Fuga dei talenti dal Belpaese? Il problema esiste ed è causa di preoccupazione nel contesto della crisi demografica che ha fortemente ridotto le coorti dei giovani e incrementato il numero di quelle degli anziani. Nel ‘’Rapporto sulla attrattiva dell’Italia per i giovani dei paesi avanzati’’ del Cnel – che si qualifica per l’intesa documentazione che produce – viene esposto con dati inequivocabili il bilancio negativo dell’Italia in quello che potremmo chiamare lo scambio dei giovani: sono molti di più quelli che se ne vanno (direbbe Seneca) ‘’al di là del mare’’, rispetto a quelli che vengono da noi.
Lo scambio è una sorta di Patto Leonino: nove italiani che emigrano per uno straniero che arriva. Nei quattordici anni 2011-24 sono andati via 781mila italiani (di cui 441mila sono nella fascia di età 18 -34 anni, mentre sono arrivati 55mila dagli stessi paesi di destinazione. La posta in palio è molto alta.
Non possiamo permetterci il lusso di far nascere, accompagnare, istruire, con passione e emozioni e con un notevole impegno finanziario, persone che poi decidono di andare via perché non siamo capaci di dare loro quelle opportunità e quella qualità della vita a cui ambiscono e che altrove trovano o almeno confidano di trovare.
La nuova emigrazione italiana si inserisce in un contesto demografico radicalmente diverso da quelli che facevano da sfondo alle emigrazioni storiche. Allora la popolazione italiana era in forte crescita grazie all’alta natalità e all’innalzamento della speranza di vita. La partenza di molti milioni di italiani non impedì il forte aumento degli abitanti del Paese, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi, invece, siamo in piena glaciazione demografica: per la prima volta nella storia umana la popolazione cala per la decisione di non riprodursi.
In Italia le nascite sono al minimo storico dall’Unità: 344mila nel 2025, proiettando l’andamento dei primi sei mesi, la metà di quante servirebbero per mantenere costante la popolazione e di quante erano mezzo secolo fa. Le morti sono, inevitabilmente, in aumento, registrando con ritardo i passati aumenti dei nati, cosicché il saldo naturale è negativo e si sta ampliando a dismisura: da -2.456 del 1993 a -280.665 nel 2024, arriverà a quasi -500mila nel 2050, secondo le previsioni mediane Istat.
Vuol dire che, in assenza di arrivi dall’estero, la popolazione perderà mezzo milione di abitanti all’anno, centomila più degli attuali residenti di Bologna. Meno nascite uguale meno giovani. Il numero di persone di 18-34 anni era 15,2 milioni nel 1994 ( livello massimo) ed è sceso a 10,4 milioni alla fine del 2024. Questo calo è avvenuto nonostante il forte afflusso di immigrazione dai Paesi a minor reddito, soprattutto extra-UE.
I giovani italiani che emigrano portano con sé quanto è stato investito per loro, oltre alla storia familiare e personale, i loro sogni e le loro energie. Per quelli che sono andati via nel 2011-24 la stima contenuta nel Rapporto del Cnel è di 159,5 miliardi ai prezzi del 2024. Non ci sono solo i movimenti di giovani italiani verso l’estero a connotare il grado di attrattività delle regioni italiane.
Gli spostamenti interni dal Mezzogiorno al Settentrione
Altrettanto rilevanti sono gli spostamenti interni, che sono fondamentalmente unidirezionali: dal Mezzogiorno al Settentrione. Nei quattordici anni 2011-24 ci sono stati 1.554.610 movimenti di giovani italiani tra le regioni, ossia quasi il doppio di quelli da e per l’Italia. Se ci limitiamo ai saldi migratori di giovani italiani di ciascuna regione e li sommiamo a quelli internazionali emergono alcune rilevanti informazioni sull’attrattività regionale.
Anzitutto, alcune regioni del Centro-Nord compensano l’emorragia di giovani verso l’estero con l’afflusso netto dall’interno tanto da avere un saldo complessivo positivo. Nello stesso periodo, l’immigrazione netta di stranieri è stata di 3,5 milioni, di cui oltre la metà erano 18-34enni. Ma si tratta di processi di qualità diversa che non possono compensarsi reciprocamente. E comunque da anni il Paese perde popolazione nonostante i flussi dell’immigrazione, che al netto ha attenuato il calo di giovani nella popolazione italiana. Sono molto sostenuti i flussi della migrazione interna da Sud verso il Centro Nord.
Quanto all’emigrazione verso l’estero, nel 2011-24 il 48,7% dei giovani 18-34enni emigrati sono partiti dal Nord (il 50,8% nel biennio 2023-24) e il 35,0% dal Meridione (il 32,8% nel 2023-24). La distribuzione delle partenze sulla base della regione di nascita degli emigranti, anziché di quella di residenza, aumenta il contributo meridionale di quattro punti percentuali, al 39,0% nel 2011-24. Per l’insieme del Meridione i movimenti interni accentuano e aggravano la perdita dovuta ai movimenti con l’estero: i 484mila che se ne sono andati verso l’interno si sommano ai 162mila che si sono mossi per l’estero per un totale di 646mila uscite, un quinto dei giovani italiani residenti là nel 2024.
Applicando la metodologia utilizzata per stimare l’uscita di capitale umano giovane dall’Italia verso l’estero ai movimenti interregionali italiani risulta che il Mezzogiorno ha sussidiato il Settentrione con 148 miliardi nel 2011-24, con benefici ed “esborsi” molto diversi in valore assoluto e in percentuale del PIL. In testa per i primi Emilia-Romagna (16% del PIL) e Lombardia (10%) e per i secondi la Calabria (uscite pari al 70% del PIL), seguita da altre cinque regioni quasi a pari merito (attorno al 50%). Ai dati anagrafici sfugge una parte dell’emigrazione di giovani meridionali verso il Ai dati anagrafici sfugge una parte dell’emigrazione di giovani meridionali verso il Centro-Nord: quella degli studenti universitari che si iscrivono agli atenei fuori dal Mezzogiorno senza cambiare residenza, e quindi apparentemente continuando a vivere al Sud. Nell’anno accademico 2024-25 sono stati 17mila, ma avevano raggiunto le 24mila unità nel 2021-22.
La nuova emigrazione accentua la scarsità di giovani e di laureati
La prima conseguenza della nuova emigrazione è di accentuare la scarsità di giovani. Infatti, se i 18-34enni sono il 56,5% delle persone italiane che hanno lasciato il Paese nel 2011-24, essi rappresentano appena il 17,7% degli abitanti dell’Italia. Detto diversamente, i giovani italiani che sono emigrati costituiscono quasi il 5% dei giovani residenti nel 2024 e di tanto ne hanno ridotto la consistenza. Rapportare i giovani emigrati ai giovani abitanti offre un punto di vista diverso e rimescola la graduatoria delle regioni che più hanno visto andare via i 18-34enni. In testa e in coda, infatti, troviamo sia regioni settentrionali (come quasi tutto il Triveneto) sia regioni meridionali (come Calabria, Sicilia, Sardegna). Un ulteriore modo per inquadrare l’importanza della nuova emigrazione dei giovani avvenuta nel 2011-24 è metterla in relazione con i nati del 2024: nell’Italia intera essa è pari al 18,7%, ma si va dal 35% di Alto Adige e Molise al 13% di Campania e Lazio. La seconda conseguenza della nuova emigrazione è l’impoverimento del capitale umano del Paese, inteso qui come istruzione delle persone. Abbiamo già visto quanto alta sia la quota dei laureati sul totale dei giovani che nel 2011-24 hanno lasciato l’Italia. Rapportarli al numero delle persone che vengono laureate annualmente fornisce un ulteriore saggio della gravità dell’emorragia. Nell’insieme, è pari al 10%, ma si passa dal 5% di Campania e Lazio al 13% di Veneto e Piemonte, fino al 40% per la Valle d’Aosta e quasi al 70% per l’Alto Adige.
Queste cifre, incrociate con quelle del confronto internazionale per quota di laureati che vede l’Italia nelle ultime posizioni tra i Paesi Ocse, fa emergere un paradosso interessante. Da un lato, infatti, si sottolinea la bassa istruzione terziaria degli italiani, anche giovani, e la si associa alla specializzazione produttiva in settori di tecnologia media, dall’altro la domanda di laureati da parte del sistema economico privato non è nemmeno sufficiente ad assorbire e valorizzare la poca offerta che è prodotta annualmente, tanto che una parte rilevante va altrove per trovare opportunità adeguate.
Dunque, il difetto non è tanto o soltanto nell’incapacità del sistema formativo di sfornare un numero adeguato di laureati, quanto e soprattutto nella riluttanza del sistema delle imprese a impiegarli. Una riprova di ciò è nella stretta correlazione tra la quota di popolazione indigena 25-64enne con laurea e la stessa quota tra gli immigrati: l’Italia nei Paesi OCSE si caratterizza per i livelli più bassi di entrambe.
Motivi del trasferimento all’estero
L’analisi delle motivazioni che hanno spinto i rispondenti a trasferirsi all’estero evidenzia come i fattori prevalenti siano stati anzitutto di natura professionale ed economica. A tal riguardo, infatti, le opportunità di carriera migliori e la retribuzione più alta risultano le spinte più rilevanti. Peraltro, queste conclusioni sono perfettamente in linea con i risultati ottenuti da precedenti ricerche nelle quali, è emerso come la decisione di lasciare l’Italia sia spesso collegata alla percezione che le imprese italiane siano deficitarie in primis sul piano della meritocrazia. Si riscontra poi una generale sfiducia verso il “sistema Italia” ; tra le motivazioni alla base della decisione di emigrare si trova infatti l’insoddisfazione rispetto all’esperienza lavorativa svolta nel proprio Paese. Ovviamente, oltre alle questioni strutturali e contestuali, contano molto anche variabili tipicamente psicologico-individuali, come l’interesse personale a vivere all’estero.
L’esperienza e le motivazioni del rientro in Italia motivazioni
I motivi principali del rientro sono familiari e legati al riavvicinamento ai propri affetti, indicati da circa due terzi dei partecipanti. Questa percentuale sale tra le donne (75% contro il 63% degli uomini), i Millennials (73%) e coloro che hanno trascorso tra i 5 e i 15 anni all’estero (oltre il 70%), probabilmente a riflesso di una maggiore nostalgia per le persone care o di bisogni di queste ultime tra coloro che sono espatriati da più tempo.
La presenza di incentivi fiscali è il secondo fattore che maggiormente ha spinto al rientro soprattutto gli uomini a essere spinti dalla presenza di incentivi (52% del campione contro il 33% delle donne). Tra coloro che stanno usufruendo di incentivi al rientro, il 36% avrebbe ritardato la scelta di rientrare in mancanza di incentivi, mentre il 39% non sarebbe rientrato affatto. Per il 19% la scelta non sarebbe cambiata.
Circa un intervistato su cinque ha citato aspetti legati all’italianità (cibo, cultura, natura) e/o la presenza di un’opportunità di lavoro rispondente alle proprie aspettative e priorità. Non trascurabile il dato tra coloro che sono in possesso di un dottorato (37%). L’analisi delle motivazioni di rientro sulla base del settore di impiego suggerisce che sono soprattutto le aziende italiane ad aver bisogno degli incentivi fiscali per i rimpatri per attrarre italiani dall’estero. Solo il 15% di coloro che lavorano nel settore privato ha dichiarato di essere stati motivati da un’opportunità di lavoro rispondente ai propri interessi e priorità, mentre il 57% di essi è stato spinto dagli incentivi fiscali (la quota è più elevata per i lavoratori autonomi, pari al 66%, e per chi lavora nelle grandi imprese, pari al 60%). Coloro che lavorano nel settore pubblico sono principalmente motivati da motivazioni personali (76%), mentre è ugualmente bassa la percentuale di coloro che di chiarano di essere stati attratti da un’opportunità lavorativa di qualità (14%). Al contrario, nell’università e ricerca il 44% dei rimpatriati è stato spinto dall’interesse per il lavoro offerto.
Le proposte del Cnel
Tra le indicazioni per rovesciare una tendenza che depaupera il capitale sociale (si stima per 16 miliardi l’anno) il Cnel propone, nel Rapporto, il miglioramento della cultura del lavoro come prioritaria responsabilità delle imprese, che potrebbero operare semplicemente adottando le migliori pratiche già presenti anche in Italia, favorendo una struttura meno gerarchica e una maggiore valorizzazione del merito e delle competenze nelle assunzioni e nelle promozioni. Analogamente, il settore pubblico potrebbe riconoscere e valorizzare le esperienze professionali anche estere o nel settore privato. L’adozione dell’inglese come lingua di lavoro contribuirebbe inoltre ad attrarre giovani talenti provenienti dagli altri Paesi avanzati.