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In Italia il risparmio resta solido, ma poco orientato allo sviluppo: l’analisi di Cdp

Il risparmio degli italiani resta consistente, ma incide poco sulla crescita. Lo studio promosso da Cdp indica come indirizzarlo verso investimenti produttivi, fondi pensione, mercato dei capitali europeo e sviluppo delle imprese

In Italia il risparmio resta solido, ma poco orientato allo sviluppo: l’analisi di Cdp

Negli ultimi trent’anni il flusso annuale del risparmio delle famiglie italiane è calato dal 15% all’attuale 5% circa, ma essendo ancora lo stock accumulato veramente imponente, il focus va messo sul “come” viene usato e quali effetti riuscirebbe ad avere per stimolare la crescita del paese. Quindi il nostro problema principale non è tanto quello di incentivare il tasso di risparmio delle famiglie, ma quello di operare affinché le scelte dell’investimento siano maggiormente indirizzate verso l’aumento della produttività dell’apparato produttivo e quindi dell’occupazione e della crescita in generale.

Questa è la conclusione di fondo a cui giunge lo studio promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti e coordinato dal prof Luigi Guiso per il Centro for economic policy research, e che ha riscosso un accordo unanime dei partecipanti alla presentazione del volume e cioè dall’ex Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, dal prof. Nicola Rossi e dalla professoressa Luana Zaccaria.

Su questa tesi si sono ritrovati il presidente di Cdp Giovanni Gorno Temprini e l’amministratore delegato Dario Scannapieco che hanno ricordato il ruolo svolto dalla Cassa fin dalla sua fondazione di trasformare il risparmio in investimenti, all’inizio in infrastrutture pubbliche e ora sempre più nel sostegno alla crescita delle imprese. Anche il ragioniere generale dello Stato Daria Perrotta ha affermato che occorre sostenere di più gli imprenditori che sono i veri “agenti dello sviluppo economico”. Questo è il tempo delle scelte – ha sostenuto la Perrotta – ma non solo quelle di breve periodo per tamponare qua e là i buchi.

Previdenza complementare e liquidità: i limiti del sistema italiano

Ed è proprio su queste scelte che il dibattito ha dato qualche indicazione interessante. L’ ex Governatore Visco ha in primo luogo concordato con quanto sostenuto dal volume e cioè che il calo del risparmio è la conseguenza della stagnazione del Pil e non viceversa come qualcuno continua a pensare. Inoltre è vero che la politica dovrebbe centrare la propria attenzione su come riuscire ad indirizzare una quota maggiore del risparmio degli italiani verso gli investimenti produttivi. E bisogna riconoscere che la previdenza complementare che potrebbe essere un tramite formidabile per finanziare le attività produttive, non è finora decollata perché gli strumenti non sembrano molto attraenti e sono piuttosto cari. Occorrerebbe poi mobilitare il risparmio delle imprese che negli ultimi anni hanno aumentato notevolmente le loro riserve di liquidità, ma che per il momento non sembra destinata ad impieghi produttivi a lungo termine. Molte imprese infatti considerano il mantenimento di una forte liquidità come un cuscinetto protettivo di fronte a variazioni improvvise della politica monetaria con riflessi sulla disponibilità di credito.

Sulla stessa linea si è collocato il prof Rossi secondo il quale il risparmio cala per la perdita di dinamicità dell’economia italiana. “Sempre meno persone sono stimolate da un sentire globale verso la crescita “ e quindi dal rischiare investimenti innovativi. E’ un fenomeno anche culturale confermato dal fatto che nel nostro paese nascono poche nuove imprese. Come nella demografia le imprese nuove sono meno di quelle che cessano la propria attività. Le piccole imprese, che sono il cuore della nostra industria , stentano a crescere per i molti ostacoli di legge che favoriscono le piccole dimensioni. Le grandi imprese sembrano ferme o addirittura regrediscono. Tutto questo crea un ambiente non favorevole all’intrapresa e induce il risparmiatore a non avere “fiducia” verso proposte di investimento più redditizie ma anche più rischiose come quelle in azioni.

A questo proposito una annotazione interessante è venuta da Luana Zaccaria che ha esplorato le dinamiche familiare nelle scelte di investimento. Ne risulta non solo che le donne stanno molto aumentando la propria influenza In queste scelte, ma anche che, contrariamente a quanto immaginato, le donne sono più coraggiose nell’affrontare investimenti un po’ più rischiosi degli uomini. Questo conferma in generale che le attività di educazione finanziaria sono un indispensabile corollario alle modifiche degli ordinamenti.

Le tre leve per portare il risparmio verso l’economia reale

In conclusione le indicazioni che sono venute dallo studio e confermate dal dibattito sono tre: in primo luogo bisogna bisogna rendere più attraenti i fondi pensione e i fondi comuni in modo da far arrivare in questo modo maggiori risorse verso gli investimenti azionari; in secondo luogo bisogna eliminare , come raccomandato dal prof Rossi, le distorsioni fiscali derivanti dalla diversa tassazione delle varie forme di impiego del risparmio.

Infine bisogna considerare che qualsiasi politica efficace per avvicinare il risparmio agli impieghi produttivi, deve prendere forma su scala europea dove bisogna dare una spinta al mercato comune finanziario e ad un sistema bancario si scala continentale volto a togliere il monopolio attualmente detenuto dalle banche americane nel risparmio gestito, nel sistema dei pagamenti, e nelle grandi operazioni tra imprese.

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