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Brexit, l’Europa ha bisogno di un nuovo rapporto con Londra: ecco perché va superata con buonsenso e pragmatismo

La Brexit, i suoi effetti e gli scenari dieci anni dopo. La strada da seguire è affrontare con pragmatismo le questioni concrete più urgenti: difesa, sicurezza, rapporti con gli Usa, innovazione, IA e finanza. Per riuscirci, entrambe le parti dovranno attenuare le proprie linee rosse

Brexit, l’Europa ha bisogno di un nuovo rapporto con Londra: ecco perché va superata con buonsenso e pragmatismo

Questa settimana la Gran Bretagna celebra dieci anni dal referendum su Brexit, ma anche le dimissioni del sesto Primo Ministro a partire dalla stessa data. Molti osservatori parlano di una Gran Bretagna diventata “italiana” o comunque di una Brexit che avrebbe paradossalmente reso il Paese più “europeo”. C’è del vero. Chi, come chi scrive, ha vissuto gli anni della presenza britannica all’interno delle istituzioni europee, ricorda un Paese difficile, spesso ostruzionista, ma sempre prevedibile e leggibile quale che fosse il partito al governo.

Questo, in contraddizione con il modo meno prevedibile e spesso più confuso dell’elaborazione politica di molti altri Paesi membri, compresa le Germania e ovviamente l’Italia. Oggi invece, sfido chiunque a prevedere con un minimo di certezza le grandi linee della politica britannica, interna ed estera, nei prossimi anni. In questa non brillante evoluzione, Brexit ha sicuramente avuto un ruolo, ma la ragione profonda è quella della difficile transizione che attraversano tutte le democrazie liberali. La malattia dovrà cercare di curarla ognuno a casa sua. Il problema collettivo che invece riguarda tutti noi europei è come curare le conseguenze di un brutto divorzio che ha fatto male a tutti.

Una prima fase è stata quella del negoziato sulle condizioni di Brexit, durato quasi 5 anni. Difficile ricordare un confronto più asimmetrico. In Gran Bretagna il referendum era stato vinto sulla base di menzogne e di un appello alle emozioni, che si era in realtà tradotto in una dimostrazione collettiva contro le élites al potere. Qualcosa di non dissimile dal fenomeno che più tardi ha portato Maga e Trump al potere in America. La conseguenza è che i vincitori del referendum si presentarono al tavolo del negoziato privi di qualsiasi strategia concreta sugli obiettivi da conseguire. L’unica linea possibile era quella di proclamare come invalicabile il limite della piena sovranità riconquistata: Brexit means Brexit.

Diversa invece fu la strategia dei 27. Consapevoli dell’obiettiva sproporzione a loro favore delle forze in campo, gli “europei” furono infatti guidati dalla principale preoccupazione di evitare a tutti i costi il contagio. A questo fine, nessuna concessione era possibile alle richieste del reprobo traditore. Nessun compromesso poteva toccare la sacralità delle regole europee a cui la Gran Bretagna aveva deciso di sottrarsi.

Il risultato finale è stata una completa vittoria della posizione di 27, ma soprattutto dell’obiettivo strategico che le istituzioni europee si erano prefisso. È infatti scomparsa qualsiasi velleità di imitazione: fine dei tentativi di Frexit o di Italexit. Anche i più accesi sovranisti hanno adottato la politica di “cambiare l’Europa dall’interno”. Non solo. Nessuno fra i paesi tradizionalmente vicini alle posizioni britanniche, come l’Olanda, i paesi nordici, o alcuni paesi dell’est fece il minimo tentativo di ammorbidire la dura posizione negoziale decisa a Bruxelles.

Nel frattempo, il mondo è cambiato per tutti. È cambiato in modo visibile per la Gran Bretagna che ha rapidamente scoperto che nessuna delle promesse di Brexit aveva un fondamento serio e che gli effetti del divorzio si traducevano in una visibile perdita di crescita e di benessere. Data la sproporzione delle forze in campo era normale che gli effetti negativi di Brexit si manifestassero prima e con maggior vigore per la Gran Bretagna. Non deve quindi sorprendere che il paese abbia intrapreso un esame di coscienza sull’errore compiuto fino a mettere in discussione, lo dimostrano molti sondaggi, la bontà del risultato referendario. Il comportamento degli altri europei è invece stato diverso. Il negoziato ci aveva dato ragione, il traditore era stato punito, nessuno aveva più voglia di imitarlo; potevamo quindi lasciarlo cuocere nel suo brodo e occuparci d’altro.

In realtà, non mancavano le questioni da affrontare: la difficile transizione climatica, la crescente perdita di competitività e di capacità innovativa rispetto a Stati Uniti e Cina e, soprattutto, la profonda trasformazione degli equilibri mondiali, segnata dall’aggressione russa all’Ucraina e dal progressivo disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa, reso ancora più evidente dall’atteggiamento ostile di Trump. Tutte queste sfide impongono di ripensare natura e funzionamento dell’Unione Europea. Abbiamo però scoperto che riguardano in modo molto simile anche la Gran Bretagna e che, sotto alcuni aspetti, sarebbe difficile affrontarle senza un rapporto solido con Londra.

Basti pensare ad alcuni esempi. Aiutare l’Ucraina a difendere la propria sovranità e costruire una maggiore autonomia strategica nella difesa, il cosiddetto “pilastro europeo della Nato”, diventerebbe molto più difficile senza la partecipazione del Regno Unito. Anche rispondere alla sfida della competitività, al centro dei rapporti Draghi e Letta, richiede una forte collaborazione con il Paese che ospita alcuni dei centri di innovazione più dinamici del continente. Infine, tutti concordano sul fatto che una parte essenziale della risposta europea debba essere un mercato dei capitali moderno ed efficiente. E, se Brexit ha portato a un certo trasferimento di attività da Londra verso alcune piazze europee, la City resta di gran lunga il mercato finanziario più liquido, dinamico ed efficiente a disposizione degli europei. Emerge quindi un vasto campo di interessi comuni. Convergenze che si sono poi consolidate di fronte a certi aspetti dell’evoluzione della politica americana in Medio Oriente.

È quindi cresciuta gradualmente, su entrambe le sponde della Manica, la consapevolezza dell’interesse reciproco ad aprire una nuova fase nei rapporti. Questa prospettiva è diventata più concreta con la fine dell’ultimo governo conservatore in Gran Bretagna. Il problema è come procedere, e la difficoltà è confermata dagli scarsi progressi registrati dopo l’arrivo al potere del nuovo governo laburista. La ragione è che i due negoziatori, pur animati da buona volontà, restano prigionieri delle “linee rosse” tracciate dopo il referendum. Da parte britannica, il nodo è evidente: il rifiuto categorico di accettare qualsiasi ritorno, anche parziale, sotto la giurisdizione delle regole di Bruxelles.

Più complessa è la posizione europea. Poiché il negoziato fu vinto in nome della sacralità di quelle regole, oggi non si ritiene possibile fare concessioni su questo punto. Al massimo, si può immaginare per la Gran Bretagna una situazione simile a quella di Norvegia o Svizzera, che comporta l’allineamento automatico alle norme decise a Bruxelles. Questa intransigenza è alimentata anche da un certo desiderio di rivalsa. Secondo alcuni, numerosi nella Francia gollista ma non solo, la Gran Bretagna dovrebbe pagare non soltanto per Brexit, ma anche per l’ostruzionismo esercitato durante i lunghi anni della sua partecipazione al progetto comune. In sostanza, dovrebbe venire a Canossa.

Questo atteggiamento ha qualche giustificazione, ma è largamente esagerato. Uno sguardo più lucido al passato mostra infatti che in molti settori – dal commercio internazionale alla costruzione del mercato integrato – il contributo del Regno Unito è stato molto positivo. Inoltre, quell’ostruzionismo viene talvolta invocato come pretesto per nascondere difficoltà che hanno altra origine, soprattutto la fragilità della volontà comune degli europei. Quando lo abbiamo davvero voluto, lo abbiamo infatti superato: nell’introduzione del voto a maggioranza per le questioni relative al mercato unico, nell’euro e in Schengen, tutte scelte realizzate nonostante l’opposizione britannica.

Il problema è che la Gran Bretagna non è né la Norvegia né la Svizzera e che è difficile sbloccare la situazione senza rimettere in gioco anche le “linee rosse” europee. Non è del resto un caso che il campo in cui si stanno realizzando i migliori risultati è quello della difesa e della sicurezza; campi non toccati dalle regole europee. Alcuni imputano la lentezza nei progressi alla mancanza di ambizioni. In sostanza, appoggiandoci ai sondaggi che indicano un forte cambiamento nell’opinione britannica, dovremmo porre esplicitamente il problema di un ritorno nell’Ue.

Sarebbe un grave errore che potrebbe condurre a risultati molto negativi per tutti. Se la motivazione principale di Brexit è stata una questione di identità, nulla di ciò che sta succedendo ci dice che la questione è stata risolta. L’errore da non ripetere è quello che condusse alla sconfitta nel referendum di coloro che difendevano la necessità di rimanere nell’Ue con l’argomento che “uscirne è peggio”. Del resto, anche l’Unione Europea, confrontata a nuove sfide esistenziali, attraversa una crisi d’identità. In queste condizioni sarebbe impossibile accettare un rientro della Gran Bretagna nell’Ue alle stesse condizioni che esistevano prima di Brexit, per esempio per quanto riguarda l’euro.

La strada da seguire è affrontare con pragmatismo le questioni concrete più urgenti e di interesse comune: difesa, sicurezza, rapporti con gli Stati Uniti, innovazione – compresa l’intelligenza artificiale – e finanza; tutti ambiti decisivi per un salto qualitativo dell’Europa. Per riuscirci, entrambe le parti dovranno attenuare le proprie linee rosse. Da parte europea, pur senza imporre vincoli alle rispettive sovranità, ciò dovrebbe tradursi nella disponibilità a discutere con la Gran Bretagna le nuove regole prima della loro adozione definitiva,. Fondare la convergenza su interessi concreti consentirebbe inoltre di orientare il nuovo rapporto tra Europa e Regno Unito verso la costruzione del futuro, anziché verso la gestione dei problemi del passato.

Naturalmente nessuno può prevedere quale sarà il futuro equilibrio politico in Gran Bretagna, né quali saranno nei prossimi mesi le priorità del probabile nuovo Primo Ministro Andy Burnham. Tuttavia, il buon senso suggerisce che vi sia ancora tempo sufficiente per compiere progressi che, una volta raggiunti, sarebbero difficili da smantellare. Vale comunque la pena provarci.

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