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Cop 30 al via in Brasile con una proposta: tassare il lusso per finanziare la lotta climatica

L’appuntamento è a Belem dal 10 al 21 novembre. Assenti Donald Trump, Xi Jinping e Giorgia Meloni (l’Italia è rappresentata da Antonio Tajani). Il padrone di casa Lula: “E’ la Cop della verità”, e lancia un fondo per l’Amazzonia

Cop 30 al via in Brasile con una proposta: tassare il lusso per finanziare la lotta climatica

La Cop della verità. Con questo slogan ambizioso la sta presentando al mondo il padrone di casa della trentesima edizione della Conferenza globale sul cambiamento climatico promossa dall’ONU, il presidente brasiliano Lula. Per il Brasile è l’ennesimo grande evento ospitato nel corso della presidenza Lula, dopo il G20 di un anno fa e il Forum Brics dello scorso luglio: ospitare significa avere la presidenza di turno e dunque, nei limiti del possibile, dettare l’agenda internazionale. Stavolta al centro non ci sono soltanto le relazioni politiche ed economiche, che comunque prevalgono sullo sfondo, ma soprattutto l’ambiente. E dunque rispetto alle Cop deboli degli ultimi anni Lula vuole cambiare marcia. Ad incominciare dalla scelta della località, contestatissima per costi e logistica: portando leader mondiali e addetti ai lavori a Belem, nel Parà, dal 10 al 21 novembre, il presidente brasiliano ha voluto dare un messaggio forte, dato che la città è alle porte dell’Amazzonia, il polmone del pianeta sul quale saranno concentrate tutte le attenzioni durante il vertice.

Il padrone di casa Lula lancia il Tropical Forest Forever Facility: obiettivo raccogliere 125 miliardi di dollari

Inoltre Lula, che già da qualche giorno sta ricevendo alla spiccolata i leader (non ci saranno Donald Trump, Xi Jinping e Giorgia Meloni, l’Italia è rappresentata da Antonio Tajani), ha lanciato qualche settimana fa, per presentarlo proprio alla Cop e raccogliere adesioni e finanziamenti, un nuovo fondo per l’Amazzonia e le altre foreste tropicali del mondo, il TFFF – Tropical Forest Forever Facility. L’iniziativa si aggiunge al più famoso Fondo Amazzonia istituito dalla Norvegia nel 2008 e a varie altre situazioni sparse, puntando a dare una svolta decisiva con una piattaforma unica in grado di raccogliere 125 miliardi di dollari, di cui una prima tranche da 25 a carico dei Paesi aderenti: hanno già dato segnali di interesse Cina, Francia, Germania, Singapore ed Emirati Arabi Uniti, ancora niente dall’Italia. Da segnalare però il dietrofront del Regno Unito, che prima aveva detto sì e poi, nonostante la presenza del premier Keir Starmer e del Principe William, ha fatto sapere senza troppe remore di “voler privilegiare l’economia interna in questa fase”.

Il Brasile vuole intestarsi la lotta climatica, ma non mancano le incoerenze

Un piccolo incidente diplomatico che per Lula potrebbe non rimanere l’unico, visto che al summit partecipano pure i leader delle comunità indigene amazzoniche, i quali potrebbero anche mettere in imbarazzo il presidente ricordandogli le incoerenze del suo impegno ambientale. Se da un lato infatti, sul fronte internazionale Lula si sta intestando la lotta climatica, dall’altro nel suo Paese è contestatissimo per aver autorizzato l’estrazione di petrolio alla foce del Rio delle Amazzoni, un’area a fortissimo rischio ecologico. Pure sul fronte del disboscamento dell’Amazzonia le cose non vanno molto meglio: è vero che con il nuovo governo la deforestazione selvaggia registrata sotto il predecessore Jair Bolsonaro è rallentata, ma i dati sono altalenanti e comunque insufficienti. L’INPE (Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais) ha rilevato che il trend di riduzione della deforestazione non è consolidato, anzi nel primo semestre di quest’anno si è disboscato il 27% in più di un anno fa. E il 2024 è stato l’anno del record di incendi nella foresta pluviale più estesa del mondo, quasi tutti imputabili all’azione umana: 8 milioni di ettari distrutti dalle fiamme, quasi quanto la superficie del Belgio.

Tuttavia il TFFF può rappresentare uno strumento importante, perché prevede premi economici per i Paesi che si impegnano a preservare l’ambiente e lo fa attraverso un monitoraggio via satellite costante e trasparente, con dati accessibili a tutti. “In questo modo la conservazione delle foreste diventa economicamente vantaggiosa, generando sviluppo sostenibile per le comunità locali e redditività per i Paesi con foreste, oltre a rendimenti finanziari per coloro che hanno investito il denaro”, scrive il sito del governo brasiliano. Siccome nulla si fa gratis, figuriamoci adesso che sul green il presidente Trump sta portando il mondo in tutt’altra direzione, il modello consentirebbe dunque agli investitori di recuperare le risorse investite, “con una remunerazione compatibile con i tassi medi di mercato”. E comunque non sarà questo l’unico strumento proposto per raccogliere soldi per l’emergenza climatica: il refrain di questa Cop è che ormai è tardi per rimanere al di sotto degli 1,5 °C previsti dagli Accordi di Parigi, e dunque è bene quantomeno reperire risorse per difendersi dagli effetti del riscaldamento globale.

Altre proposte per reperire risorse: tassare grandi fortune, prodotti di lusso e trasporto aereo e marittimo

Per raggiungere i 1.300 miliardi di dollari l’anno necessari per affrontare l’impatto climatico, la presidenza brasiliana propone intanto di rivedere gli accordi di Basilea 3, per facilitare l’accesso al credito dei Paesi in via di sviluppo presso i finanziatori privati dei Paesi più ricchi. Solo questo, secondo il documento presentato dai brasiliani, consentirà di ottenere 650 miliardi di dollari, circa la metà del totale. Altri 300 miliardi potrebbero arrivare dai fondi multilaterali e dalle banche di sviluppo internazionali (come la nostra Cassa depositi e prestiti, per intenderci), mentre ci si aspetta di conseguire 230 miliardi da altri tipi di finanziamenti privati, compresa la filantropia. Agli Stati nell’insieme viene chiesto di contribuire per 80 miliardi di dollari, non pochi di questi tempi, considerando soprattutto il disinteresse di alcune delle nazioni più potenti e ricche, come gli Stati Uniti di Trump.

E poi c’è una novità: sulla scia della tassa per i patrimoni milionari proposta nell’ultimo G20 proprio dal Brasile, la presidenza della Cop 30 vorrebbe tassare le grandi fortune anche per finanziare la lotta al climate change. Introducendo una piccola tassa ad esempio sui prodotti di lusso, ma anche sul trasporto aereo e marittimo (jet privati e yacht) in quanto responsabili delle emissioni, o persino sugli equipaggiamenti militari visto che si parla tanto di riarmo, si potrebbero ricavare secondo le stime degli organizzatori tra i 200 e i 1.200 miliardi di dollari, a seconda dell’aliquota applicata. Soldi che servirebbero eccome: solo nel 2024, i disastri climatici hanno provocato perdite in tutto il mondo per 320 miliardi di dollari e il documento della Cop 30 sostiene che per ogni dollaro investito in resilienza se ne generano tra i 10 e i 14 in danni evitati e altri benefici socio-economici.

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