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IA, Oracle brucia liquidità troppo in fretta e i ricavi non stanno al passo: crollano titoli azionari e bond, crescono i timori di default

La big texana è impegnata in un’espansione dei data center da 250 miliardi di dollari, ma i ritorni latitano. L’azienda ha bruciato oltre 20 miliardi negli ultimi quattro trimestri, al netto delle spese in conto capitale. S&P’s ha ridotto il rating e ora si teme il giudizio di Moody’s

IA, Oracle brucia liquidità troppo in fretta e i ricavi non stanno al passo: crollano titoli azionari e bond, crescono i timori di default

Il grande ingranaggio dell’intelligenza artificiale con la sua necessità di enormi finanziamenti e altrettanti dubbi sulla loro sostenibilità, con Oracle, sta mostrando qualche scricchiolio che preoccupa in realtà l’intero settore. Che Oracle stesse spendendo molto non è un’eccezione rispetto agli altri colossi tecnologici come Alphabet o Meta Platforms, ma la società Texana, leader dei software aziendali, si distingue per il fatto che sta bruciando liquidità a un ritmo più veloce di quello con cui genera ricavi, mentre è impegnata in un’espansione dei data center da 250 miliardi di dollari.

Se n’è accorta S&P’s che la scorsa settimana ha ridotto il rating al gradino che precede quello del no investment grade (il cosiddetto livello “junk”) e se ne stanno accorgendo i mercati: da una parte con il crollo delle azioni e delle obbligazioni, dall’altra con un netto aumento delle assicurazioni contro il rischio di default della società, fino a ragggiungere il massimo di 18 anni.

Secondo i dati di Ice Data Services, i credit default swap a cinque anni sul debito della società, un indicatore del rischio di credito percepito, sono saliti ieri a circa 2,03 punti percentuali su base annua, il livello più alto mai registrato dalla crisi sistemica del 2008, superando il precedente picco di 198,23 punti base raggiunto venerdì scorso.

Dopo il declassamento di S&P’s a un gradino prima del “junk”, ora si teme Moody’s

All’inizio di questo mese, S&P Global Ratings ha declassato Oracle a un livello appena un gradino sopra il livello “spazzatura”, a BBB-, citando proprio la crescente spesa dell’azienda per l’intelligenza artificiale. Moody’s Ratings ha ha assegnato all’azienda un rating Baa2 con un outlook negativo, il che significa che un ulteriore declassamento è possibile nel medio termine. Man mano che il ciclo del credito entra in una fase più avanzata, “per alcune di queste aziende diventa sempre più difficile mantenere i rating, ma soprattutto finanziare la propria espansione” ha detto a Bloomberg George Catrambone, responsabile del reddito fisso presso Dws Americas.

Ieri il Financial Times ha anche riportato che Oracle potrebbe dover fornire oltre 7 miliardi di dollari in garanzie collaterali per il data center in fase di progettazione nel Wisconsin, dopo che l’autorità di regolamentazione dei servizi pubblici dello Stato ha rifiutato di allentare le norme sul credito per i grandi utenti di energia elettrica. Secondo il quotidiano, il progetto è fondamentale per il contratto di calcolo da 300 miliardi stipulato da Oracle con OpenAI. La decisione della Public Service Commission del Wisconsin potrebbe far lievitare i costi di finanziamento. Oracle stima infatti che la lettera di credito richiesta costerebbe più di 100 milioni all’anno.

La posta in gioco è alta: se il rating scendesse al livello di “junk” da parte di almeno due agenzie di rating i costi di finanziamento di Oracle aumenterebbero ulteriormente, creando un circolo vizioso. “Oracle rimane fermamente impegnata a mantenere un rating di credito di livello investment grade come priorità assoluta in materia di allocazione del capitale”, ha dichiarato un portavoce in un comunicato. “Restiamo fiduciosi e concentrati sull’attuazione del nostro piano aziendale nei prossimi mesi e anni.”

Il rischio per Oracle è quello di rimanere indietro nella corsa che si era prefissata. Altri colossi dell’AI stanno seguendo una traiettoria diversa, generando liquidità più che sufficiente per finanziare gli investimenti. Questo, secondo S&P, conferisce loro “una maggiore flessibilità finanziaria per superare Oracle in termini di investimenti e resistere alle fasi di recessione del settore”. L’agenzia di rating ha detto di aver finora sottovalutato l’entità degli investimenti necessari a Oracle per l’intelligenza artificiale. Ma tali investimenti hanno portato l’azienda a bruciare oltre 20 miliardi di dollari negli ultimi quattro trimestri, al netto delle spese in conto capitale.

Il crollo delle obbligazioni e delle azioni

Parallelamente ai movimenti sui Cds, le obbligazioni di Oracle si sono indebolite su tutta la curva. Anche prima del declassamento di S&P, le obbligazioni di Oracle venivano scambiate a rendimenti più vicini a quelli dei titoli con rating BB che a quelli dei titoli con rating BBB. Questa settimana, le obbligazioni Oracle con scadenza a 10 anni offrivano un rendimento di circa il 6,4%, leggermente inferiore al 6,7% dei titoli BB a 10 anni e con un premio significativo rispetto alla curva dei rendimenti dei titoli BBB a 10 anni, che si attestava al 5,7%. Le azioni Oracle ieri hanno subito un nuovo calo del 4% che portano il calo di un mese a -30%

Secondo la società di ricerca CreditSights, le spese in conto capitale di Oracle dovrebbero aumentare almeno fino all’anno fiscale 2029. Questa previsione non è dissimile da quella di altri cosiddetti hyperscaler, tra cui Google, Meta, Microsoft e Amazon.com. Complessivamente, queste aziende prevedono di spendere fino a 725 miliardi di dollari solo quest’anno, principalmente in apparecchiature per data center dedicate all’intelligenza artificiale, mentre ci sono startup cinese che promettono ottime performaces a costi contenuti. Ma la loro capacità di generare liquidità è molto diversa. Google per esempio ha registrato un flusso di cassa libero di circa 73 miliardi di dollari lo scorso anno. A partire da domani verranno pubblicati i dati trimestrali delle principali aziende tech Usa. Oracle pubblicherà i suoi risultati il ​​9 settembre.

Oracle punta a nuove strategie per ridurre il consumo di liquidità

Oracle per altro sta esplorando nuove strategie per ridurre il consumo di liquidità, tra cui la richiesta ad alcuni clienti di pagare in anticipo i costosi componenti informatici destinati ai data center. Potrebbe dover emettere nuove azioni o ridurre le spese in conto capitale, o entrambe le cose, pur essendo opzioni molto costose.

Oracle infatti ha dichiarato il mese scorso di prevedere di raccogliere circa 40 miliardi di dollari tramite debito e capitale proprio in questo esercizio fiscale, inclusa una vendita di azioni per 20 miliardi di dollari, già annunciata in precedenza. A febbraio ha venduto obbligazioni investment grade per 25 miliardi di dollari e attualmente detiene circa 117 miliardi di dollari di debito nel Bloomberg US Corporate Bond Index, risultando il secondo emittente non finanziario per importanza dopo Amazon.

Nella sua relazione trimestrale, Oracle ha dichiarato di prevedere una crescita delle spese in conto capitale finanziate con liquidità nel prossimo anno fiscale. S&P ha stimato che il deficit di flusso di cassa libero potrebbe ampliarsi fino a 42 miliardi di dollari nello stesso periodo. L’azienda ha accumulato un ingente portafoglio di contratti che dovrebbero generare entrate future, ma che saranno contabilizzate nel tempo. Nel frattempo, la liquidità deve essere impiegata immediatamente. Questa discrepanza temporale è un punto chiave per gli investitori. “Non incide sui ricavi attuali, quindi sarà difficile per loro risolvere la situazione con i flussi di cassa”, ha affermato Wells di SanJac Alpha.

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