Sono passati dieci anni esatti da quel referendum che sconvolse il Regno Unito e scosse l’Unione europea. Era il 23 giugno 2016 quando gli elettori britannici votarono per lasciare l’Ue, aprendo una frattura destinata a cambiare gli equilibri politici, economici e istituzionali del continente. Dieci anni dopo, quella data non è più soltanto il ricordo di una consultazione clamorosa, ma uno spartiacque della storia europea contemporanea.
La Brexit ha spezzato un equilibrio, ha ridisegnato il ruolo internazionale di Londra e ha costretto l’Europa a guardare in faccia una domanda rimasta aperta per decenni: fino a che punto l’integrazione può convivere con l’idea assoluta di sovranità nazionale? A rendere ancora più simbolico l’anniversario è la nuova scossa politica arrivata da Londra con le dimissioni di Keir Starmer dopo quasi due anni a Downing Street, sesto premier britannico in dieci anni a lasciare l’incarico in anticipo. Anche il suo governo aveva provato a riavvicinarsi pragmaticamente a Bruxelles, con il cosiddetto “reset” dei rapporti con l’Ue: un segnale di quanto il divorzio europeo continui a pesare sulla politica britannica.
All’epoca, il voto fu raccontato come un terremoto improvviso. In realtà, quel risultato arrivava da molto lontano. Il rapporto tra il Regno Unito e l’Europa comunitaria era sempre stato segnato da diffidenza, convenienza e ambivalenza. Londra aveva guardato all’integrazione europea soprattutto come a un’opportunità economica, molto meno come a un progetto politico condiviso. La Brexit non fu quindi un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di una lunga tensione mai davvero risolta. Ma come si è arrivati a quella scelta? Per capirlo bisogna tornare indietro.
Perché si arriva alla Brexit? Dall’Impero all’Europa, una scelta mai pienamente accettata
Per capire il voto del 2016 bisogna tornare al dopoguerra. Il Regno Unito uscì dalla Seconda guerra mondiale tra i vincitori, ma profondamente indebolito. Le città erano state bombardate, le infrastrutture danneggiate, il debito verso gli Stati Uniti pesava sui conti pubblici e il nuovo ordine internazionale, costruito attorno a Onu, Nato e confronto tra Washington e Mosca, riduceva lo spazio d’azione delle vecchie potenze europee. A cambiare tutto fu soprattutto la decolonizzazione. L’indipendenza dell’India nel 1947 e quella della Birmania nel 1948 aprirono una fase destinata ad accelerare tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, con la perdita progressiva di gran parte dei territori in Africa e in Asia. In meno di vent’anni, il più vasto impero coloniale del mondo vide dissolversi buona parte della propria forza geopolitica. Anche il Commonwealth, immaginato come possibile erede dell’Impero, non riuscì a garantire a Londra la stessa influenza globale.
Il Paese entrò così in una crisi di identità internazionale. Non era più una potenza imperiale, ma non era neppure una potenza continentale pienamente integrata. Restava legato agli Stati Uniti, senza voler apparire subordinato a Washington, e rimaneva geograficamente europeo senza sentirsi del tutto parte del progetto politico europeo. Dentro questa ambiguità nacque il rapporto difficile con Bruxelles: utile per l’economia, scomodo per la sovranità, mai davvero vissuto come appartenenza naturale.
23 giugno 2016: il referendum che divise il Paese
Al referendum del 23 giugno 2016 il Regno Unito arrivò per scelta politica, non per automatismo storico. L’allora primo ministro David Cameron promise la consultazione per ricompattare il Partito conservatore, frenare la pressione degli euroscettici e togliere spazio all’avanzata dell’Ukip di Nigel Farage. Era convinto di poter vincere, forte dell’idea che, davanti alla scelta concreta, la maggioranza degli elettori avrebbe preferito restare nell’Unione Europea. Quel calcolo si rivelò sbagliato. Gli elettori britannici furono chiamati a decidere se restare o uscire dall’Ue. Vinse il Leave. Da quel momento la Brexit smise di essere uno slogan politico e divenne un processo istituzionale, economico e diplomatico complicatissimo. Il risultato colse molti osservatori di sorpresa, ma mise in luce fratture già profonde: sovranità, immigrazione, sfiducia verso Bruxelles, paura del declino e distanza crescente tra Londra e una parte del Paese.
La Brexit, però, non era stata definita con precisione. Dopo il voto, il Paese si trovò davanti a una domanda enorme: cosa significava davvero uscire dall’Unione Europea? La mancanza di un piano chiaro da parte del governo e dei sostenitori del Leave aprì anni di scontri politici interni. La Brexit diventò una parola elastica, usata da fazioni diverse per indicare obiettivi diversi. Nel frattempo, imprese e investitori restarono sospesi, in attesa di capire quali sarebbero state le nuove regole del gioco.
Il passaggio simbolico arrivò il 31 gennaio 2020 alle 23:00, quando il Regno Unito uscì ufficialmente dall’Unione europea. Le immagini della folla a Parliament Square, tra bandiere britanniche, cori e countdown, fissarono nella memoria collettiva il momento della separazione. Ma l’uscita politica non chiudeva la partita. La fine del periodo di transizione, il 31 dicembre 2020, avrebbe aperto la fase più concreta: quella delle nuove barriere, dei nuovi costi e del nuovo rapporto commerciale con il continente.
Brexit: dopo la rottura, più burocrazia e meno slancio
Dieci anni dopo il referendum, l’effetto domino temuto nel 2016 non si è verificato. Nessun altro Stato membro ha seguito la strada britannica. L’Unione europea, che molti immaginavano esposta a una crisi a catena, ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese. La Brexit è rimasta un caso britannico, non l’inizio della disgregazione europea.
Per Londra, invece, il dopo è stato più complesso. La sterlina crollò del 10% dopo la chiusura dei seggi nel giugno 2016, segnando la sua caduta più forte di sempre. Quel movimento fece aumentare il costo delle importazioni e alimentò uno shock inflazionistico che colpì le famiglie e le finanze pubbliche. Gli esportatori, che in teoria avrebbero potuto beneficiare di una valuta più debole, non riuscirono a trasformare quel vantaggio in una spinta duratura, anche perché l’incertezza frenava il commercio e le decisioni aziendali. Il rapporto con l’Unione europea è comunque rimasto centrale. Nel 2025, le esportazioni britanniche verso il blocco valevano 385 miliardi di sterline, pari al 41% di tutte le esportazioni del Regno Unito, mentre le importazioni dall’Ue ammontavano a 474 miliardi, il 49% del totale. Dieci anni prima, però, la quota delle esportazioni britanniche dirette verso l’Ue era al 48%: il legame commerciale non si è spezzato, ma si è assottigliato.
La differenza è che commerciare è diventato più difficile. Dalla fine del periodo di transizione, la crescita delle esportazioni di beni del Regno Unito ha rallentato rispetto a quella del G7. Gli esportatori si sono trovati davanti a più burocrazia, maggiori controlli e ritardi alle frontiere. Anche il peso britannico nel commercio mondiale si è ridotto: la quota del Regno Unito nelle esportazioni globali di beni è scesa dal 2,6% al 2,1% nel 2025. Nick Bloom, economista britannico dell’Università di Stanford, ha paragonato la situazione a un negozio che si sposta dal centro alla periferia: “Si rende più difficile raggiungere il negozio e tornare indietro, e non sorprende che la domanda diminuisca. Inoltre, si aumenta l’incertezza con le continue aperture e chiusure, e la gente non sa se il negozio è ancora aperto”.
L’incertezza ha colpito soprattutto gli investimenti. Secondo alcune stime, gli investimenti sono oggi inferiori di quasi il 18% rispetto a dove sarebbero stati con la permanenza nell’Ue, mentre la produttività risulta più bassa fino al 4%. John Springford, del Centre for European Reform, ha spiegato che “lo sciopero degli investimenti è iniziato nel 2016 ed è continuato fino al 2021-2022, per poi ricominciare a crescere una volta ristabilita la certezza sulle relazioni commerciali”. Il prezzo di quella pausa si è trasferito sulla produttività: meno capitale, meno attrezzature, meno capacità di crescere. La sua sintesi resta una delle più efficaci: “La Brexit è più una storia di stagnazione e di una lenta erosione che di recessione e aumento della disoccupazione”.
Il conto economico della Brexit
Dieci anni dopo il referendum, il bilancio economico della Brexit è pesante. Non c’è stato il crollo immediato evocato nelle previsioni più allarmistiche, ma il costo si è accumulato nel tempo. Charlie Bean, ex vice governatore della Banca d’Inghilterra, lo ha riassunto così: “Col senno di poi, abbiamo votato e il mondo non è precipitato immediatamente, quindi i sostenitori della Brexit possono dire che non valeva la carta su cui era scritto. Ma la valutazione a lungo termine era approssimativamente corretta. Siamo più poveri di quanto saremmo stati altrimenti”.
La sterlina non è mai tornata stabilmente sopra i livelli precedenti al voto. Subito dopo la chiusura dei seggi valeva quasi 1,50 dollari e 1,31 euro, oggi si muove intorno a 1,34 dollari e 1,15 euro. Per famiglie e imprese ha significato importazioni più care, viaggi all’estero più costosi e minore potere d’acquisto internazionale.
Il danno più profondo riguarda però la crescita mancata. L’Office for Budget Responsibility stima una perdita del 4% del reddito nazionale nell’arco di quindici anni. Un’analisi di Nick Bloom per il National Bureau of Economic Research indica un Pil pro capite inferiore del 6-8% rispetto a dove sarebbe stato senza Brexit. Alcune stime indicano inoltre che il nuovo assetto commerciale post-Brexit sia costato al Paese circa 90 miliardi di sterline di mancati introiti fiscali nel solo 2025. Bloom ha sintetizzato il quadro così: “Le statistiche sono molto chiare: il Regno Unito è cresciuto più lentamente dopo la Brexit rispetto a prima. È a causa della Brexit? Probabilmente. Non si può esserne assolutamente certi, ma non vedo altri fattori che possano aver creato questo divario tra il Regno Unito e gli altri paesi”.
Anche lavoro e immigrazione raccontano una realtà più complessa delle promesse del Leave. I salari reali sono cresciuti poco, l’occupazione risulta inferiore del 3-4% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Ue e l’immigrazione netta ha sfiorato il milione di persone nel 2023, con quasi il 90% degli arrivi da Paesi extra Ue. La Brexit doveva riportare il controllo dei confini, ma ha finito per cambiare soprattutto la composizione dei flussi: meno arrivi dall’Europa, più ingressi dal resto del mondo.
Non tutto, però, si è mosso nella stessa direzione. I servizi hanno retto meglio dei beni: tra il 2016 e il 2025 le esportazioni britanniche di servizi sono aumentate del 47% in termini reali e la quota del Regno Unito nel mercato mondiale dei servizi professionali ha raggiunto l’11,3%, vicino al 12,3% degli Stati Uniti. La City ha perso meno posti di lavoro del previsto, ma il peso del settore finanziario sul Pil britannico è sceso dal 9,4% del 2016 al 7,8% attuale.
Anche l’opinione pubblica si è spostata. Un sondaggio YouGov indica che il 57% dei britannici ritiene sbagliato il voto per la Brexit e il 55% sostiene il rientro nell’Unione europea. Dieci anni dopo, l’entusiasmo della rottura ha lasciato spazio a un ripensamento diffuso.
Italia e Regno Unito, il commercio ha retto ma il conto c’è
Per l’Italia, la Brexit non ha provocato il crollo temuto. Lo scambio commerciale con il Regno Unito ha retto meglio delle previsioni e si è stabilizzato sopra i 34 miliardi di euro l’anno. Giovanni Sacchi, direttore dell’Ice di Londra, ha spiegato che “i dati raccontano una storia di grande tenuta e maturità”, ricordando che alla vigilia del referendum si temeva un forte arretramento delle quote italiane nel mercato britannico. Nel 2025 l’Italia ha registrato un surplus commerciale record con il Regno Unito, pari a 19,4 miliardi di euro, grazie a esportazioni arrivate a 26,9 miliardi. La tenuta, però, non ha cancellato i costi. L’uscita dal mercato unico ha aumentato burocrazia, tempi e complessità per molte imprese, soprattutto nell’agroalimentare fresco, nelle filiere logistiche integrate e tra le Pmi. Dichiarazioni doganali, certificazioni sanitarie e nuovi adempimenti documentali hanno reso più difficile vendere Oltremanica.
Il colpo più visibile è arrivato sul lusso. Il venir meno del tax free ha penalizzato tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature, riducendo l’attrattività di Londra per i turisti internazionali. Secondo Sacchi, le vendite dei prodotti di lusso italiani sono oggi circa un terzo sotto i livelli del 2019. Il made in Italy, però, ha saputo adattarsi. Farmaceutica, meccanica strumentale, alimentare confezionato, bevande, design e arredamento hanno mostrato una forte capacità di tenuta. La Brexit ha alzato barriere e costi, ma non ha spezzato il legame economico tra Roma e Londra. Lo ha reso più selettivo, più complesso e più competitivo.
Dieci anni dopo, la Brexit non ha fatto crollare il Regno Unito, ma lo ha reso più solo, più costoso e meno dinamico. E ha ricordato a Londra che dall’Europa si può uscire, ma dal suo peso economico e politico molto meno.
