In Medio Oriente agisce per l’alleanza con Israele e con i Paesi del Golfo, per la sicurezza nucleare e verosimilmente per il petrolio; in America Latina sicuramente per il petrolio (vedi Venezuela), per altre materie prime strategiche e per la lotta al narcotraffico o per meglio dire al narcoterrorismo, come lo definisce la Casa Bianca. L’agenda internazionale del presidente statunitense Donald Trump è sempre più densa e confusa e non si limita affatto al versante orientale. Interessano, eccome, anche le sorti della parte meridionale del continente americano o, sempre per usare il linguaggio scelto da Washington, “dell’emisfero occidentale”. Prova ne è l’incontro dello scorso 7 marzo a Miami per lanciare il “Shield of the Americas”, lo “Scudo delle Americhe”, un accordo di cooperazione militare anti-narcos con ben 17 Paesi dell’area latinoamericana.
La precedenza ovviamente è stata data ai governi amici, cioè guidati da leader della destra o dell’ultradestra come, scegliendo a titolo di esempio i più radicali, l’argentino Javier Milei, il cileno neoeletto Jorge Antonio Kast (che appena insediato ha già avviato la costruzione di un muro anti-migranti al confine con la Bolivia), l’ecuadoregno Daniel Noboa, il salvadoregno Nayib Bukele, che sta diventando sempre di più la figura di riferimento dei conservatori sudamericani per la sua durissima repressione della criminalità. Al tavolo di Doral, il resort personale di Trump a pochi chilometri dall’aeroporto di Miami, non sono stati invitati – non casualmente – Messico, Colombia e Brasile, tre Paesi con governi di colore politico avverso, ma che pure andrebbero coinvolti in una strategia comune contro il narcotraffico, essendo territori di produzione e transito di droga, gestito da potenti organizzazioni criminali.
I numeri del narcotraffico nella regione andina sono esplosi negli ultimi anni: nel 2013 tra Colombia, Ecuador e Perù venivano coltivati 120.000 ettari di campi da cocaina, con la produzione totale che non superava di molto le mille tonnellate. Nel 2023, dieci anni dopo, gli ettari di piantagioni di cocaina solo in Colombia sono passati da meno di 50.000 a 250.000, e la produzione totale dell’area vale ora quasi 4.000 tonnellate. Tra questi tre Paesi, il più attivo nel tentativo di arginare il fenomeno è l’Ecuador, che infatti non ha registrato un aumento significativo della produzione nell’ultimo decennio, e che anzi nel 2024 è stato in grado di sequestrare ed eliminare 303 tonnellate di cocaina, contro le 57 tonnellate del 2016. Proprio il presidente dell’Ecuador, il giovane rampollo Daniel Noboa, è tra i principali fautori dell’asse con Trump: ha annunciato che entro marzo sarà compiuta una non meglio precisata operazione militare inedita insieme agli Stati Uniti contro i narcos e l’estrazione illegale di minerali.
L’Ecuador tra l’altro vanta il triste primato del più alto tasso di omicidi del Sudamerica, passando tra il 2020 e il 2024 da 7,8 a 38,8 omicidi ogni 100.000 abitanti. Ma i tentacoli di Washington ovviamente non si sono allungati solo su Quito. La tela su tutto il Sudamerica la sta tessendo personalmenteil segretario di Stato Usa Marco Rubio, che grazie alla sua conoscenza della lingua spagnola era già stato protagonista dell’operazione-Maduro in Venezuela, trattando con la vicepresidente Delcy Rodriguez, ed è in questi giorni in costante contatto con le autorità cubane per provare a ripetere lo stesso schema che a Caracas, cioè una destituzione il più possibile indolore ma nessun regime change, bensì soltantouna nuova stagione di dialogo con l’attuale governo. Finora la strategia di Rubio è stata convincente e vincente e questo gli sta valendo una crescente considerazione da parte del presidente Trump: ormai nelle gerarchie per la successione del tycoon ci sarebbe proprio lui e non più il vice JD Vance.
Altro Paese già direttamente coinvolto nel Shield of the Americas è il Paraguay di Santiago Pena, che a dicembre ha firmato un trattato con gli Usa per il quale i militari statunitensi possono liberamente stazionare in suolo paraguaiano per esercitazioni, assistenza umanitaria e lotta alla criminalità transnazionale. Insomma così come in Ecuador sono state concesse all’esercito yankee basi e piena operatività sul territorio. E adesso la stessa cosa vorrebbe fare l’Argentina, che ispirandosi al modello Noboa sta finalizzando i dettagli di una maxi esercitazione militare congiunta con gli Stati Uniti chiamata “Daga Atlantica” (“Pugnale Atlantico”). L’iniziativa è in programma nella prima metà di aprile, ma intanto il presidente Milei ha fatto sapere che sin da ora Buenos Aires sarebbe disponibile all’invio di truppe in Medio Oriente, “qualora gli Stati Uniti ne facessero richiesta”.
