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La Grecia vive ormai da tempo l’incubo del lunedì: quello del default. Ecco che cosa può succedere

Se Atene farà bancarotta lo stato di insolvenza verrà dichiarato a mercati chiusi. I greci temono che un lunedì lo Stato annunci che non può ripagare i debiti e che i risparmi siano falcidiati. Torna lo spettro delle lunghe file di risparmiatori agli sportelli della Northern Rock. Ma gli altri Paesi europei temono il contagio e la decomposizione dell’euro

La Grecia vive ormai da tempo l’incubo del lunedì: quello del default. Ecco che cosa può succedere

L’estenuante caldo torrido di questo settembre dà ai paesi mediterranei un non so che di tropicale, un tocco latino-americano. Ma c’è anche dell’altro a far sudare gli europei del sud nelle notti di questo fine settimana. La prospettiva che possa giungere all’epilogo (dal greco “?p??????”) l’agonia (da “????”) della crisi (da ““???s??”) ellenica.

La quotazione dei Credit Default Swap (CDS, strumenti con cui ci si copre dal rischio di fallimento di una controparte) quantifica ormai al 97% la probabilità che la Grecia sia costretta al default. Quindi, a meno di improbabili miracoli, il governo greco dichiarerà l’incapacità di onorare i propri debiti. Se entro ottobre Atene non riceverà la rata del prestito internazionale che gli è stato accordato, fallirà. E, forse, anche l’inconsueta visita del Segretario del Tesoro USA Geithner all’ultima riunione del Consiglio europeo sugli affari economici e finanziari sa tanto di estrema unzione.



Secondo gli esperti – circolano due rapporti di UBS e di Citigroup – è possibile l’uscita ellenica dall’euro con il ritorno alla dracma a una parità assai svalutata e si paventa addirittura l’imposizione di vincoli ai movimenti dei capitali; ma, anche se ciò non avvenisse, la Grecia sarebbe comunque costretta ad annunciare un abbattimento, stimato tra il 30 e il 50%, del proprio debito: cioè per ogni 100 euro di debito ne ripagherebbe solo 50, al massimo 70. Va da sé che ciò implica un’operazione complessa, che è meglio fare al fine settimana, quando i mercati sono chiusi. Perciò i greci assennati stanno sudando nelle proprie alcove. E per questo in Grecia la corsa al ritiro dei risparmi dai conti correnti e dai depositi bancari è già cominciata e ci riporta alla memoria le tristi file di risparmiatori davanti agli sportelli della britannica Northern Rock dell’estate del 2007, agli inizi della crisi.

Ma si suda anche altrove in Europa e soprattutto negli altri paesi del sud. Il default greco potrebbe scatenare una reazione a catena, allargando la pestilenza. In primis, perdite significative si abbatterebbero sulle istituzioni finanziarie e assicurative sia per le perdite dirette di quelle che prodigamente avevano acquistato titoli ellenici, sia perché anche le banche greche andrebbero verosimilmente in default, impartendo batoste ai creditori. Di conseguenza, così come nel 2008, i governi europei dovrebbero intervenire a salvare le istituzioni in difficoltà. E, anche per questa via, che peggiorerebbe ancora i deficit pubblici, la peste potrebbe contagiare i debiti sovrani nel resto d’Europa. È noto che, nonostante gli interventi della BCE, i rischi di default sovrano sono già saliti in Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, giungendo a sfiorare la Francia. Così come nell’attacco allo SME del 1992, rinfrancati dall’aver vinto la prima battaglia – quella sul default greco – gli speculatori moltiplicherebbero gli attacchi agli altri PIIGS. In tale scenario, mancando coordinati interventi pronti e drastici, che potrebbero non esserci data l’insufficiente coesione politica in Europa, diverrebbe concreta la prospettiva di decomposizione dell’euro. E, qualora i default sovrani si estendessero davvero a Italia e Spagna, il disfacimento potrebbe non fermarsi alla moneta. Infatti, le svalutazioni competitive – connesse con l’uscita dall’euro – dei paesi piccoli potrebbero essere tollerabili per i membri UE non caduti in default, però non vi è garanzia che altrettanto varrebbe per quelli più grandi. Insomma, se tutto andasse male, oltre che finire sudati nel letto a ogni fine settimana, rischieremmo di dire addio all’unione economica europea come l’abbiamo conosciuta per ritrovarci in un vecchio continente sconvolto da guerre commerciali.

È appena il caso di ricordare che questa era la situazione ottanta anni fa … e non portò molto bene a nessuno. Per di più, il nostro paese rischia di essere l’anello più debole nonostante il fatto che, se ben gestita, l’ampia dotazione di ricchezza privata ci permetterebbe agevolmente di uscire dal pantano (si ricordi, ad esempio, la proposta di Giuliano Amato di abbattere il debito pubblico con un serio intervento patrimoniale). In questi frangenti, infatti, è essenziale la credibilità delle istituzioni e, soprattutto, un governo capace di prendere speditamente decisioni difficili. Chi viaggia o frequenta i media internazionali sa bene che, mentre la Spagna è percepita come un interlocutore serio, altrettanto non si può dire per l’Italia, che viene vista come un avanspettacolo di nani e ballerine. Forse è il caso di darci una regolata, prima che sia troppo tardi.

Se avessi la penna del Manzoni mi chiederei chi era che sino a qualche anno fa diceva che tutto andava bene, che eravamo entrati nell’era della “grande moderazione” – una nuova età dell’oro caratterizzata da crescita sostenuta, con basse inflazione e disoccupazione – invece di ammonirci della peste che stava per arrivare? Dagli all’untore!

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