Il Sudamerica sta vivendo una delle più rapide trasformazioni politiche degli ultimi decenni. Dopo la cosiddetta “onda rossa” degli anni 2000–2010, caratterizzata dall’ascesa di governi progressisti in Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador e Venezuela, le elezioni nel biennio 2025-2026 in Cile, Bolivia, Perù, Colombia e Ecuador hanno segnato un chiaro spostamento verso la destra e, in diversi casi, verso forze conservatrici radicali o di estrema destra, come l’ultimo caso del trionfo del trumpiano Abelardo De La Espriella in Colombia, dove fino a poco fa governava uno dei pochi leader socialisti del continente, Gustavo Petro.
L’ultimo baluardo, a parte l’Uruguay di Yamandù Orsi, è il Brasile di Lula, che però va al voto ad ottobre con la possibilità che vinca il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, Flavio. Ad ispirare questa nuova onda ultraconservatrice è stato il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, per il quale i leader sudamericani fanno a gara a chi ci è più amico, ad incominciare dall’argentino Javier Milei, ma anche il successo del presidente salvadoregno Nayib Bukele, che per primo ha riportato al centro dell’agenda politica i temi della sicurezza e del controllo interno, in un contesto di forte polarizzazione sociale.
Sette elezioni decisive: il nuovo orientamento del continente
In Colombia, la recente affermazione dell’outsider De La Espriella ha sorpreso tutti: ad aprile era dato indietro di 20 punti nei sondaggi rispetto al delfino di Petro, il filosofo Ivan Cepeda. Sempre di questi giorni che in Perù ha vinto per un soffio Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto, segnando dunque il ritorno di una destra di matrice fujimorista, accompagnata da un orientamento economico più liberista e da una forte domanda di ordine politico.
In Bolivia, la fine della lunga egemonia del Movimiento al Socialismo di Evo Morales ha segnato uno dei passaggi più significativi degli ultimi anni: dopo un ciclo politico dominato dalla sinistra indigena, il potere è passato nel 2025 ad una coalizione conservatrice guidata da Rodrigo Paz Pereira. In Cile, sempre a fine 2025, l’elezione di José Antonio Kast ha consolidato un modello di destra identitaria e securitaria, centrata su immigrazione, ordine pubblico e riduzione del ruolo dello Stato.
L’anno scorso è stato anche l’anno dell’affermazione del liberista filo-americano Daniel Noboa in Ecuador, che ha immediatamente concesso le basi militari agli Usa per dare inizio ad una dura repressione del narcotraffico, mentre nel 2023 aveva vinto l’esponente centrodestra Santiago Pena in Paraguay e Javier Milei in Argentina. Dal 2023 ad oggi c’è stata solo una affermazione della sinistra, nel 2024 con Yamandù Orsi in Uruguay.
La “cintura di destra” e la crisi delle sinistre latinoamericane
Il risultato combinato di queste elezioni ha rafforzato quella che gli osservatori definiscono una vera e propria “cintura di destra” latinoamericana. Alla base di questo spostamento vi sono fattori ricorrenti: il deterioramento della sicurezza urbana, la persistente fragilità economica, l’inflazione e una crescente disillusione verso i governi progressisti accusati di non aver ridotto le disuguaglianze. In molti paesi, la destra è riuscita a intercettare il malcontento sociale presentandosi come forza di ordine e stabilità, mentre la sinistra appare in difficoltà nel rinnovare il proprio linguaggio politico e nel rispondere alle nuove domande dell’elettorato.
Brasile e Uruguay: gli ultimi bastioni progressisti
Escludendo il Messico che fa parte del Nordamerica, solo il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, la cui affermazione risale però ormai al 2022, e l’Uruguay restano le principali eccezioni a una tendenza ormai regionale. Il Brasile, in particolare, continua a rappresentare il perno del campo progressista sudamericano, sia per dimensioni economiche sia per peso geopolitico, ma tra pochi mesi si va alle urne con lo spauracchio di un possibile ritorno al potere della destra estrema, rappresentata questa volta da Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente ora ai domiliciari e ineleggibile.
Il governo Lula mantiene un’impostazione centrata su politiche sociali, intervento pubblico e una diplomazia più autonoma rispetto all’asse occidentale tradizionale, con un avvicinamento ai Brics e al cosiddetto “Sud globale” e in particolare verso la Cina. Tuttavia, questa posizione appare sempre più isolata all’interno del continente, che si sta di nuovo orientando verso gli Stati Uniti di Trump.
Un continente alla ricerca di un nuovo equilibrio
La sequenza di vittorie della destra in America Latina apre interrogativi sul futuro politico della regione. Se da un lato emerge una domanda diffusa di stabilità e sicurezza, dall’altro resta incerta la capacità dei nuovi governi di offrire soluzioni strutturali alle fragilità economiche e sociali che attraversano il continente.
Il rischio, evidenziato da diversi analisti, è quello di una fase di forte polarizzazione politica, destinata a ridefinire non solo gli equilibri interni dei singoli Paesi, ma anche il ruolo dell’America Latina nello scenario globale. E’ evidente infatti che dopo essere diventato partner strategico della Cina, il continente ricco di risorse minerarie ed energetiche potrebbe tornare ad essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti, con l’Europa alla finestra. Il trattato commerciale Ue-Mercosur, formalmente già firmato, potrebbe essere messo in discussione proprio dai nuovi leader sovranisti e trumpiani.
