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Angelo Rizzoli, dal Corriere alla bancarotta

Figlio di Andrea, nipote di nonno Angelo Rizzoli, il fondatore dell’omonima casa editrice, più che godere della ricchezza e del prestigio di portare un tal nome, ne ha assaporato solo le conseguenze, l’amarezza di un precipizio senza fine, con le fortune accumulate finite nel vortice dei debiti, una sorta di Romolo Augustolo dei giornali.

Angelo Rizzoli, dal Corriere alla bancarotta

Il destino l’aveva candidato a essere il leader della terza generazione della più potente dinastia editoriale e cinematografica d’Italia. Ma Angelo Rizzoli junior, detto Angelone per la mole del corpo, figlio di Andrea, nipote di nonno Angelo, il fondatore dell’omonima casa editrice, più che godere della ricchezza e del prestigio di portare un tal nome, ne ha solo assaporato le conseguenze, l’amarezza di un precipizio senza fine, con le fortune accumulate finite nel vortice dei debiti, una sorta di Romolo Augustolo dei giornali costretto a prestare il suo celebre cognome per coprire un oscuro giro di operazioni spericolate del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, della P2 di Licio Gelli e dello Ior vaticano di Paul Marcinkus. Angelo Rizzoli non aveva ancora 35 anni e già la sua vita era entrata in un tunnel senza uscita, stritolato da personaggi potenti e spregiudicati.

E tutto questo perché Andrea Rizzoli, consigliato e sospinto da Eugenio Cefis, l’uomo forte della Montedison, si mise in testa di acquistare il Corriere della Sera, il sogno di tre generazioni, il punto di arrivo di un’avventura cominciata da Angelo titolare di una piccola tipografia, poi cresciuta a dismisura fino a dominare l’editoria nazionale. Ma ai Rizzoli mancava il quotidiano, un vulnus per l’orgoglio di famiglia: cosa c’era di meglio allora del Corriere tanto più che i proprietari di allora (Giulia Maria Crespi con l’appoggio degli Agnelli e dei Moratti per conto dell’Eni) davano l’impressione di volere cedere?

Così quattro anni dopo la morte di Angelo, il fondatore, il figlio Andrea realizza il sogno, poco badando al prezzo: nel giugno 1974 acquista per 27 miliardi la quota della Crespi e per 4 miliardi quella dell’Eni. Con il 66% del capitale Rizzoli avrebbe potuto fare a meno di acquisire le rimanenti azioni in mano alla Fiat di Agnelli, ma, noblesse oblige, si impegnò a rilevarle entro il luglio 1977. Il Corriere era ufficialmente dei Rizzoli ma già su via Solferino correvano le voci più disparate e poco rassicuranti sull’indipendenza del quotidiano e sulla libertà di stampa. Dicevano di un Cefis che, celandosi dietro Rizzoli, stesse tramando con l’obiettivo di usare il Corriere per condizionare la finanza e l’editoria italiana. In questo progetto di conquista si inseriranno quanto prima la P2 tramite Umberto Ortolani, il Banco Ambrosiano di Calvi e lo Ior del Vaticano: ingombranti compagni di Rizzoli in un viaggio che porterà in poco tempo alla catastrofe.

Perché Andrea Rizzoli aveva comprato quasi a occhi chiusi, fidandosi di Cefis e siglando un’operazione da complessivi 63 miliardi: aveva scalato la vetta ma in cima invece della gloria Rizzoli trovò una voragine di perdite e di debiti. Una situazione finanziaria che lo avrebbe portato sempre più nelle braccia della P2 e del Banco Ambrosiano. In questo clima da incubo si affacciava in via Solferino un ragazzone con la barba: era il figlio di Andrea, è di fatto il nuovo giovane “padrone” che sulle ali della gloria e dei soldi riesce a sposare anche la bella attrice del momento, Eleonora Giorgio. Un matrimonio che non durerà a lungo. Anche il Corriere è di fatto nelle mani degli altri, di Calvi, di Gelli, di Marcinkus, tanto è vero che Angelone, un po’ timido, un po’ inesperto, non fa un passo senza aver con sè un uomo in cardigan, dai capelli color bianco-argento. E’ Bruno Tassan-Din. E’ lui, laurea in Bocconi, che tiene le fila del quotidiano ormai alla mercè di manovre occulte sempre più spericolate.

Angelo junior è solo: il padre Andrea sta sperperando la sua vita tra la villa di Cap Ferrat e i casinò della Cosrta Azzura fino a perdere – si dice – 4 miliardi in una sola serata. E’ un abisso senza punto di arresto. Anche perché Cefis, che ha promesso mari e monti, è stato liquidato dalla Montedison sparendo in Canada. Tassan-Din, tessera P2 in tasca, ha però un piano pronto: trova il deus ex machina in Umberto Ortolani, un avvocato con studio in Roma che ha un piede nella P2 e l’altro nel Vaticano. Sarà lui a mettere in contatto Rizzoli con Calvi, due pedine sotto stretta sorveglianza della P2 e del Vaticano. Calvi comincia ad aprire i cordoni della borsa e finanzia il Corriere attraverso le più disparate filiali del Banco, da quella di Nassau al Banco Andino. In cambio la Rizzoli entra nell’azionariato del Banco. Incroci pericolosi e sotterranei ma nel libro soci, alla luce del sole, nella compagine azionaria del Corriere il maggior azionista resta Rizzoli.

Di fatto comandano tutti tranne Angelone: in particolare comanda anche il Vaticano nascosto dietro holding fantasma. Una girandola di capitali e pacchetti mentre la Rizzoli si lancia in una dispendiosa campagna acquisti, dal Mattino di Napoli al Piccolo di Trieste, dall’Eco di Padova all’Alto Adige. In via Solferino viene chiamato un giovane e allora un po’ meno panciuto Maurizio Costanzo a dirigere l’Occhio, il quotidiano popolare che invece di fare boom morirà dopo pochi mesi. Il Corriere intanto dà spazio a improponibili interviste di politici e ministri argentini al solo fine di favorire le operazioni del Banco in Sudamerica. Nel luglio 1977 lo Ior fa avere ai Rizzoli la disponibilità di 20,4 miliardi al servizio di un aumento di capitale finalizzato al pagamento della quota Fiat del Corriere. Il prestito della banca vaticana è un ulteriore atto che prova che il controllo era passato di mano: dalla Rizzoli al Vaticano e alla P2, tanto è vero che nel 1978 Umberto Ortolani subentra al posto di un Andrea Rizzoli ormai ridotto a un fantasma del passato, anche se il nome Rizzoli continua a fare da schermo.

Calvi ottiene che l’80% del capitale del Corriere venga depositato presso il banco Ambrosiano a garanzia dei prestiti concessi. Pacchetti che poi saranno trasferiti da Calvi allo Ior quando il banchiere dagli occhi di ghiaccio comincerà a chiedere a sua volta aiuto al Vaticano per salvare i traballanti conti del Banco. Il Vaticano sarà così per un certo periodo l’inatteso principale proprietario di Via Solferino. Ma prima del Banco va in tilt il Corriere, entrambi travolti dallo scandalo della P2 esploso nell’81. Nell’elenco degli iscritti alla loggia di Gelli emergono tanti nomi di potenti.Con la tessera n. 532 c’è anche Angelone Rizzoli. Il Corriere finisce in amministrazione controllata mentre Angelo, il fratello Alberto e Tassan Din sono arrestati per bancarotta con l’accusa di aver «occultato, dissipato o distratto» oltre 85 miliardi di lire.

Angelo rimane in carcere 13 mesi. Durante la sua detenzione, il padre Andrea è colto da infarto e muore. La sorella minore Isabella, appena diciottenne, è indagata e privata del patrimonio. Minacciata più volte di arresto, cadrà in una forte depressione e si suiciderà nel 1987, a 22 anni. Per Rizzoli jr l’impero di carta si è ormai trasformato in un incubo che pesa sul suo futuro. Tutti i suoi i beni finiscono sotto sequestro. Dovrà sopportare anche l’onta di vedere quel Corriere che suo padre aveva strapagato finire a un prezzo da saldo di nuovo nelle mani degli Agnelli. Rizzoli tenterà di avere ragione per vie legali ma senza successo. Non solo nello stesso anno in cui il Corriere torna agli Agnell, la Corte d’Appello civile di Roma lo condanna, mentre è ancora in carcere, per condotte distrattive a danno della Cineriz. Ma l’impero cinematografico che va in frantumi non scoraggia Angelone dal ricominciare a fare film negli anni Novanta dopo aver pagato 10 miliardi il fallimento del matrimonio con la Giorgi e saldato ogni debito con il Corriere. E’ un perdente ma non sarà mai povero come dimostra l’ennesima disavventura di oggi.

Di fatto scompare dalle cronache, tra il disinteresse di tutti, lui candidato dal destino a essere il re dei media. Dirà Angelo jr – oggi ormai settantenne e di nuovo coinvolto in una bufera giudiziaria – a Claudio Sabelli Fioretti qualche anno dopo la drammatica uscita dal Corriere, in un’intervista citata anche da Wikipedia: “Da allora sono passato una volta sola in via Angelo Rizzoli, a Milano. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, la sede costruita da Angelo Rizzoli e io porto lo stesso nome. Sogno sempre di tornarci da proprietario. Ma Holderlin diceva: ‘L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette’. Quando rifletto mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via in Rizzoli”.

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