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Ex Ilva, i killer dell’impianto di Taranto hanno tanti nomi ma anche i sindacati devono recitare il mea culpa

Le responsabilità per l’inesorabile fine dello stabilimento siderurgico di Taranto sono tante ma i sindacati non sono mai riusciti a fermare il suo declino. La firma del contratto dei metalmeccanici non basta a rendere positivo il bilancio di una stagione sindacale fatta di tanti scioperi ma di pochi risultati concreti

Ex Ilva, i killer dell’impianto di Taranto hanno tanti nomi ma anche i sindacati devono recitare il mea culpa

Dopo aver inseguito in lungo e in largo attraverso il “mare nostrum” la crociera della “flotilla” e aver manifestato in modo assolutamente unilaterale per la causa della Palestina (senza fare caso a ciò che da quattro anni accade in Ucraina); dopo aver trasformato il mito dello sciopero generale in una iniziativa burocratica e routinaria, i sindacati della gloriosa categoria dei metalmeccanici (imbrigliati in una trattativa per il rinnovo del Ccnl, iniziata male e condotta peggio, ma finalmente arrivata in porto dopo 17 mesi di vacanza contrattuale e 14 ore di sciopero) sono tornati al loro mestiere nella vertenza ex Ilva, mettendo in campo forme di lotta tipiche di una situazione disperata e priva di vie d’uscita, come se bloccare le città, occupare gli stabilimenti potesse resuscitare un gruppo siderurgico, già tra i più importanti in Europa, ma costretto ad una morte lenta e inesorabile, sotto gli occhi di quegli stessi sindacati che, pur avendone il tempo e i mezzi, non sono riusciti a contrastare le manovre e le congiure che con premeditazione hanno disposto la fine di quegli stabilimenti.

E oggi i sindacati gettano la palla nella tribuna dell’intervento dello Stato per ri-nazionalizzare – tramite Invitalia – degli stabilimenti che aveva venduto alla famiglia Riva nel 1995, ma adesso in condizioni peggiori. Quando nel 1995 la famiglia Riva fu invitata ad acquistare l’ex Ilva, lo stabilimento perdeva 4 miliardi di lire l’anno. La nuova proprietà dal 1995 al 2012 effettuò investimenti per 4,5 miliardi di euro di cui 1,2 per misure di carattere ambientale. Queste operazioni sono state confermate da una sentenza del 2019 del Tribunale di Milano, in primo grado e in appello, nel procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta nei confronti dei fratelli Riva (poi assolti).

Nessuno è mai stato in grado di provare che l’ex Ilva abbia violato le leggi sulla tutela ambientale all’epoca vigenti. Bisognerà pure arrivare dire la verità! Lo stabilimento ex Ilva di Taranto non sta tirando le cuoia a causa di una crisi produttiva o di mercato; non era un’impresa avviata al fallimento. L’acciaio prodotto serviva il mercato italiano che ora deve importare acciaio dall’estero. Se vogliamo dare un nome a quella vicenda potremmo coniare una nuova fattispecie di reato: procurato disastro industriale. Perché quell’impianto è stato coscientemente, premeditatamente e volontariamente assassinato da una congiura della magistratura tarantina in complicità – su impulso delle lobbies ambientaliste – e d’intesa con ben individuate istituzioni e forze politiche locali e nazionali.

E i sindacati? Hanno subito (e in parte condiviso) quel disegno criminoso perché incapaci di sottrarsi alla gogna del ‘’politicamente corretto’’ ecologista e di opporsi alle toghe che brandivano sfacciatamente quel ricatto pseudo-ecologico in spregio a tutti i provvedimenti adattati dai vari governi nel tentativo di evitare la catastrofe. “La sicurezza viene prima del profitto” – tuonava Maurizio Landini con la solita sicumera, in una intervista alla Stampa, (quando mai si era visto prima un dirigente sindacale assistere impotente all’assassinio di uno stabilimento e di un gruppo siderurgico?). “Noi della Cgil ci siamo costituiti parte civile di questo processo, abbiamo sempre pensato che la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini venga prima del profitto e del mercato. E abbiamo sempre denunciato ciò che l’azienda dei Riva non aveva fatto, le responsabilità su troppi ritardi e furbizie”. Lo smantellamento per via giudiziaria iniziò nel 2012, con una serie di incursioni della procura tarantina che – paradossalmente – in nome del risanamento ambientale, e di intesa con le autorità politiche, ha fatto di tutto – dopo il sequestro dello stabilimento e dei prodotti finiti come prova del reato – per impedire anche la realizzazione delle misure di volta in volta adottate per rendere più sostenibile la produzione (come nel caso della copertura dei parchi minerali e fossili).

Uno stabilimento siderurgico al pari di ogni altra attività produttiva non è in grado di trasformarsi in un’enorme serra fiorita, ma è tenuto a rispettare le norme di volta in volta vigenti in materia di sicurezza del lavoro e di salvaguardia dell’ambiente. Le tecnologie di produzione industriale nella Ue sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute identificati a livello europeo d’accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma, nello stabilire questi parametri, gli obiettivi di risanamento ambientale non possono non essere compatibili con altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento normativo tra i diversi Paesi. Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere considerati in regola.

L’Arpa della Puglia, esercitando i suoi compiti, aveva certificato che lo stabilimento era in linea con le prescrizioni. Per tutta risposta il direttore prof. Assennato venne accusato di aver subito le pressioni dell’allora presidente della regione Nichi Vendola (un santone della sinistra tuttora in servizio attivo), il quale fu condannato, in primo grado, a 3 anni e 6 mesi di reclusione per aver concusso in modo implicito il prof. Assennato perché moderasse la valutazione di impatto ambientale dello stabilimento; ma anche il direttore fu condannato a 2 anni per favoreggiamento perché negò di aver ricevuto delle minacce da Vendola. Si sperava che la maggioranza di centrodestra fosse meno ricattabile sul piano della retorica ambientalista, ma il ministro Adolfo Urso non solo ha liquidato del tutto l’unica seria possibilità (già martoriata in precedenza) di rinascita dello stabilimento tramite la gestione Arcelor Mittal, ma si è messo a filtrare con la retorica dell’ossimoro dell’acciaio green, una contraddizione in termini. I Commissari man mano nominati e sostituiti si sono visti chiudere uno dopo l’altro gli altiforni e sono andati avanti, centellinando le risorse per rallentare il declino, in attesa di qualche svolta da parte della politica. Che non è mai apparsa all’orizzonte.

I sindacati devono recitare il mea culpa; le manifestazioni esasperate di queste ultime ore – contro il diritto alla mobilità dei cittadini – sarebbero state utili negli anni scorsi davanti al Palazzo di Giustizia, al Comune di Taranto e alla Regione Puglia. Ma i leader sindacali non se la sono sentita di contrastare anche con la lotta i principi del politicamente corretto: la sacralità della magistratura, il primato di un ambientalismo catastrofista e l’opportunismo delle istituzioni politiche. Per questi motivi sono stati indotti a farsi carico di esigenze di riconversione dello stabilimento tuttora incompatibili con la realtà produttiva della siderurgia e attente a condividere le tesi del radicalismo ambientalista quali condizione per la salvezza della fabbrica. Senza accorgersi che non si salva, almeno ancora per molti anni, uno stabilimento siderurgico trasformandolo in una pizzeria con forno elettrico. I sindacati sanno benissimo che gli impianti della ex Ilva, evirati della lavorazione a caldo, privi degli altiforni possono al massimo stipulare una convenzione con McDonald’s per cucinare gli hamburger e friggere le patatine. Ma per questa attività non servono dieci mila dipendenti.

Ammesso e non concesso che sia possibile promuovere un nuovo inizio per quello stabilimento, è evidente che gran parte della manodopera dovrà trascorrere lunghi periodi di Cigs. Ma nella nuova dimensione non potranno trovare posto tutti gli attuali occupati, per tanti dei quali si profilano, come per l’Alitalia, anni di cassa integrazione con un regime speciale. Pensare ad un territorio condannato a vivere di assistenza dopo aver linciato un insediamento produttivo che distribuiva lavoro e benessere, senza poter tentare nemmeno soluzioni di alleggerimento dell’impatto ambientale di un centro siderurgico, meriterebbe la costituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta per portare alla luce le vere responsabilità e segnalarle ai lavoratori e alle comunità che vedranno cambiare la prospettiva del loro futuro per generazioni.

Si fa presto a dire – come le Erinni dell’ambientalismo estremista – che “tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino“, salvo dover constatare che i bambini muoiono di fame e di inedia laddove non sanno neppure che cosa sia l’acciaio.

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