizi operativi alle imprese mostrano una riduzione delle criticità rispetto al primo semestre 2025, pur mantenendo livelli di difficoltà ancora significativi.
Le maggiori criticità, inoltre, si concentrano tra le microimprese (1-9 dipendenti) e le piccole imprese (10-49 dipendenti), che registrano quote di difficoltà superiori alla media nazionale. Per queste realtà, la ricerca di personale risulta spesso più complessa sia per la minore capacità di attrarre candidati qualificati, sia per una più limitata disponibilità di risorse economiche e organizzative da destinare alle attività di selezione e recruiting.
Le difficoltà si riducono progressivamente nelle imprese di medie dimensioni (50-249 dipendenti), mentre raggiungono i livelli più contenuti nelle aziende con 500 o più dipendenti, dove la quota di entrate difficili da reperire rimane sensibilmente inferiore rispetto alle altre classi dimensionali. Le imprese più grandi possono infatti beneficiare di una maggiore notorietà sul mercato del lavoro, di percorsi di carriera più strutturati, di politiche retributive e di welfare generalmente più competitive e di una maggiore capacità di programmare il fabbisogno occupazionale nel medio periodo, elementi che favoriscono l’attrazione e la fidelizzazione delle risorse umane.

Rispetto al primo semestre 2025 si osserva un lieve miglioramento della capacità di reperimento in quasi tutte le classi dimensionali, coerentemente con la riduzione della difficoltà media registrata a livello complessivo. Nonostante ciò, il fenomeno continua a interessare una quota rilevante di assunzioni anche nelle imprese più strutturate, confermando come il disallineamento tra competenze richieste e disponibilità di lavoratori rappresenti un elemento di criticità trasversale al sistema produttivo italiano.
Le imprese prevedono 2,869 milioni di entrate lavorative nel primo semestre 2026, in diminuzione del 2,4% rispetto allo stesso periodo del 2025.
- Il settore dei servizi continua a rappresentare il principale bacino della domanda di lavoro, concentrando circa il 72% delle assunzioni previste; crescono soltanto i servizi turistici e i servizi alle persone, mentre gli altri comparti registrano una flessione.
- Tra i lavoratori stranieri aumenta il peso delle assunzioni nelle costruzioni, nel turismo e nell’industria metalmeccanica, confermando il ruolo della manodopera estera nei comparti con maggiori fabbisogni occupazionali. Nel settore industriale la quota percentuale sul totale dei lavoratori stranieri richiesti dalle imprese segna un incremento, passando dal 15,9% del primo semestre 2025 al 19% nel 2026: il comparto metalmeccanico (8,3%, +1,2 punti) e le industrie del tessile, abbigliamento, cuoio e calzature (3,3%, + 2 punti) registrano la crescita più elevata in termini percentuali delle assunzioni programmate. Si tratta di dati molto importanti che rendono testimonianza della presenza di lavoratori stranieri anche nei settori più qualificati. Anche considerando i soli lavoratori stranieri (Ue ed extra Ue), il settore dei servizi mantiene il ruolo di leader nelle assunzioni programmate con il 65,6% del totale, seppur in contrazione rispetto al primo semestre dell’anno precedente.
I comparti a maggiore fabbisogno sono quelli del turismo, alloggio e ristorazione (26,4% in aumento di più di 5 punti rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente), delle costruzioni (15,4% con incremento rispetto al primo semestre 2025 di 3,2 punti) e dei servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone (10,3% del totale ma in diminuzione rispetto ad un anno fa).
Le professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi continuano, infatti, a rappresentare il principale bacino di domanda, con 887 mila entrate programmate, pari a circa un terzo del totale ed un valore sostanzialmente invariato rispetto al primo semestre 2025 (+0,1%). Seguono gli operai specializzati, con 470 mila entrate che mantengono un ruolo centrale nel fabbisogno delle imprese pur registrando una lieve flessione (-1,7%). Rimane inoltre significativa la richiesta di professioni non qualificate (465 mila entrate) e di professioni tecniche (332 mila).
La riduzione delle assunzioni interessa soprattutto le professioni non qualificate, che segnano la contrazione più consistente in termini assoluti (29 mila entrate in meno rispetto al primo semestre 2025, pari a -5,8%), seguite dalle professioni tecniche (-15 mila; -4,4%) e dalle professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione (-9 mila; -5,6%). Anche gli impiegati e i conduttori di impianti, operatori di macchinari e conducenti di autoveicoli mostrano una moderata diminuzione della domanda, rispettivamente pari a -2,4% e -1,8%.
L’unico gruppo professionale che registra una crescita è quello degli amministratori, direttori e dirigenti, le cui entrate programmate aumentano del 7,8%, passando da 5 mila a 6 mila unità. Pur rappresentando una quota molto contenuta del totale delle assunzioni, questo incremento potrebbe riflettere il rafforzamento di alcune funzioni manageriali e organizzative all’interno delle imprese.
Nel quinquennio 2025-2029 il fabbisogno occupazionale complessivo è stimato tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori, a seconda dello scenario macroeconomico considerato.
- Circa tre quarti della domanda di lavoro futura interesseranno il settore dei servizi, con un ruolo centrale dei servizi alle persone, del commercio e della Pubblica Amministrazione.
- Nell’industria il principale fabbisogno continuerà a concentrarsi nelle industrie metalmeccaniche ed elettroniche, mentre le costruzioni manterranno un peso rilevante grazie agli investimenti programmati.


La principale criticità del mercato del lavoro italiano riguarda l’inattività più che la disoccupazione. Le differenze di genere tra i disoccupati sono infatti relativamente contenute, mentre tra gli inattivi il divario è molto più marcato: le donne con almeno 15 anni sono quasi 15 milioni, circa cinque milioni in più degli uomini, evidenziando un ampio potenziale di forza lavoro ancora inutilizzato.
- Le motivazioni dell’inattività cambiano con l’età. Tra i giovani prevalgono studio e formazione, mentre nelle età adulte assumono maggiore rilievo responsabilità familiari, scoraggiamento e altri fattori sui quali le politiche pubbliche possono intervenire.
- L’inattività femminile costituisce una criticità strutturale. Nelle età centrali della vita gli impegni familiari e di cura continuano a rappresentare il principale ostacolo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
L’offerta di lavoro: i disoccupati
I dati Istat dell’Indagine sulle Forze di Lavoro rivelano che nel 2025 la popolazione con più di 15 anni ha registrato oltre 24 milioni di occupati, 1,6 milioni di disoccupati e 25 milioni di inattivi. Valutando la composizione per genere, tra gli uomini a fronte di 13,9 milioni di occupati sono presenti 10,1 milioni di inattivi e 831mila disoccupati. Tra le donne, invece, le occupate sono 10,3 milioni, mentre le inattive raggiungono quasi i 15 milioni e le disoccupate sono 745 mila donne. Il quadro delineato conferma che il principale squilibrio non riguarda tanto la ricerca di impiego, quanto la permanenza fuori dal mercato del lavoro.
Per individuare i possibili bacini di offerta di lavoro è, pertanto, necessario guardare non solo ai disoccupati, ma soprattutto agli inattivi, analizzandone la composizione per genere, età e territorio, così da orientare in modo più efficace le politiche di attivazione.
Nell’anno 2025 i disoccupati sono leggermente più numerosi tra gli uomini (831 mila) rispetto alle donne (745 mila), ma le loro caratteristiche sono differenti. Tra gli uomini prevalgono gli ex occupati (467 mila), evidenziando una maggiore incidenza della perdita del lavoro. Anche tra le donne la componente più numerosa è costituita dalle ex occupate (330 mila); tuttavia, rispetto agli uomini, risulta più elevata la quota di persone provenienti dall’inattività (188 mila, pari al 25%, contro 150 mila, il 18% degli uomini) e di coloro che non hanno mai avuto un’esperienza lavorativa (226 mila, il 30%, contro 215 mila, il 26% degli uomini). Queste differenze indicano che, per la componente femminile, la disoccupazione è più frequentemente associata a difficoltà di accesso e di ingresso nel mercato del lavoro, oltre che alla perdita di un’occupazione.
