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Donald Trump: la vanità del tycoon e le tentazioni monarchiche di restyling del dollaro

Trump avrebbe voluto creare una banconota da 250 dollari e metterci sopra la sua faccia. Gliel’ha impedito una legge del 1866

Donald Trump: la vanità del tycoon e le tentazioni monarchiche di restyling del dollaro

Giovedì scorso le zecche federali di Denver e Philadelphia hanno coniato dieci monete commemorative – ideate per i collezionisti, ma aventi comunque corso legale – per celebrare il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza che sarebbe caduto quattro giorni più tardi.

Si tratta dei tagli con i tradizionali valori facciali di 1, 5, 10, 25 e 50 centesimi e un dollaro, ma con varianti o disegni differenti che richiamano l’avvenimento del 4 luglio 1776 a cui si fa convenzionalmente risalire la nascita degli Stati Uniti.

All’appello è mancato il “Trump dollar”, la moneta da un dollaro che – nelle intenzioni del tycoon, come ammesso dal tesoriere federale, Brandon Beach già nel 2025 – avrebbe dovuto rappresentare sul dritto il profilo di The Donald e sul rovescio il busto del presidente di tre quarti, con il pugno destro alzato, sormontato dalla scritta “fight, fight, fight” (le parole che gridò dopo il fallito attentato contro di lui a Butler, in Pennsylvania, il 13 luglio 2024, mentre la scorta lo portava sanguinante in un luogo sicuro).

Non è stata neppure stampata la banconota da 250 dollari con l’effigie di Trump attraverso la quale, più che i 250 anni dalla sottoscrizione della Dichiarazione d’Indipendenza, The Donald avrebbe voluto celebrare se stesso in vita.

Soltanto da morti

Proprio nella celebrazione in vita risiede la ragione per la quale, almeno per il momento, non possiamo vedere né il “Trump dollar” né la banconota da 250 dollari con il tycoon. Una legge del 1866 vieta, infatti, la raffigurazione di persone viventi su monete, banconote e titoli di Stato americani.

Quell’anno il ritratto di Spencer M. Clark, il sovrintendente del National Currency Bureau, l’ufficio federale che sovrintendeva all’emissione della moneta cartacea e metallica, era finito sul biglietto da cinque centesimi di dollaro, insieme all’immagine dell’ex segretario del dipartimento del Tesoro William P. Fessenden (che era ancora in carica al momento della scelta dei disegni) sulla banconota da 25 centesimi e a quella del tesoriere federale Francis E. Spinner sul mezzo dollaro cartaceo.

Clark nutriva la quanto mai velleitaria ambizione di diventare presidente e figurare su una banconota che molti elettori si sarebbero trovati a maneggiare era una grande opportunità per farsi gratuitamente pubblicità.

Strappò il consenso per questa audace operazione in maniera surrettizia, giocando su un equivoco: la sua proposta di avere sulla cartamoneta “un Clark” fu accettata perché i suoi superiori nel dipartimento del Tesoro erano convinti che il suggerimento si riferisse a William Clark, il celebre esploratore che, insieme a Meriwether Lewis, aveva raggiunto la costa del Pacifico via terra nel novembre del 1805.

Quando i cinque centesimi cartacei iniziarono a circolare, il Congresso non apprezzò. I personaggi viventi più recentemente ritratti sulle banconote erano stati figure di tutt’altra statura rispetto a Spencer M. Clark: il presidente repubblicano Abraham Lincoln sul biglietto da dieci dollari nel 1861 e il suo segretario del Tesoro, Samuel P. Chase, su quello da un dollaro l’anno seguente.Già Chase, però, era stato criticato per il sospetto che si volesse autopromuovere per candidarsi alle elezioni del 1864 per la Casa Bianca.

Così, per scongiurare la replica di questo tipo di iniziative in futuro, nel 1866 i legislatori disposero di mettere fuori corso i cinque centesimi con Clark e stabilirono che da allora in poi soltanto persone defunte avrebbero potuto figurare sul denaro statunitense.

Un provvedimento molto più recente, adottato nel 2005 quando il Congresso autorizzò il conio di una serie commemorativa di monete da un dollaro per onorare gli ex inquilini della Casa Bianca, prescrisse pure che, nel caso degli ex presidenti, non sia sufficiente essere morti ma debbano anche trascorrere almeno due anni dalla loro dipartita prima che la loro effigie possa comparire sulle monete.

Questa, per esempio, è la ragione per cui in questa serie non figura ancora Jimmy Carter, venuto a mancare il 29 dicembre 2024.

Un presidente in carica sui dollari non si addice a una Repubblica

Ancora oggi siamo abituati a vedere capi di Stato viventi su monete e banconote. Ma si tratta di monarchi: il sovrano del Regno Unito Carlo III sulle sterline nonché sui dollari australiani e canadesi, re Frederik X di Danimarca sulle corone, il regnante saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud sui ryial. L’effigie dell’ex re Juan Carlos campeggia tuttora sulle monete da un euro coniate in Spagna durante il suo regno.

Per le repubbliche, la prassi è in genere diversa. Il Sudafrica, per esempio, ha disegnato Nelson Mandela sui rand cartacei e in moneta, ma lo ha fatto a partire dal 2012, tredici anni dopo la conclusione del suo mandato da presidente.

In ogni caso, fin dalla loro costituzione in nazione sovrana gli Stati Uniti hanno denotato una forte resistenza a rappresentare individui viventi sul denaro. Era il retaggio di un passato di colonie inglesi che la nazione intendeva lasciarsi per sempre alle spalle.

Nella neonata Repubblica l’immagine di un personaggio ancora in vita sulle monete avrebbe ricordato quella di un sovrano, come l’odiato Giorgio III ritratto sul mezzo penny di rame, e avrebbe richiamato implicitamente quelle istituzioni monarchiche dalle quali il Paese si era voluto rendere indipendente nel 1776.

Pertanto, quando nel 1792 il Congresso cercò di razionalizzare l’emissione di moneta istituendo il dollaro statunitense come valuta ufficiale del Paese (fino ad allora a circolare nelle ex colonie inglesi era stato soprattutto il dollaro spagnolo coniato in argento, perché il valore della miriade di banconote fatte stampare dal Congresso continentale e dai singoli Stati per pagare le spese militari della guerra d’indipendenza si era fortemente deprezzato in breve tempo), la figura umana adottata fu il profilo di una testa di donna con i capelli sciolti che intendeva simboleggiare la libertà da poco conquistata.

Proprio per scongiurare una sorta di culto della personalità che potesse suggerire la parvenza di una restaurazione monarchica, il primo presidente, George Washington, declinò l’offerta di figurare sulla moneta d’argento da un dollaro. A suo giudizio, il capo dello Stato di una Repubblica non avrebbe potuto avallare una pratica tipica dei monarchi.

In tal modo, Washington stabilì un precedente che, pur senza essere ancora prescritto dalla legge, venne rispettato fino al 1861. A infrangere questa tradizione fu Lincoln nell’agosto del 1861. Il presidente volle metterci la faccia in tutti i sensi. Era scoppiata la guerra civile quattro mesi prima e il suo ritratto sulle banconote era stato pensato per infondere fiducia nella moneta cartacea e indurre così i cittadini dell’Unione ad accettarla in pagamento al posto dei dollari coniati in oro e argento utilizzati fino ad allora.

Al di là delle possibili ambizioni personali, pure l’effigie di Chase, che nel ruolo di segretario del Tesoro era il primo responsabile della politica finanziaria dell’Unione, sulla banconota da un dollaro era stata concepita per dare garanzie della redimibilità della cartamoneta. Non a caso, per rassicurare ulteriormente mercati e cittadini, Chase dichiarò che per tutta la durata del conflitto militare si sarebbe fatto pagare lo stipendio in banconote.

Dollaro metallico e dollaro cartaceo

Gli Stati Uniti denotarono molta cautela anche nell’emissione di cartamoneta. Il deprezzamento delle banconote stampate nel corso della guerra d’indipendenza era stato tale che nel 1794 un dollaro d’argento valeva mille dollari di carta del Congresso continentale.

Inoltre, le norme sul circolante cartaceo variavano da Stato a Stato, con il conseguente rischio di far implodere l’Unione per questioni finanziarie. Per esempio, in risposta al corso forzoso della cartamoneta adottato dal Rhode Island, i creditori trasferirono la loro residenza in altri Stati.

Per questa ragione, la Costituzione del 1787 vietò agli Stati di stampare banconote e la stessa amministrazione federale limitò il ricorso alla moneta cartacea.

Per decenni gli Stati Uniti si avvalsero di circolante non metallico soltanto in brevi periodi e per cause di forza maggiore: per finanziare una seconda guerra contro la Gran Bretagna tra il 1812 e il 1815, per fronteggiare la contrazione del gettito fiscale in seguito alle crisi economiche del 1837 e del 1857 nonché per pagare le spese del conflitto militare combattuto contro il Messico tra il 1846 e il 1848.

Quest’ultima situazione si ripropose con la guerra civile, quando furono emesse banconote per un valore complessivo di 356 milioni di dollari dell’epoca, pari a quasi 7.320 milioni in dollari odierni.

In questa circostanza, fu introdotto il dollaro cartaceo stampato in verde scuro, un colore che rendeva più difficile rispetto ad altri la contraffazione del denaro con la tecnologia di riproduzione non particolarmente sofisticata del tempo e che è stato conservato fino ai nostri giorni per mera tradizione, salvo la più recente comparsa di palette di colori sfumati sullo sfondo.

Da qui deriva il nomignolo greenback con il quale le banconote sono ancora oggi spesso chiamate. Uniche eccezioni furono i biglietti da 10.000 e 100.000 dollari con il dorso di colore arancione, emessi nel 1934, raffiguranti rispettivamente ancora una volta Chase e il presidente Woodrow Wilson. Il secondo fu prodotto in un unico esemplare e non circolò mai.

A differenza del passato, la cartamoneta della prima metà degli anni Sessanta dell’Ottocento non fu progressivamente ritirata dopo la fine del conflitto e anzi continuò l’emissione di banconote che proseguirono ad affiancarsi alla circolazione di dollari d’oro e d’argento.

Nel 1900 il bimentallismo, già in declino, fu eliminato dal Gold Standard Act, che – oltre a limitare all’oro la convertibilità delle banconote – fece anche uscire di corso le monete coniate in argento.

I dollari in oro, invece, smisero di essere utilizzati in seguito a un decreto presidenziale del democratico Franklin Delano Roosevelt che, nel 1933, vietò l’accaparramento di monete di questo metallo di cui era stata fatta incetta durante la crisi economica per sfiducia nel valore della cartamoneta.

La relatività dei divieti

I tagli delle banconote oggi circolanti sono 1, 2, 5, 10, 20, 50 e 100 dollari. Denominazioni più alte, introdotte a partire alla fine dell’Ottocento, come il biglietto da 500 dollari che in origine riproduceva le fattezze del presidente William McKinley, sono state ritirate a partire dal 1969 – pur continuando formalmente ad avere corso legale – in applicazione di un decreto del repubblicano Richard M. Nixon che aveva ricevuto rapporti secondo i quali era prevalentemente la criminalità organizzata a utilizzare banconote da 500, 1.000, 5.000 e 10.000 dollari.

Il biglietto da 250 dollari su cui Trump vorrebbe essere ritratto non solo non esiste, ma non è neppure mai esistito. Tuttavia, il Congresso può decidere di crearlo. Un disegno di legge in tale senso è stato presentato il 27 febbraio dello scorso anno dal deputato repubblicano del South Carolina Joe Wilson.

Un suo collega di partito, Andy Barr del Kentucky, all’inizio di gennaio, ha avanzato una proposta analoga, con la variante dell’inserimento dei colori della bandiera statunitense come sfondo dell’effigie del tycoon.

Allo stesso modo, i legislatori hanno la facoltà di abrogare il divieto di rappresentare persone viventi sui dollari. Del resto, due eccezioni in questo campo sono state fatte in passato. Nel 1926, in coincidenza con il 150° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza, il Congresso autorizzò il conio di una moneta da mezzo dollaro in argento e rame che affiancava sul dritto i profili di Washington e del presidente repubblicano Calvin Coolidge al momento in carica.

La moneta, però, fu pensata per fini esclusivamente commemorativi. Il milione di esemplari prodotto fu ceduto al valore nominale alla commissione federale incaricata di organizzare le celebrazioni che, a sua volta, mise in vendita i mezzi dollari a un prezzo maggiorato. Ad acquistarli furono solo collezionisti.

La seconda deroga risale al 1995. Venne coniato un dollaro d’argento con l’effigie di Eunice Kennedy Shriver, che sarebbe morta quattordici anni più tardi.

Pure in questo caso si trattò di una moneta commemorativa, per onorare la fondatrice delle Special Olympics, un programma sportivo globale per gli atleti con disabilità intellettive.

Criptovalute e dollari

L’effigie di Trump è già presente sullo $Trump, una cripto valuta emessa alla vigilia del suo secondo insediamento alla Casa Bianca. La sua vendita avrebbe fruttato a The Donald circa 636 milioni di dollari nel solo 2025, secondo un rapporto dello U.S. Office of Government Ethics (l’agenzia che si occupa dei conflitti di interesse dei membri e dei dipendenti dell’amministrazione federale, incluso il presidente) diffuso questa settimana.

Lo $Trump, però, è stato lanciato da un’azienda privata, la CIC Digital, legata tra l’altro alla Trump Organization, la corporation di famiglia. Non ha niente di ufficiale.

Ha permesso al tycoon di arricchirsi in modo spropositato, a tal punto che qualche osservatore, come Peter Schiff, ha suggerito che l’acquisto della cripto valuta sia assimilabile al pagamento di una tangente, per lo meno per attirare l’attenzione del presidente verso chi la compra.

Lo $Trump alimenta il conto in banca di The Donald, non soddisfa la sua vanità personale, come sarebbe invece il caso dell’emissione del “Trump dollar” oppure della banconota da 250 dollari.

Le prospettive di Trump

Secondo un sondaggio di YouGov condotto alla fine di maggio, il 70% degli statunitensi è contrario alla produzione di una banconota con il volto di Trump. La percentuale si dimezza, scendendo al 35%, tra coloro che sono registrati come elettori repubblicani.

Tuttavia, la proposta è controversa perfino tra gli aderenti al movimento Make America Great Again (MAGA). Appena il 52% dei MAGA è favorevole, rispetto a un 22% di contrari e a un 26% che non si esprime in merito.

A fronte di questi dati e con l’indice di approvazione del tycoon in caduta libera dal giorno dell’attacco all’Iran lo scorso 28 febbraio (secondo l’autorevole settimanale britannico “The Economist” era pari al 37% il 30 giugno), sembra molto improbabile che i sostenitori di Trump in Congresso riescano a raccogliere i voti per modificare la normativa vigente e dare a The Donald la tanto agognata banconota con il suo ritratto.

I democratici si preparano già a dare battaglia. I senatori Jeff Merkley dell’Oregon ed Elizabeth Warren del Massachusetts hanno chiesto all’ispettore generale del dipartimento del Tesoro di aprire un’inchiesta sull’uso di fondi federali per la realizzazione del bozzetto della banconota da 250 dollari con il tycoon, circolato nei mesi scorsi, alla luce del fatto che non è lecito spendere denaro pubblico per la realizzazione di una banconota la cui produzione violerebbe la legge.

Del resto, gli sforzi di Trump per cercare di assicurarsi che il proprio nome abbia un posto nella futura memoria pubblica hanno subito altre battute d’arresto.

Per esempio, il 29 maggio, il giudice Christopher Cooper della corte distrettuale federale per il distretto di Columbia, che ha giurisdizione sulla capitale, ha ingiunto al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington di tornare a questa denominazione dopo che il tycoon lo aveva arbitrariamente fatto ribattezzare The Donald J. Trump and the John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Art, aggiungendo il proprio nome.

Dollari e guerre culturali

L’iconografia delle monete e delle banconote può essere considerata uno specchio della natura Paese che le ha emesse. Non a caso, nel 2016, quasi al termine della seconda amministrazione di Barack Obama – il primo e finora unico presidente afroamericano – il suo segretario del Tesoro, Jacob L. Lew, suggerì di sostituire il ritratto di Andrew Jackson con quello di Harriet Tubman sul biglietto da venti dollari per evidenziare una società statunitense più inclusiva rispetto al passato. 

Infatti, Jackson, presidente democratico dal 1829 al 1837, era noto come proprietario di schiavi afroamericani e sterminatore di nativi americani. Invece, Tubman era conosciuta come una schiava fuggiasca e un’abolizionista che, a sua volta, aveva fatto scappare dal Sud centinaia di schiavi perfino durante la guerra civile. Il progetto di Lew suscitò accese polemiche, con gli oppositori che rivelarono evidenti atteggiamenti di razzismo e suprematismo bianco.

Per venire incontro alle istanze di questi ultimi, che sono una componente non irrilevante del movimento MAGA, dopo la sua prima elezione nel 2016 Trump lasciò cadere la proposta.

Adesso, come lascia intendere Alan Rappeport in un recente articolo del New York Times (Trump Reimagines America With His Face on a $250 Bill, 26 giugno) e come sostengono in modo più esplicito gli attivisti del movimento No Kings (nessun re), creato dagli antagonisti del tycoon, il tentativo di ritrarre The Donald sui dollari riprodurrebbe pratiche di sovrani e imperatori ed eleverebbe il presidente alla condizione di un monarca, evidenziando le tentazioni autoritarie e dispotiche della sua amministrazione.

Da questo punto di vista, la diatriba sul “Trump dollar” e sulla banconota da 250 dollari con l’effigie del tycoon, sebbene le immagini presenti sulla valuta non implichino cambiamenti a livello istituzionale, assurge a un aspetto delle poliedriche guerre culturali che stanno lacerando gli Stati Uniti.

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Stefano Luconi

Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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