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Nexi corre in Borsa: Cvc studia offerta da 9 miliardi, dubbiosi gli analisti

Il titolo guadagna oltre il 4% dopo le indiscrezioni del Financial Times secondo cui il fondo britannico Cvc Capital Partners starebbe studiando un’offerta su Nexi da 9 miliardi di euro. Dubbi su Golden Power e investimento Cdp

Nexi corre in Borsa: Cvc studia offerta da 9 miliardi, dubbiosi gli analisti

Nexi a spron battuto a Piazza Affari in scia alle indiscrezioni pubblicate dal Financial Times su una possibile maxi offerta di Cvc da 9 miliardi di euro finalizzata al delisting. La società “non presenterà l’offerta a meno che il governo italiano non sia favorevole“, specifica però il quotidiano britannico.

A metà mattinata, a fronte di un Ftse Mib in ribasso di oltre mezzo punto percentuale, il titolo della società i pagamenti guadagna il 4,3% a 4,02 euro per azione. 

Nexi: Cvc studia offerta da 9 miliardi, ipotesi spin off

Hellman & Friedman, il principale azionista di Nexi, al momento non sarebbe in trattative, “ma risponderebbe a un’eventuale offerta”. Il Financial Times, nella sua ricostruzione, ricorda che il Governo potrebbe anche decidere di applicare il golden power, vista l’importanza strategica degli asset del gruppo comprese le infrastrutture bancarie.

Proprio per rispondere a queste possibili preoccupazioni, secondo Ft , l’operazione in esame “prevederebbe lo scorporo del segmento delle soluzioni di digital banking di Nexi, considerato un asset di importanza strategica nazionale, e il suo trasferimento a un investitore statale italiano come Cassa Depositi e Prestiti“. Le altre due divisioni di Nexi includono “Merchant Solutions“, che fornisce servizi di pagamento per venditori fisici e online e che ha rappresentato quasi il 60% dei 3,6 miliardi di euro di fatturato del gruppo nel 2025, e la divisione “Issuing Solutions“, che collabora con istituti finanziari per l’emissione di carte di pagamento. Secondo Ft, Nexi diventerebbe una società di software a tutti gli effetti.

I dubbi degli analisti

Secondo gli analisti di Intermonte i 9 miliardi di euro che sarebbero stati messi sul piatto da Cvc sarebbero in linea con l’enterprise value di Nexi, che comprende 4,5 miliardi di capitalizzazione e un debito netto a fine 2025 di 4,9 miliardi, stimato in calo a 4,5 miliardi a fine 2026. “In queste condizioni, la creazione di valore per gli azionisti non appare immediata”, scrivono gli esperti, sottolineando come, da un punto di vista regolatorio, “la necessità di preservare il controllo domestico di infrastrutture come la rete interbancaria” giocherà “un ruolo chiave, rendendo probabile uno spin-off della divisione Dbs in caso di avanzamento dell’operazione”. Da sottolineare però come una precedente offerta di circa 1 miliardo di euro per questo asset sia già stata respinta per l’opposizione di Cdp. In generale Intermonte vede “un’elevata incertezza sulla credibilità dell’operazione, sulla sua esecuzione e sull’allineamento politico, che rappresentano i principali ostacoli a una possibile transazione”.

D’accordo anche Banca Akros, secondo cui “qualsiasi potenziale scenario di delisting (take-private) incontrerebbe ostacoli significativi se non fosse allineato con la posizione strategica di Cassa Depositi e Prestiti e con gli interessi piu’ ampi del governo”. Il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti è quindi “un fattore chiave nel determinare la flessibilità strategica futura di Nexi e la fattibilità di qualsiasi operazione”. Allineata anche Equita, che evidenzia come “il processo rimane altamente incerto”.

Si muove anche Worldline

Nel frattempo, in francia Worldline ha annunciato un raggruppamento azionario inverso (reverse stock split) allo scopo di rilanciare un prezzo delle azioni. Nel dettaglio, il raggruppamento azionario si svolgerà dal 14 maggio al 12 giugno, la società sta consolidando le azioni in modo tale che ogni 40 vecchie azioni diventeranno una nuova azione con un valore nominale di 80 centesimi. Al momento Worldline cede lo 0,3% a Parigi a 0,28 euro per azione, mentre dall’inizio anno registrato un ribasso di circa il 30% a causa di problemi di governance, fusioni costose, risultati deludenti e accuse di aver nascosto frodi da parte dei clienti.

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