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Usa, elezioni di metà mandato: i super PAC e quanto può contare il denaro

Le elezioni americane di mid-term del 3 novembre stanno per entrare nel vivo. Trump le affronta senza più il vento in poppa ma l’entità dei finanziamenti conterà eccome

Usa, elezioni di metà mandato: i super PAC e quanto può contare il denaro

La campagna per le elezioni statunitensi di metà mandato del prossimo 3 novembre, quando saranno in palio tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo di quelli del Senato, sta per entrare nel vivo con le primarie attraverso quali il partito repubblicano e quello democratico sceglieranno i loro candidati.

Le prime si svolgeranno nell’Arkansas il 3 marzo. Tuttavia, in una consultazione destinata a ridursi a un referendum sulla politica del presidente Donald Trump, più che di programmi si parla soprattutto del denaro per finanziare la campagna elettorale.

Soldi e politica 

Il senatore Mark Hanna dell’Ohio, un ricco imprenditore nonché un munifico finanziatore del partito repubblicano e abilissimo stratega dell’elezione di William McKinley alla Casa Bianca nel lontano 1896, era solito affermare: “Due cose sono importanti in politica. La prima è il denaro. La seconda non me la ricordo”.

A oltre un secolo di distanza, le sue considerazioni riguardo alla rilevanza dei soldi sul voto negli Stati Uniti hanno trovato un’eco in un recente articolo di Theodore Schleifer sul New York Times (Richest Players Poised to Spend Lavishly on Midterms, 3 febbraio 2026).

Il giornalista ha identificato quattro attori significativi che, con una disponibilità complessiva di centinaia di milioni di dollari, sono decisi a condizionare a proprio vantaggio l’esito delle elezioni di metà mandato: i tecnocrati del comparto dell’Intelligenza Artificiale (il cui principale super PAC, Leading the Future, avrebbe raccolto più di 50 milioni di dollari nella sola seconda metà del 2025), il comparto delle criptovalute (che disporrebbe di quasi 200 milioni di dollari), la lobby filoisraeliana (con i 96 milioni di dollari del super PAC United Democracy Project, connesso all’American Israel Public Affairs Committee) e MAGA Inc., il super PAC che fa riferimento a Trump e avrebbe in cassa oltre 300 milioni di dollari.

Alcuni elementi di confronto a livello internazionale

Il costo delle campagne elettorali negli Stati Uniti è tra i più alti al mondo. Nel 2024, nelle consultazioni per la presidenza e per il Congresso sono stati spesi circa 14,8 miliardi di dollari, di cui approssimativamente 5,3 miliardi nella corsa per la Casa Bianca e 9,5 nelle competizioni per la Camera e il Senato.

Quattro anni prima, nel 2020, l’importo totale aveva sfiorato addirittura i 18,4 miliardi, ripartiti in 7,7 per la presidenza e oltre 10,6 per il Congresso. Nelle elezioni di metà mandato più recenti, quelle svoltesi nel 2022, dalle casse di partiti, candidati e gruppi di interesse erano usciti ancora una volta all’incirca 9,5 miliardi di dollari.

Solo l’India è in grado di competere con gli Stati Uniti in questo campo. Nel 2024, quando Narendra Modi è stato confermato nella carica di primo ministro, nell’insieme delle elezioni per la Lok Sabha (la Camera bassa del Parlamento i cui seggi sono assegnati direttamente dai votanti anziché dalle assemblee legislative degli Stati come avviene invece per la Raiya Sabha, la Camera alta) sono stati spesi grosso modo 14,4 miliardi di dollari.

Tuttavia, con quasi 978 milioni di persone nel 2024, l’elettorato potenziale indiano da avvicinare risultava il quadruplo di quello statunitense, pari a poco meno di 245 milioni di individui nella corsa per la Casa Bianca dello stesso anno vinta da Trump.

Di contro, le elezioni presidenziali francesi del 2022, conclusesi con il conseguimento di un secondo mandato per Emmanuel Macron, hanno visto una spesa di circa 85 milioni di euro, corrispondenti a quasi 90 milioni di dollari, da parte dei candidati all’Eliseo per raggiungere quasi 49 milioni di votanti potenziali, circa un quinto di quelli statunitensi, nei due turni delle consultazioni.

In maniera analoga, nelle elezioni per la Camera dei Comuni del Regno Unito del 2024, le consultazioni che hanno portato Keir Starmer a Downing Street e sono state finora la campagna più dispendiosa nella storia del Paese, a fronte di poco più di 48 milioni di elettori potenziali, il costo totale si è aggirato sui 94,5 milioni di sterline, cioè ha appena lambito i 121 milioni di dollari.

I tentativi di frenare le spese elettorali

La spesa elettorale francese è contenuta da una legge che la limita a 16,8 milioni di euro (quasi 18,7 milioni di dollari) per i candidati all’Eliseo nel primo turno e a 22,5 milioni di euro (circa 25 milioni di dollari) per i due che raggiungono il ballottaggio.

Invece, nel Regno Unito, il considerevole aumento degli esborsi nel 2024, rispetto ai 72,6 milioni di sterline delle precedenti consultazioni nel 2019, è stato reso possibile dall’Elections Act del 2022, che ha innalzato in modo significativo il limite di spesa a disposizione dei partiti politici, dei gruppi di interesse e delle singole persone impegnate a differente titolo nelle campagne elettorali.

Anche negli Stati Uniti, la dilatazione dei costi delle campagne elettorali è stata la conseguenza della rimozione di precedenti vincoli stabiliti dal Federal Election Campaign Act del 1971.

In un Paese dove le donazioni private e non i contributi pubblici costituiscono il caposaldo dei finanziamenti elettorali (dal 1976 a ricevere fondi federali sono solo gli aspiranti alla presidenza che conseguono almeno il 5% dei voti popolari e si impegnano a non superare un tetto di spesa prefissato), fino dall’inizio del Novecento per cercare di contenere le sperequazioni economiche tra i candidati furono introdotti freni al sovvenzionamento delle campagne.

Il primo provvedimento in proposito risale al 1907. Sull’onda degli sforzi per impedire a personalità del mondo degli affari come Hanna di dominare la politica americana, il Tillman Act vietò alle corporation e alle banche che operavano in ambito nazionale di dare contributi monetari ai partiti e ai candidati a cariche federali.

Su questa stessa linea, ma con l’intento di tarpare le ali al movimento dei lavoratori, lo Smith-Connally Act del 1943 proibì ai sindacati di finanziare le campagne elettorali con fondi tratti dalle proprie casse sociali.

Il Congress of Industrial Organization aggirò la misura con la creazione del primo Political Action Committe (PAC), un comitato per la raccolta di fondi tra i propri membri allo scopo di sostenere oppure ostacolare con donazioni monetarie particolari candidati o specifiche iniziative politiche come una proposta referendaria.

Nondimeno, i tentativi per contenere le spese elettorali continuarono. I PAC dovettero ottemperare a un tetto massimo per finanziare le campagne di singoli candidati (hard money), sebbene non fossero sottoposti a vincoli nel versare contributi generici ai partiti, cioè nell’effettuare donazioni senza un obiettivo specifico (easy money). Inoltre, i PAC non poterono raccogliere fondi provenienti da persone ed entità straniere.

Gli sforzi di regolamentazione culminarono nel 1971 con la promulgazione del Federal Election Campaign Act, che limitò le spese per l’acquisto di pubblicità elettorale su tutti i mezzi di comunicazione di massa.

Un provvedimento più circoscritto, approvato dal Congresso l’anno precedente, non era entrato in vigore per il veto posto dal presidente repubblicano Richard M. Nixon, che lo ritenne inadeguato perché avrebbe posto un tetto di spesa soltanto nel caso degli spot televisivi e radiofonici, escludendo invece le pagine comperate sulla carta stampata, la cartellonistica stradale e altre forme di propaganda.

L’inversione di tendenza

Il Federal Election Campaign Act venne ridimensionato nell’arco di pochi anni. Nel 1976 il verdetto della Corte Suprema sul caso Buckley v. Valeo fece una distinzione tra contributi e spese elettorali.

Stabilì che porre un argine ai primi – cioè ai finanziatori che procuravano denaro ai candidati e ai partiti – era legittimo, per contrastare condizionamenti indebiti sulla politica a opera di interessi particolari, mentre limitare le seconde era incostituzionale, dal momento che ledeva la libertà di espressione dei candidati in quanto cittadini americani, protetta dal primo emendamento della Costituzione e declinata nei termini della possibilità di comunicare con gli elettori e di far conoscere le proprie posizioni politiche prima del voto.

Un’ulteriore liberalizzazione avvenne in conseguenza di un’altra sentenza della Corte Suprema nella vertenza Citizens United v.Federal Election Commission del 2010.

Per dirimere questa ulteriore controversia, ricorrendo alla parificazione tra persone fisiche e persone legali, la maggioranza dei giudici estese l’equiparazione tra spesa elettorale e libertà di espressione dal caso dei singoli individui a quello dei gruppi organizzati – in quanto questi ultimi rappresentano associazioni di individui – e, pertanto, rimosse i limiti ancora vigenti e reiterati nel McCain-Feingold Act del 2002 nei confronti dei sindacati e soprattutto delle corporation.

Nello stesso 2010, attraverso il verdetto SpeechNOW.org v. Federal Election Commission, la corte di appello federale per il distretto di Columbia decise all’unanimità che era incostituzionale imporre restrizioni alle donazioni che singoli individui intendevano fare ai comitati elettorali che non erano legati a partiti e candidati specifici.

Nel 2012, la Corte Suprema precisò che la legislazione dei singoli Stati non poteva reintrodurre nella propria giurisdizione quei limiti ai finanziamenti e alle spese elettorali che erano stati cancellati in ambito federale.

L’ascesa dei super PAC

Le sentenze del 2010 furono duramente criticate con l’argomentazione che avrebbe spianato la strada all’influenza degli interessi speciali più facoltosi sull’esito delle elezioni in particolare e sulla politica in generale.

Il contestatore più acceso fu l’allora presidente democratico Barack Obama, un portavoce quanto mai improbabile per conto dei sostenitori della necessità di tenere a freno l’impiego del denaro nelle campagne elettorali, dal momento che nel 2008 aveva rinunciato ai contributi pubblici per non dover sottostare al tetto di spesa e poter usufruire di somme maggiori provenienti dei finanziamenti privati.

A ogni buon conto, le sentenze Citizens United v. Federal Election Commission e soprattutto SpeechNOW.org v. Federal Election Commission segnarono l’avvento dei super PAC. In appena due anni dall’emissione di queste sentenze, l’ammontare complessivo dei fondi a loro disposizione balzò dagli 89 milioni di dollari del 2010 agli 828 del 2012 e il loro numero crebbe da 81 a 1.261.

Anche a voler considerare il 2012 come un anno particolare perché vide lo svolgimento delle elezioni presidenziali, l’incremento e la diffusione dei super PAC sono attestati anche dal confronto con le consultazioni di midterm immediatamente successive ai due verdetti: nel 2014 i super PAC erano 1,282 e avevano complessivamente quasi 700 milioni di dollari da impiegare nella campagna elettorale.

Nel 2024, l’anno più recente per il quale sono disponibili dati definitivi, il numero dei super PAC aveva oltrepassato la soglia dei 2.500 e il denaro in cassa per le elezioni aveva superato i 5 miliardi di dollari.

PAC e super PAC

La denominazione dei super PAC sembra ricordare quella dei PAC, ma la natura di queste due categorie di comitati è profondamente diversa. I PAC sono autorizzati a finanziare direttamente un partito e singoli candidati, sebbene a promuoverli non siano questi ultimi ma soggetti terzi.

Però, non possono raccogliere più di 5.000 dollari ogni anno da ciascuno dei loro donatori.

Invece, i super PAC non sono tenuti a sottostare a un limite massimo del denaro raccolto da ognuno dei loro finanziatori né a un tetto di spesa, ma hanno il divieto di versare i loro contributi nelle casse di candidati e partiti, per non alimentare il sospetto di essere un elemento di corruzione della politica e per dimostrare di essere formalmente slegati dai futuri detentori di cariche elettive.

Pertanto, i super PAC operano generalmente utilizzando i fondi di cui dispongono per appoggiare le iniziative specifiche di coloro che desiderano vedere eletti e per attaccare le proposte degli avversari dei candidati che intendono far vincere attraverso svariati canali di propaganda. Quindi, partiti e candidati hanno il controllo delle risorse fornite loro dai PAC, ma non di quelle investite a loro favore dai super PAC.

Fino al 2024, i super PAC non potevano coordinare strategie di propaganda con candidati e partiti, ma questo divieto è stato fortemente ridimensionato in seguito a una controversa decisione della Federal Election Commission – il comitato di sei membri (per legge tre democratici e tre repubblicani) che supervisiona la regolarità delle elezioni – frutto della decisone di uno componente democratico di schierarsi con i colleghi repubblicani.

Le conseguenze dello sviluppo dei super PAC

Oltre a promuovere un aumento stratosferico delle spese elettorali, la crescita di influenza dei super PAC ha finito per trasferire in parte la conduzione delle campagne dai partiti alle lobby, che ormai controllano la maggior parte delle risorse strategiche per svolgerle.

Il moltiplicarsi dei super PAC ha indebolito i partiti a vantaggio dei gruppi di pressione, ridimensionando la mobilitazione diretta dei votanti sul territorio per mezzo di attivisti che li contattano di persona a vantaggio dell’impiego della propaganda attraverso i media per determinare le scelte di voto.

Tuttavia, l’opportunità di elargire finanziamenti di entità illimitata ai super PAC che la sentenza SpeechNOW.org v. Federal Election Commission ha offerto ai singoli cittadini si è anche rivelata un mezzo grazie al quale dietro a numerosi di questi comitati non si trova un’azienda o una qualche corporation bensì un’unica persona o famiglia.

Per esempio, nel 2024 Elon Musk – padrone di X (in precedenza Twitter), Tesla e SpaceX – lanciò America PAC per sostenere con oltre 133 milioni di dollari la candidatura di Trump alla Casa Bianca.

In maniera analoga, i coniugi Richard ed Elizabeth Uihlein – i proprietari di Uline, l’azienda leader nelle forniture di prodotti per spedizioni – sono stati i quasi esclusivi finanziatori di Restoration PAC, il comitato che nel 2024 ha diffuso spot elettorali mirati contro la senatrice democratica Tammy Baldwin, in corsa per un terzo mandato nel Wisconsin, e contro la candidata alla presidenza Kamala Harris.

In passato, uno dei super PAC conservatori più ricchi e influenti è stato Americans for Prosperity Action, fondato dai fratelli Charles e David Koch, magnati del settore energetico. Sul fronte politico opposto, il miliardario George Soros ha donato da solo 125 milioni di dollari a Democracy PAC II nel 2022, uno dei maggiori comitati di sostegno ai candidati democratici nelle elezioni di midterm del 2022.

Un altro caso significativo è quello di Jan Koum, il cofondatore di WhatsApp. Dopo aver elargito fondi al partito repubblicano per anni, è diventato il principale finanziatore dello United Democracy Project, soprattutto allo scopo di condizionare le primarie democratiche in modo che le nomination siano assegnate a candidati favorevoli alle politiche dello Stato di Israele.

Più in generale, la percentuale fornita dallo 0,01% dei donatori più generosi rispetto all’ammontare totale dei contributi elettorali è salita dal 15,5% del 1980 al 46,3% del 2018 ed è in continua crescita anno dopo anno, un fenomeno che riflette anche il continuo aumento della sperequazione della distribuzione della ricchezza nella società statunitense.

Il peso dei super PAC

Nelle elezioni di metà mandato più recenti, quelle tenutesi nel 2022, a conquistare un seggio al Congresso fu il candidato che aveva speso più denaro dei propri avversari nel 93% delle circoscrizioni della Camera e nell’82% dei distretti del Senato.

Questi dati sembrano attestare quanto aveva già osservato con sarcasmo vent’anni prima il giornalista Greg Palast: gli Stati Uniti costituiscono la migliore democrazia che il denaro può comprare (The Best Democracy Money Can Buy (Londra, Pluto Press, 2002).

In realtà, non è sempre stato così. Per esempio, Restoration PAC non fu in grado di impedire la conferma di Baldwin al Senato nel 2024.

I fratelli Koch sono stati i più acerrimi avversari di Trump nella galassia del conservatorismo statunitense, ma non sono riusciti a sbarrargli la strada per il conseguimento della nomination repubblicana per la Casa Bianca né nel 2016, quando David era ancora vivo e Americans for Prosperity Action puntò sull’ex governatore della Florida Jeb Bush, né nel 2024, quando era rimasto solo Fred e il super PAC sostenne l’ex governatrice della Carolina del Sud ed ex ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley.

Proprio Trump ha fornito la dimostrazione più evidente che non è sufficiente sborsare una cifra maggiore dei propri antagonisti nella campagna elettorale per aggiudicarsi la vittoria.

Nel 2016, infatti, ottenne la presidenza pur spendendo quasi 343 milioni di dollari, cioè circa 242 milioni di dollari meno della sua rivale democratica Hillary Clinton.

L’anno scorso il democratico Zohran Mamdani è stato eletto sindaco di New York, sebbene avesse potuto beneficiare di un appoggio finanziario per una somma che era stata pari ad appena un settimo di quanto Fix the City e Defend NYC – i due super PAC dei residenti miliardari della città, preoccupati dell’aumento delle imposte municipali – avevano raccolto a sostegno del candidato indipendente Andrew Cuomo, l’ex governatore dello Stato.

Queste considerazioni sono valide per i super PAC anche quando intervengono su specifiche iniziative politiche, anziché operare nelle campagne elettorali. Per esempio, nel 2015, prima che fosse costituito lo United Democracy Project, quelli collegati all’American Israel Public Affairs Committee non furono capaci di impedire che l’amministrazione Obama aderisse al Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano, fortemente avversato dal governo israeliano.

Ipotesi per le elezioni di metà mandato di novembre

Nel Congresso attualmente in carica il partito repubblicano ha una maggioranza di appena quattro seggi alla Camera (218 contro i 214 dei democratici, con tre vacanti) e di sei al Senato (53 rispetto ai 45 dei democratici e ai 2 degli indipendenti che in genere votano con la minoranza).

I seggi in ballottaggio al Senato saranno 35. Scadrà il mandato di 20 repubblicani e di 13 democratici, ma si svolgeranno anche le elezioni suppletive per i seggi della Florida e dell’Ohio dai quali si sono dovuti dimettere Marco Rubio, per la nomina a segretario di Stato, e J.D. Vance, in seguito all’elezione alla vicepresidenza.

Il partito repubblicano ha, quindi, molto più da perdere di quello democratico. Il divario ristretto tra i due maggiori partiti quanto al numero di seggi e la constatazione che nel 2022 nel 7% delle circoscrizioni della Camera e nel 18% di quelle per il Senato a fare la differenza non è stato il volume delle spese elettorali dei candidati lasciano al partito democratico la speranza di poter diventare la forza di maggioranza in Congresso dopo le consultazioni di midterm di novembre, sebbene il potenziale finanziario dei suoi candidati sia complessivamente meno della metà di quello dei loro antagonisti repubblicani che, al momento, godono un vantaggio di più di 550 milioni di dollari nei fondi raccolti.

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STEFANO LUCONI insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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