Fabrizio Plessi apparteneva a quella rara generazione di artisti che non si sono limitati a vivere il proprio tempo, ma hanno cercato di anticiparlo. La sua morte, avvenuta ieri 23 agosto a 86 anni, lascia un vuoto importante nell’arte italiana e internazionale, soprattutto perché con lui scompare uno dei protagonisti della nascita e dell’affermazione della videoarte e della videoinstallazione. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, Plessi costruì a Venezia il luogo fondamentale della propria formazione e della propria identità artistica. Studiò all’Accademia di Belle Arti, dove sarebbe poi diventato docente, e proprio nella città lagunare maturò quella relazione tra acqua, immagine e tecnologia che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera. La sua storia artistica comincia dalla pittura, ma già alla fine degli anni Sessanta Plessi comprende che il linguaggio tradizionale non è più sufficiente per raccontare la trasformazione del mondo. Nel 1968 concentra la propria ricerca sull’acqua, non semplicemente come soggetto naturale, ma come materia concettuale: fluida, instabile, riflettente, impossibile da afferrare. Acqua reale e acqua rappresentata cominciano così a confondersi.
È una intuizione destinata a diventare uno dei tratti distintivi della sua opera
Negli anni Settanta l’artista sperimenta installazioni, fotografie, performance, film e videotape. Nel 1973 presenta il ciclo Acquabiografico e inizia a lavorare con il Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove realizza i suoi primi videotape. Poco dopo porta la propria ricerca fuori dagli spazi tradizionali dell’arte, realizzando azioni performative in Francia, Germania e Belgio. Camminare sull’acqua, Taglio del lago, Operazione il Taglio del fiume Scheilde sono esperienze nelle quali il paesaggio diventa parte dell’opera e l’artista mette in discussione il confine fra realtà e rappresentazione. Plessi comprende molto presto una cosa che diventerà decisiva: la tecnologia non deve necessariamente essere celebrata. Può essere interrogata. Per questo il monitor televisivo, nella sua opera, non è semplicemente uno schermo. Diventa materia, quasi una nuova pietra. L’immagine elettronica non serve soltanto a mostrare qualcosa: diventa parte fisica e concettuale della scultura. La sua ricerca si muove così verso una fusione sempre più sofisticata fra materiali elementari e tecnologia: acqua e video, fuoco e luce, pietra e pixel, legno e immagini elettroniche.
Negli anni Ottanta questa intuizione raggiunge una dimensione internazionale
Nel 1980 partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia con Liquid Movie, ottenendo il Premio “Città di Milano”. Nel 1981 torna al Festival con Underwater. Nel 1982 la sua opera video viene presentata al Centre Pompidou di Parigi. Ma è soprattutto il 1986 a rappresentare uno dei momenti decisivi della sua carriera: Plessi rappresenta l’Italia alla 42ª Biennale di Venezia con Bronx. L’opera segna una svolta non soltanto personale, ma anche nella storia della Biennale, introducendo la televisione nel territorio dell’opera d’arte come vero e proprio materiale artistico. L’anno successivo arriva Roma a Documenta 8 di Kassel, consolidando definitivamente la sua notorietà internazionale. Da quel momento la carriera di Plessi assume una dimensione sempre più monumentale. Musei, biennali, teatri, edifici pubblici e grandi architetture diventano luoghi nei quali l’artista può costruire opere capaci di trasformare lo spazio. Nel 1988 arrivano importanti retrospettive a Madrid e Dortmund; nel 1993 il suo percorso internazionale comprende anche la Fundació Joan Miró di Barcellona e il Guggenheim Museum di New York, mentre l’UNESCO gli conferisce la Medaglia Miró. È significativo che Plessi non abbia mai considerato la tecnologia una rottura con la tradizione. Al contrario, il suo lavoro è profondamente attraversato dalla memoria. Piranesi, il Barocco, l’architettura, il viaggio, la mitologia degli elementi naturali, la memoria dell’acqua e quella del fuoco ritornano continuamente nelle sue installazioni. La tecnologia diventa uno strumento per riattivare il passato, non per cancellarlo. Questa è forse una delle ragioni della sua straordinaria longevità artistica.
Nel 1998 il Guggenheim Museum di New York gli dedica una retrospettiva, mentre nello stesso periodo Plessi realizza grandi opere per musei e istituzioni internazionali. Nel 1999 crea per il nuovo edificio Sony di Potsdamer Platz a Berlino una gigantesca cascata elettronica, mentre nel 2000, per l’Expo di Hannover, realizza Mare Verticale, una monumentale installazione alta 44 metri. A Venezia questo rapporto tra acqua e fuoco trova una delle sue espressioni più naturali. Nel 2001 Plessi realizza Waterfire, intervenendo idealmente sulla facciata del Museo Correr e portando nella città una sintesi della propria poetica: acqua e fuoco, natura e tecnologia, reale e virtuale. Ma la sua ricerca non rimane confinata all’arte visiva. Plessi lavora per il teatro, la danza, la musica e l’architettura. Realizza scenografie elettroniche, collabora con grandi istituzioni culturali e porta il proprio linguaggio dentro spettacoli e luoghi nei quali l’immagine può diventare ambiente. È una caratteristica fondamentale del suo lavoro: Plessi non costruisce semplicemente opere da guardare. Costruisce situazioni nelle quali entrare.
Nel 2010, per esempio, realizza per il Teatro Goldoni di Venezia le scenografie digitali di Vestire gli ignudi di Pirandello, utilizzando decine di grandi schermi e telecamere per creare un cortocircuito fra rappresentazione teatrale e immagine elettronica. Nello stesso periodo sviluppa Mari verticali, un’opera monumentale composta da imbarcazioni in acciaio nero all’interno delle quali scorrono immagini dei mari del mondo. Negli anni successivi Plessi continua a lavorare con la stessa energia, senza mai trasformare la propria ricerca in una semplice ripetizione dello stile conquistato. Budapest, Düsseldorf, Venezia, San Pietroburgo, Roma, Washington: il suo lavoro continua a viaggiare, adattandosi a contesti diversi e mantenendo però intatta la propria grammatica. Nel 2017, a Venezia, presenta Navigare necesse est, mentre per il Teatro La Fenice crea FENIX DNA, tornando ancora una volta ai suoi elementi fondamentali: acqua e fuoco, memoria e trasformazione. La sua carriera è stata, dunque, molto più lunga della storia della videoarte italiana. È stata la storia di un artista che ha attraversato la trasformazione tecnologica senza subirla. Ed è proprio questo che rende oggi particolarmente attuale la sua figura. Plessi aveva intuito quando la tecnologia era ancora lontana dall’essere pervasiva che il rapporto fra uomo, immagine e macchina sarebbe diventato una delle grandi questioni della contemporaneità. Non ha scelto di opporsi alla tecnologia, ma nemmeno di celebrarla ingenuamente. Ha cercato di umanizzarla attraverso l’arte. Non è un caso che abbia insegnato alla Kunsthochschule für Medien di Colonia una disciplina chiamata “umanizzazione delle tecnologie”. Per Plessi, infatti, il progresso non aveva senso se non produceva anche una nuova consapevolezza dello sguardo, della memoria e dell’esperienza umana. In questo senso la sua opera appartiene pienamente alla contemporaneità, ma non è schiava della contemporaneità. Di fronte alla velocità delle immagini digitali, Plessi ha continuato a parlare di acqua, fuoco, pietra, viaggio, memoria. Elementi antichissimi, quasi archetipici, che la tecnologia non ha cancellato ma ha reso nuovamente visibili.
La sua grande intuizione è stata forse proprio questa: il futuro non avrebbe dovuto sostituire la memoria, ma darle nuove forme
Per questo Fabrizio Plessi lascia non soltanto una lunga successione di opere, installazioni e partecipazioni internazionali. Lascia un metodo. L’idea che l’artista possa entrare nel proprio tempo senza esserne prigioniero; che possa utilizzare gli strumenti più avanzati senza rinunciare alla profondità della storia; che una tecnologia possa diventare poetica quando torna a parlare delle cose essenziali. E Venezia, città nella quale la sua ricerca ha trovato una delle sue forme più alte, sembra oggi il luogo più naturale dal quale guardare alla sua eredità: una città sospesa fra terra e acqua, fra passato e futuro, esattamente come la sua arte.
