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Giappone, svolta storica: Tokyo apre all’export di armi e incrina il tabù pacifista

Via libera all’export di armi letali e addio a uno dei tabù più forti del Giappone del dopoguerra. La scelta del governo Takaichi segna un passaggio politico, industriale e strategico destinato a pesare ben oltre l’Asia orientale

Giappone, svolta storica: Tokyo apre all’export di armi e incrina il tabù pacifista

Per il Giappone è una cesura storica, una di quelle decisioni che cambiano il profilo di un Paese e riscrivono il senso di un’intera stagione politica. Il governo guidato da Sanae Takaichi ha approvato la revisione più profonda delle regole sulle esportazioni militari degli ultimi decenni, spalancando la porta alla vendita all’estero anche di armamenti letali. Missili, navi da guerra, droni armati, aerei militari, sistemi navali e altri equipaggiamenti che fino a oggi restavano di fatto fuori dal perimetro consentito possono ora entrare nel raggio d’azione dell’industria giapponese.

La decisione segna un allontanamento netto dall’impianto pacifista che aveva accompagnato Tokyo dal secondo dopoguerra. Non viene formalmente toccato l’articolo 9 della Costituzione, la clausola simbolo del Giappone del dopoguerra, quella che sancisce la rinuncia alla guerra come diritto sovrano e all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Ma il cambio di passo politico è evidente. Perché se il testo costituzionale resta intatto, la sua cornice interpretativa continua a spostarsi, e questa volta lo fa in modo molto più marcato.

A certificare la portata della scelta è stata la stessa premier su X, spiegando che con la modifica dei “Tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti di difesa” e delle relative linee guida, “in linea di principio, diventerà possibile il trasferimento di tutte le attrezzature di difesa”. Non un semplice aggiustamento tecnico, ma la rimozione di uno dei limiti più simbolici dell’assetto giapponese del dopoguerra.

Il Giappone e l’ombra lunga dell’articolo 9

L’articolo 9 è il cuore della identità pacifista giapponese. Nato nel contesto del 1946, sotto l’influenza diretta degli Stati Uniti all’indomani della Seconda guerra mondiale, ed entrato in vigore il 3 maggio 1947, ha imposto al Paese una rinuncia formale alla belligeranza e, almeno nella sua formulazione più rigorosa, anche al mantenimento di forze armate tradizionali. Eppure proprio attorno a questa norma, mai modificata, si è sviluppato per decenni un gioco di interpretazioni che ha permesso al Giappone di costruire le sue Forze di autodifesa, forze armate di fatto ma non di nome.

È dentro questa ambiguità che si colloca la svolta attuale. Takaichi ha voluto rassicurare sul punto, affermando che “non vi è alcun cambiamento nel nostro impegno a preservare il cammino e il principio fondamentale come nazione pacifica che abbiamo seguito per oltre 80 anni dal dopoguerra”. La nuova linea del governo Takaichi non cancella quindi il pilastro costituzionale, ma lo aggira ulteriormente sul piano politico e strategico.

Dopo i precedenti allentamenti, dal ridimensionamento dei divieti nei decenni scorsi fino alla riforma del 2014 voluta dal governo Abe per consentire l’export di equipaggiamenti non letali, Tokyo compie oggi il salto più netto. Il Giappone resta formalmente il Paese della clausola pacifista, ma diventa anche, per la prima volta, un esportatore potenziale di armamenti bellici in senso pieno.

La firma di Takaichi sulla nuova linea di Tokyo

La revisione porta l’impronta politica della premier, in carica da ottobre e figura considerata vicina alle posizioni più dure in materia di sicurezza che ne ha fatto una scelta identitaria del proprio governo. La giustificazione fornita da Tokyo è strettamente legata al nuovo scenario internazionale. “In un contesto di sicurezza sempre più severo, nessun paese è più in grado di garantire da solo la pace e la sicurezza del proprio territorio”, ha scritto Takaichi, aggiungendo che servono “paesi partner che si sostengano a vicenda anche per quanto riguarda le attrezzature di difesa”. È questo quindi il principio politico che sostiene la nuova architettura normativa.

Le cinque categorie che per anni avevano confinato l’export militare giapponese a settori come soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento vengono superate. Al loro posto entra un sistema più flessibile, nel quale ministri e funzionari valuteranno caso per caso ogni proposta di vendita. Restano sulla carta i tre principi che prevedono controlli rigorosi, limiti al trasferimento verso Paesi terzi e divieto di esportazione verso nazioni coinvolte in conflitti armati. Ma lo stesso governo ha chiarito che potranno esserci eccezioni in circostanze speciali, se considerate necessarie per la sicurezza nazionale.

È un passaggio delicato anche sul piano interno. Le opposizioni temono che il Giappone possa finire per contribuire all’inasprimento di tensioni e conflitti internazionali. Anche la scelta di informare il Parlamento solo dopo l’approvazione governativa delle esportazioni rischia di alimentare lo scontro politico. La direzione però è ormai tracciata. E il messaggio che arriva da Tokyo è che il tempo delle cautele assolute è finito.

Giappone: una nuova economia della difesa

Dietro la scelta non c’è soltanto la geopolitica. C’è anche un obiettivo economico e industriale molto preciso. Tokyo punta a rafforzare la propria base manifatturiera nel settore della difesa, aumentando i volumi produttivi, abbassando i costi unitari e costruendo una capacità industriale più ampia da poter sfruttare in caso di crisi. Per anni colossi come Mitsubishi Heavy Industries hanno prodotto sistemi avanzati, compresi sottomarini, missili e caccia, ma lo hanno fatto contando quasi soltanto sugli ordini delle Forze di autodifesa. Un mercato troppo stretto, incapace di garantire vere economie di scala.

L’apertura all’export punta proprio a questo. Ampliare i mercati, rendere più efficiente la filiera e dare ossigeno anche alle aziende più piccole che gravitano attorno ai grandi contractor. Non è un caso che la Borsa abbia reagito con favore al primo accordo storico firmato da Mitsubishi Heavy Industries con l’Australia per la costruzione di tre fregate multiruolo, un’intesa che secondo le fonti vale circa 10 miliardi di dollari australiani e rappresenta il primo progetto di esportazione di navi da guerra da parte del Giappone. Le unità saranno basate su una versione aggiornata della classe Mogami e coinvolgeranno anche altri gruppi industriali giapponesi come NEC, Mitsubishi Electric e Hitachi.

La difesa, nelle intenzioni del governo, non deve più essere soltanto un costo o una necessità strategica. Deve diventare anche un motore industriale, un settore capace di sostenere innovazione, capacità produttiva e peso internazionale.

Le Filippine, l’Australia e la partita dell’Indo-Pacifico

La nuova politica giapponese nasce dentro un contesto regionale che si è fatto molto più teso. La crescita dell’influenza cinese, le pressioni nel Mar Cinese Meridionale, il nodo Taiwan e la competizione nell’Indo-Pacifico stanno spingendo Tokyo a ridefinire il proprio ruolo. In questo quadro le Filippine emergono come uno dei primi interlocutori privilegiati. Secondo le fonti, uno dei primi accordi potrebbe riguardare l’esportazione a Manila di navi da guerra usate. Il ministro della Difesa filippino Gilberto Teodoro ha accolto con favore il cambio di rotta giapponese, sostenendo che potrà dare accesso a equipaggiamenti di altissima qualità e contribuire alla stabilità regionale attraverso la deterrenza.

Non è un dettaglio. Filippine e Giappone occupano due punti chiave di quella “prima catena di isole” che per i pianificatori militari rappresenta una barriera naturale all’espansione della proiezione cinese verso il Pacifico occidentale. Tokyo e Manila hanno già intensificato i rapporti di sicurezza, firmando a settembre un accordo per facilitare l’operatività delle rispettive forze armate e snellendo a gennaio le regole per lo scambio di forniture militari.

Anche l’Australia si muove lungo questo asse. L’accordo per le fregate segna un precedente che va oltre il valore industriale del contratto. Dice che il Giappone non sta solo cambiando le sue norme, ma sta entrando concretamente nel mercato strategico della sicurezza regionale. E lo fa in una fase in cui diversi alleati degli Stati Uniti, in Europa come in Asia, cercano di diversificare i fornitori di armamenti.

Un Giappone meno pacifista in un mondo più instabile

La svolta di Tokyo si inserisce anche in una trasformazione più ampia dell’equilibrio internazionale. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente stanno mettendo sotto pressione la capacità produttiva statunitense nel settore bellico, mentre l’incertezza sugli impegni di Washington spinge molti partner a cercare nuove fonti di approvvigionamento. In questo scenario il Giappone vede uno spazio da occupare, sia come fornitore sia come attore strategico più autonomo.

Allo stesso tempo, il Paese sta rafforzando il proprio apparato militare. Acquista missili, jet stealth e droni, mentre sviluppa insieme a Italia e Regno Unito il caccia di nuova generazione del programma Gcap, destinato al dispiegamento a metà degli anni Trenta. La spesa per la difesa è salita fino al 2% del Pil e il governo potrebbe annunciare nuovi aumenti con la prossima strategia di sicurezza.

Il punto politico di fondo è che il Giappone non si percepisce più come una potenza da proteggere soltanto attraverso i vincoli del dopoguerra. Vuole contare di più, produrre di più, esportare di più e pesare di più. Per questo la decisione sulle armi non è un semplice aggiustamento normativo. È il segnale che il lungo dopoguerra giapponese sta entrando in una fase nuova. L’articolo 9 resta in piedi, ma attorno a lui il Paese sta cambiando pelle.

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