Ignorantia legis non excusat è il brocardo di una massima giuridica latina che significa “l’ignoranza della legge non scusa” (o “non esonera”). Questo principio fondamentale stabilisce che nessuno può invocare la propria non conoscenza di una norma legale per giustificare una violazione, poiché si presuppone che ogni cittadino debba conoscere la legge, soprattutto se l’iter legislativo è pubblico e trasparente. Nel diritto italiano, il principio era codificato, senza alcuna riserva, nell’articolo 5 del Codice Penale; ma la Corte Costituzionale ha precisato che l’ignoranza della legge penale può essere scusata se inevitabile e incolpevole, valutando le condizioni oggettive e personali del soggetto. La regola che vale per tutti i cittadini si applica ovviamente a coloro che scrivono, discutono, modificano e approvano le leggi, per i quali non può essere ammessa neppure l’ignoranza inevitabile e incolpevole, visto che sono eletti dal popolo sovrano in istituzioni (i Parlamenti) che svolgono la funzione legislativa. Eppure è frequente che siano proprio i legislatori a dare la prova di non conoscere le leggi. Che ciò avvenga per ignoranza materiale o per strumentalizzazione politica, non fa molta differenza.
Il dibattito sulla legge di bilancio e le accuse di peggioramento della riforma Fornero
Nelle polemiche politiche che hanno accompagnato il varo della manovra di bilancio, le opposizioni – dopo il ping pong della maggioranza con gli emendamenti sulle pensioni – hanno accusato il governo di “peggiorare la riforma Fornero”. Per fare chiarezza su questo punto – come nei romanzi dell’Ottocento – occorre fare un passo (anzi due passi) indietro. Innanzitutto, è corretto partire dal giudizio per la riforma del 2011 e chiarire se si concorda con il giudizio positivo che vige in tutto il mondo civilizzato, sui mercati, da parte degli istituti finanziari nazionali e internazionali, degli economisti, dei demografi oppure con la campagna menzognera e diffamatoria della terribile coppia Landini/Salvini (Dio li fa e poi li accoppia!) coadiuvata da media senza principi. La risposta a questa domanda preliminare condiziona anche quella alla seconda: che cosa si intende per “peggioramento”.
Evoluzione della normativa pensionistica
Di peggioramenti la riforma del 2011 ne ha subiti tanti, i più gravi da parte del governo giallo/verde con l’introduzione di quota 100 e dintorni (dl n.4/2019), tanto che i governi successivi, persino l’attuale, hanno dovuto rimboccarsi le maniche per uscirne con i minori danni possibili e cambiare decisamente direzione, disincentivando quelle tipologie che nel 2019 erano state incentivate. Secondo questa logica il ritocco ai requisiti previsto nel 2027 e 2028 non è un peggioramento, ma un miglioramento perché consiste – sia pure in modo un po’ pasticcione – nell’applicazione di quanto previsto dalla riforma Fornero a proposito dell’adeguamento automatico, con cadenza biennale, dei requisiti del pensionamento all’incremento dell’attesa di vita effettuata già nel 2013, 2016 e 2019: aggiornamenti che hanno inasprito i requisiti, rispettivamente, di tre, quattro e cinque mesi. Poi il meccanismo di adeguamento è rimasto bloccato a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a un anno in meno per le donne fino a tutto il 2024. Nel biennio successivo non vi sono state variazioni demografiche apprezzabili, attese invece nel 2027-2028 in misura di tre mesi.
Il governo e la gradualità
Il governo, volendo essere precisi ed usare il metro di Elly, con l’operazione della gradualità (1 mese nel 2027 + 2 nel 2028), ha migliorato la disciplina Fornero, perché a legislazione vigente la variazione sarebbe stata pari a 3 mesi fin dal 2027. In realtà si tratta invece di un peggioramento, essendo stata necessaria una copertura di almeno 1,5 miliardi. Un caso di risorse sprecate per mandare in pensione un mese prima alcune migliaia di persone. La Lega, dal canto suo, insiste sulle sue posizioni e ha presentato in proposito un odg approvato dalla Camera, che non ha valore giuridico ma solo politico nell’ambito della maggioranza. Giancarlo Giorgetti – tutt’altro che sconfitto perché ha salvaguardato dagli assalti del suo partito il meccanismo dell’adeguamento, di cui rebus sic stantibus si riparlerà solo nel 2029 – fa il pesce in barile lasciando intravedere l’anno prossimo possibili ripensamenti.
Sostenibilità del sistema pensionistico
È bene mettere subito le cose in chiaro: quella norma è essenziale nel garantire la sostenibilità del sistema. La crescita del rapporto tra spesa per pensioni e Pil – ha scritto la Rgs – accelera fino a raggiungere il valore di 17,1% nel 2040. Tale dinamica è ascrivibile principalmente all’aumento del numero di pensioni rispetto a quello degli occupati, indotto dalla transizione demografica collegata all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. Le previsioni scontano, inoltre, l’adeguamento automatico dei coefficienti di trasformazione rispetto all’evoluzione dei parametri demo-economici e quello dei requisiti di pensionamento rispetto all’aumento della speranza di vita, che sono previsti a legislazione vigente, con cadenza biennale. La dimensione dei suddetti adeguamenti risulta determinata in coerenza con le ipotesi demografiche degli scenari di riferimento sulla base delle probabilità di sopravvivenza e della speranza di vita rilevate a consuntivo da Istat. Tali meccanismi endogeni del sistema pensionistico – prosegue la Rgs – hanno la funzione, come riconosciuto in sede europea e internazionale, di coniugare le esigenze di sostenibilità del sistema pensionistico con quelle di adeguatezza delle prestazioni. Questo è un passaggio importante da chiarire.
Meccanismi contributivi e impatto su debito/Pil
Nel sistema contributivo all’età del pensionamento corrisponde un coefficiente di trasformazione inversamente proporzionale; rimanere al lavoro più a lungo determina un correttivo a difesa dell’adeguatezza del trattamento. Si stima, inoltre, che la rimozione permanente dei meccanismi endogeni, a condizioni invariate, comporterebbe un incremento del rapporto debito/Pil di circa 20 punti percentuali al 2045 e di circa 60 punti percentuali al 2070. Con riferimento al solo meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita, la relativa soppressione comporterebbe un incremento del rapporto debito/Pil di circa 15 punti al 2045 e di circa 30 punti al 2070. Giorgetti queste cose le sa. Non c’è nulla su cui scherzare.
Della serie “oggi le comiche”: dopo aver condannato tutti ai lavori forzati a vita ci si viene a dire che le riforme sono “giuste”… vulgus vulti decipi, ergo decipiatur!