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Carràmba, che sorpresa! Dopo trent’anni Raffaella è qui!

Carràmba, che sorpresa! ha svolto una funzione di servizio pubblico: ha raccontato la storia di uno spaccato d’Italia costretta ad emigrare, ha avvicinato due continenti nel segno della speranza e della condivisione. E nel ricordo di Raffaella, l’emozione non finisce mai

Carràmba, che sorpresa! Dopo trent’anni Raffaella è qui!

Roma 21 dicembre, 1995.

Su viale Largo De Bosis, c’è un cancello verde che si apre su un piccolo mondo sospeso fra realtà e magia. È l’ingresso dell’Auditorium della Rai che si staglia contro il cielo come un corpo fermo, solido, quasi monumentale. Le luci artificiali nella sera, qualche lampione, l’illuminazione di sicurezza, fanno emergere la sua personalità sorniona, magniloquente. Ignaro, per ora, che da stasera entrerà a fare parte della storia della televisione italiana. Le ampie vetrate delle imponenti porte d’ingresso rivelano un brulichio di persone: un andirivieni concitato di tecnici, ospiti e addetti ai lavori. Una eccitazione generale che, appena entrati, coinvolge immediatamente.

Tutti hanno sulla bocca un nome: Raffaella.

Raffaella, che è la Carrà, di bianco vestita (scaramanticamente come ad ogni debutto) è chiusa nel suo camerino, concentrata sulla scaletta del programma. Nessuno osa bussare alla sua porta; nessuno ha l’ardire di disturbare questo momento fondamentale che condivide solo con se stessa; al massimo con Sergio Iapino.

NON APRITE QUELLA PORTA! Sembra il monito che permea l’atmosfera festosa.

Nel frattempo, il pubblico, prende posto nelle comode poltroncine di velluto rosso. Immerso in un parlottare misto di allegria e trepidazione, aspetta l’inizio di un evento speciale. Carràmba, che sorpresa! è la scommessa del giovedì sera. Destinata a scuotere la convinzione che il varietà sia morto, lo presenta in una forma originale e completamente rinnovata.

Basato su un format inglese, Surprise Surprise, sebbene, alla fine, molto diverso, ha avuto un concepimento difficile: Pippo Baudo, allora direttore artistico di Raiuno, auspicava per Raffaella un giallo-show; lo scetticismo iniziale della stessa Carrà è stato picconato solo dalle insistenze di Sergio Iapino, al quale, tra l’altro, si devono l’invenzione del titolo Carràmba (gioco di parole tra Carrà e Caramba, esclamazione spagnola di sorpresa) e del conseguente neologismo carràmbata, ufficialmente registrato come lemma italiano per indicare una sorpresa.

Nata, finalmente, l’idea, la realizzazione ha potuto contare su una squadra di giovani autori come Benincasa e di Iorio; una redazione guidata dal rigore prussiano di Raffaella che detta direttive precise: leggere le lettere ricevute con le richieste di sorprese più varie, selezionare, valutare, verificare. Solo quando la richiesta è approvata, si procede alla seconda fase: passare al setaccio i soggetti coinvolti, assicurarsi che nessuno sappia della sorpresa neanche secondi prima della messa in onda, è un segreto da custodire come la ricetta della CocaCola; e realizzare il tutto, curando i minimi dettagli. Nulla è lasciato al caso. E le sorprese devono essere rigorosamente vere.

Così come sono vere le lacrime di ogni incontro tra parenti o amici che si erano persi di vista. Lacrime non sensazionalistiche, ma che accompagnano l’emozione per mano e la lasciano poi camminare da sola. Quando due persone si ritrovano dopo anni di lontananza e si abbracciano tra i singhiozzi di una sincera commozione, la telecamera non indugia, non spettacolarizza, e Raffaella si allontana: ha favorito quel momento, ma non ne fa, giustamente, parte.

Carràmba, che sorpresa! svolge anche una funzione di servizio pubblico. Racconta la storia di uno spaccato d’Italia costretta ad emigrare, avvicina due continenti nel segno della speranza e della condivisione. Significativo l’annuncio della conduttrice che, esultante, grida nel momento clou che precede l’incontro-sorpresa: “E dall’Argentina è quiiiii!”.

A parte i ricongiungimenti famigliari, le sorprese sono orchestrate così bene da far sì che chi sorprende, un attore, un cantante o un personaggio famoso, finisca a sua volta per essere sorpreso.

L’effetto finale è impagabile.

Delicato, calibrato, divertente, emozionante, talvolta stratosferico (le sorprese sono organizzate perfino nello Spazio con la complicità degli astronauti), Carràmba è esso stesso un “gancio”, ossia il “complice” delle sorprese, per un successo socio-culturale tutt’altro che scontato. Rappresenta la lungimiranza, la determinazione e quello spirito di intraprendenza che spesso manca in chi ha potere decisionale. L’innovazione ha sempre bisogno di persone coraggiose, capaci di ignorare gli schemi precostituiti.

Inoltre, incorona Raffaella Carrà che, dopo quattro anni, viene finalmente ri-accolta dagli italiani, ignari del rischio che stavano correndo: quello di vedersela “scippare” dagli spagnoli che, a pensarci ora, le avrebbero perfino concesso la nazionalità iberica. Ma ecco che un boato scuote l’auditorium. Raffaella entra. Saluta come farebbe un’affabile padrona di casa e raggiunge sul palcoscenico la sua postazione di ammiraglia: è lei al comando di questa corazzata. Imbraccia la preziosa cartellina con la scaletta della puntata, poi si eclissa per un istante dietro le quinte dove si dedica al suo personale codice morse: “Fafefifefufofefifo…Lalelilelulolelilo… Rarerireruroreriro…”

La Carrà è impazzita? Si sente male? Un filo di inquietudine attraversa il pubblico presente.

Niente di tutto questo: è solo uno scioglilingua, parte immancabile del suo rituale prima di andare in onda. Parte la sigla. Un nuovo inizio, destinato a diventare qualcosa che nessuno avrebbe mai dimenticato. Et voilà, c’est tout! Carràmba, che sorpresa! non si può replicare. Farlo sarebbe un disastro annunciato, non solo perché Raffaella è insostituibile, ma anche perché, in un’epoca di iper-connessione, si scoprono perfino le tracce degli esami di ammissione a Medicina, figuriamoci una sorpresa televisiva. E poi, non sono sicura che le richieste di allora sarebbero oggi altrettanto deliziosamente ingenue e coinvolgenti.

“I tempi cambiano,” ripetono i filosofi da bar; il vero problema è che, troppo spesso, peggiorano.

Roma, dicembre 2025.

Il sole declina. Accarezza le superfici lisce dell’Auditorium al crepuscolo violaceo del cielo romano. Sto ferma qualche secondo davanti al cancello verde, respiro l’aria frizzante di terra umida, erba, foglie. Mi pare di percepire un’eco. Non un suono, se non i rumori delle macchine che percorrono il viale alle mie spalle, ma una vibrazione: come se l’edificio ricordasse ogni nota passata, ogni applauso ricevuto, ogni frase detta davanti a quel pubblico che, dopo trenta anni, chi sa dove è disperso. Si potrebbe organizzare una carràmbata!

L’idea mi fa sorridere, ma per poco: Raffaella non appartiene più al mondo dei vivi. Resto ad osservare il vialetto. Assorta, mi sembra di scorgerla: a passo da generalessa avanza verso di me, mi raggiunge, si mette una mano sul fianco e con l’altra mi punta il dito indice con quel suo piglio tipico, un po’ bambinesco e un po’ sussiegoso: “Basta nostalgie! L’emozione non finisce mai, bisogna solo ricordarla nel modo giusto”.

Ci rifletto mentre mi allontano guardando l’Obelisco del Foro italico, immutabile negli anni. Raffaella ha ragione ma… Se avessi una macchina del Tempo, tornerei volentieri a quel 21 dicembre del 1995.

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