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Covid-19, salute ed economia: chiudere tutto, chiudere subito

Salvare le vite umane viene prima di tutto e va insieme con il salvare l’economia: finalmente il Governo s’è mosso. Ma Confindustria si è messa di traverso è ha fatto tenere aperti quasi tutti – Le sei ragioni per le quali la ripresa a V o anche a U è improbabile.

Covid-19, salute ed economia: chiudere tutto, chiudere subito

C’era una volta l’ardua scelta. Gli inglesi lo chiamano asetticamente trade-off. Ma come fai a rimanere indifferente se devi decidere chi o cosa salvare? Le vite umane o l’economia, il presente o il futuro? 

Fino a qualche giorno fa tutti pensavano che si dovesse decidere tra le une e l’altra. Da qui il tergiversare, il temporeggiare, il piroettare linguistico, l’affidarsi alla coscienza dei singoli, al senso civico, per chiudere senza ordinare la chiusura, azzerare i contatti sociali ma andare a produrre. Che cosa e per chi, poi? 

Ora è chiaro: salvare le vite umane viene prima di tutto. E va insieme con il salvare l’economia. Prima anticipiamo la dolorosa decisione di ordinare la chiusura totale e imporre il tutti a casa, con l’esercito a farci obbedire, se necessario, più vite salviamo e più economia salviamo. E finalmente ieri la regione Lombardia prima e il Governo dopo si sono mossi ordinando la chiusura di tutte le attoività produttive non essenziali.

Come mai? Semplice: uno ad uno i settori stanno comunque spegnendosi, ma è una lenta agonia. E chi ha dovuto chiudere per primo, per dettato di legge giuridica o di ferrea legge economica (comunque sia dura lex sed lex), soffre di più e più si avvicina al baratro del fallimento. Pensiamo agli alberghi e alle compagnie aeree, solo per citarne due di una lunga e buia lista. 

Mentre se decretiamo la chiusura immediata, come ha fatto la Cina e come è stato deciso ieri anche da noi, di ogni attività, accorciamo il tempo della ferma e avviciniamo il momento della ripartenza. Che, diciamolo con sincerità, non sarà a «V», una discesa ardita e una risalita, e nemmeno a «U», che tra la fase discendente e quella ascendente mette una pausa di riflessione. Se va bene sarà a «J» rovesciata, dove il recupero risulterà parziale e graduale. 

Perché? Per sei ragioni, come spiega l’ultima newsletter di Ceresio investors:

  1. le persone non si fideranno di ricominciare subito l’esistenza che conducevano prima (e se per caso fosse rimasto un solo coronavirus in giro e infettasse proprio me?) 
  2. le misure restrittive verranno allentate gradualmente (per vedere l’effetto che fa) 
  3. i movimenti internazionali delle persone rimarranno limitati, per evitare di importare nuovamente l’epidemia 
  4. le fabbriche riapriranno lentamente in funzione dei semilavorati disponibili e degli ordini in arrivo 
  5. la attuale diminuzione di reddito è così forte che intacca le future possibilità di spesa 
  6. il crollo delle borse costringerà a essere parsimoniosi per ricostituire il risparmio perduto. 

Così è, piaccia o meno. L’importante è evitare una «L»: depressione dopo recessione. E questo è il fine delle politiche economiche che sono varate e continuamente aggiustate al bisogno. 

Non è, purtroppo, un reculer pour mieux sauter, un prendere la rincorsa per spiccare un salto più alto. Ora che vita umana e vita economica sono completamente riconciliate, chiudere tutto e chiudere subito è sacrosanto. 

PS: Confindustria si è distinta per la strenua “difesa” degli interessi del Paese: ha talmente pressato il Governo da vanificarne l’intento perché sono tantissimi i settori che restano aperti.

Assolombarda, invece, ha invitato a chiudere le attività. Adda veni’ er Ambrosiano!

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