Condividi

L’Ilva e la sua insostenibile agonia. Il colpevole indecisionismo di Urso e le sei ragioni che tengono gli industriali privati lontani da Taranto

Se non ci fosse il rischio di una crisi di Governo il cambio della guardia al ministero delle imprese e del Made in Italy, che non ha finora saputo affrontare con chiarezza il dramma dell’Ilva, non sarebbe solo utile ma sicuramente necessario. E’ ora di guardare in faccia alla realtà di Taranto e della siderurgia italiana e soprattutto di agire

L’Ilva e la sua insostenibile agonia. Il colpevole indecisionismo di Urso e le sei ragioni che tengono gli industriali privati lontani da Taranto

Se non fosse per il rischio di un rinvio del Governo alle Camere un ricambio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy non solo sarebbe utile ma sicuramente necessario. I tanti dossiers (molti dei quali polverosi e giacenti da anni) accumulati nelle stanze del piacentiniano palazzone di via Veneto si susseguono uno all’altro, come un rosario, di rinvio in rinvio, di tavolo in tavolo, spesso con la medesima liturgia: poche manifestazioni, qualche bandiera in strada, molti presenzialisti al tavolo con la scontata conclusione del rinnovo di casse integrazioni decennali, prepensionamenti, mobilità verticali e orizzontali e scorciatoie varie lungo le direttrici, ormai stantie, della liturgia sindacale. Quasi sempre con la presenza (e i silenzi) delle rappresentanze padronali di Confindustria e Confapi, anch’esse verticali e orizzontali. Talvolta si unisce alla compagnia questo o quel personaggio “interessato ad investire nel settore”…..

Purtroppo in questa cornice la recente situazione del Gruppo Elettrolux e la ormai lunghissima agonia dell’acciaio targato ILVA la fanno da padroni. Ma non è più tempo di rinvii o di ingiustificati approfondimenti almeno per quanto riguarda la seconda. Perché?

L’Odissea dell’Ilva di Taranto, dalla privatizzazione con i Riva al commissariamento di Monti

Dalla fine degli anni ’90 con la privatizzazione del gruppo Ilva da parte della famiglia Riva fino all’ottobre del 2012 quando il Governo Monti ne dispose il commissariamento forzoso per i “pericoli ambientali dell’impianto e per i rischi alla salute pubblica “con il relativo sequestro di tutta l’area a caldo” Taranto sfornava milioni di tonnellate di acciaio consolidando e contribuendo al primato manifatturiero dell’Italia.

Oggi, dopo la cacciata forzosa da Taranto (con lo sfregio del carcere per i figli di Emilio Riva) il Gruppo di Lecco primeggia ancora in Europa tra i primi produttori con 5 stabilimenti in Italia, 2 in Francia, 4 in Germania, 1 in Spagna, 1 in Canada. Eppure la parola d’ordine dei Riva è chiara e definitiva: sordità totale agli appelli ministeriali e nessun interesse per Taranto.

Come i Riva sono schierati nel rifiuto i cosiddetti “bresciani” cresciuti, rafforzati ed ancor oggi vivi e vegeti sui mercati europei ed internazionali. Tra loro il Gruppo Duferco di Antonio Gozzi. In qualità di Presidente dei siderurgici italiani deve calpestare per forza di cose il tappeto del Ministero e partecipare alle poche riunioni di vertice dedicate al destino di Taranto. Eppure Duferco è proprietaria di ben 8 stabilimenti in Italia e di oltre 6 in Europa.

Anche i giganti mondiali dei tubi senza saldatura, i “bergamaschi” Rocca, con i loro 5 stabilimenti in Italia e i 60mila dipendenti sparsi per il mondo, dall’Argentina agli USA, dopo aver acquisito la Dalmine oltre 30 anni fa, oggi, si tengono costantemente alla larga dalla questione tarantina.

L’esempio dei Marcegaglia, gli unici ad essere disponibili a prendersi l’impegno

Da Bergamo a Mantova ci si arriva in meno di un’ora. A Gazoldo degli Ippoliti regnano da almeno 50 anni i Marcegaglia i più grandi trasformatori di acciaio d’Europa. Lavorano oltre 7 milioni di tonnellate di coils all’anno e guidano 36 stabilimenti in quattro Continenti. Da trasformatori si sono convertiti in produttori di acciaio prima in Inghilterra e oggi in Francia, a Fos Sur Mer dove, tra poco meno di un anno, inaugureranno la nuova acciaieria DRI/HBI i cui forni di fusione rispondono alle più moderne ed innovative tecnologie produttive ed ambientali.

Tecnologie che per quanto riguarda Taranto sono oggetto di sogni, chiacchiere, progetti, speranze e previsioni; cose che sui tavoli convocati da Via Veneto appaiono ma contemporaneamente spariscono. Al Ministro i Marcegaglia sono gli unici che hanno dato una risposta per l’impianto pugliese: “Se ripartono le produzioni e se saranno in grado di consegnare con continuità semilavorati di acciaio noi potremmo impegnarci a comprarne una parte”. Grazie e arrivederci.

Ben ultimo rimane il Cavaliere del Lavoro Giovanni Arvedi da Cremona. Dal suo cinquecentesco palazzo guida da anni l’acciaio inox italiano, risanando e rendendo forte il polo siderurgico di Terni, un tempo pubblico, investendo in tecnologie di fusione ultramoderne: quelle di cui si vagheggia per Taranto. Questo il quadro nazionale. Fuori dai confini hanno preso altri impegni e altre strade sia i francesi di Arcelor fidanzati con gli indiani Mittal. Così pure i fondi Bain Capital uniti all’altro colosso di Delhi Jindal. Non Parliamo di Vulcan Green apparsa, sparita, riapparsa e poi…

Non si sono mai domandati i vari Ministri (rossi, gialli, verdi o tecnici – espressione della società civile) che cosa tenga lontani questi imprenditori dagli impianti tarantini? Hanno ragionato sul perché dei loro dubbi e dei loro timori? I vari ministri degli ultimi anni devono ricordare l’azione di Carlo Donat Cattin quando sedeva sulla loro stessa poltrona. Non sapeva né di carbone né di ferro ma aveva senso politico e lungimiranza delle realtà fattuali. Per questo guidò con successo l’emergere vincente dei nuovi siderurgici privati italiani in contrasto con le grandi dinastie europee e italiane. Convinse un Visconte come Etienne Davignon. Fece vincere “les brescianì” e con loro la moderna siderurgia privata italiana.

Quali sono dunque i timori degli imprenditori italiani? Ecco le sei certezze

Prima certezza. Entro il 24 agosto prossimo venturo deve essere sospesa ogni attività a caldo di Taranto con la stessa centrale elettrica. Così recita la decisione del Tribunale di Milano “che ritiene insufficiente la decisione assunta per Taranto nel 2025 in materia ambientale e della salute pubblica”.

Seconda certezza. Il Comune di Taranto non ha mai revocato la delibera della “chiusura progressiva dell’area a caldo”.

Terza certezza. La Regione Puglia “stop all’area a caldo”.

Quarta certezza. Comitato Genitori Tarantini, Pace Link, Lega Ambiente, WWF Taranto, ONG Unione Diritti Umani, un totale di 300mila firme: “Taranto va chiuso”. Dimenticavo la mobilitazione del Quartiere Tamburi.

Quinta certezza. Corte di Giustizia Europea con un lapalissiano “Taranto va chiuso se dannoso” sembra mettere anch’essa la parola fine. Oggi nel Tribunale al Brescia gli eredi di Luigi Lucchini sono chiamati a rispondere di presunti danni ambientali di una azienda, a suo tempo di proprietà, e da oltre 10 anni diretta da altri imprenditori.

Sesta certezza. Forse la fondamentale. Le Organizzazioni sindacali di “ogni ordine e grado” da tempo pencolano tra la lotta ai fumi e ai rumori e quella del cerchiamo di fare qualcosa. L’impegno è anch’esso saltuario a seconda delle scadenze della cassa integrazione, della mobilità, dei prepensionamenti e di tutte le altre questioni più da Patronato che da Sindacato. D’altronde non è un mistero che l’economia locale vive anche di attività sommerse legate alla agricoltura, al terziario e al turismo. Trulli ed orecchiette più CIG è meglio che stare davanti ad un altoforno. Sarà demagogico ma vero.

Il ministro Urso non può più attendere oltre: faccia chiarezza ora

Oggi il Ministro si trova davanti a questi macigni con un solo interlocutore di fatto: il Fondo Flachs che continua a battere i corridoi del Ministero con un codazzo di esperti industriali ed ambientali ma senza mai portare con sé quelle garanzie finanziarie in grado di sostenere gli investimenti ed il rilancio produttivo, seppur sostenuto da sostanziosi soldi pubblici cioè nostri.

Che fare? Pierpaolo Bombardieri della UIL sui giornali, ieri, non fa alcuna autocritica. Nemmeno sulla Taranto dell’Uilm di Palombella. Tuttavia ricorda i danni del Presidente Emiliano alla causa dell’ILVA aggiungendo anche a quelli relativi alla opposizione decennale alla TAP. Ma alla fine della intervista conclude con “…ma l’ILVA è chiusa”. Il signor Ministro Alfredo Urso non può attendere oltre. Se pensa di arrivare alla vigilia elettorale per non decidere sbaglia. Lo faccia ora, Con la chiarezza dei fatti e delle responsabilità. Tutti gli saremo grati.

Commenta