E’ partita la campagna d’autunno della Cgil sulle pensioni. Il responsabile del settore delle politiche previdenziali Ezio Cigna, ha curato un documento di 14 pagine dove – partendo da un problema collaterale relativo al pensionamento del pubblico impiego – muove all’assalto della norma di salvaguardia della sostenibilità del sistema: l’indicizzazione biennale dei requisiti contributivi e anagrafici all’incremento dell’attesa di vita.
Già nel dibattito sulla legge di Bilancio per il 2026 la questione dell’adeguamento automatico aveva provocato qualche dissenso all’interno della maggioranza e tra la Lega il “suo” ministro Giancarlo Giorgetti. Quel dissidio fu provvisoriamente superato con la riduzione dell’incremento, per il solo 2027, da tre a un solo mese e, nel contempo, tramite il voto sull’ordine del giorno che impegnava il governo a trovare le risorse per tagliare l’aumento dei requisiti pensionistici legato alla dinamica demografica anche per gli anni successivi.
In questa fessura, a gennaio, si era infilato pesantemente il Pd, portandosi appresso tutto il Campo largo attraverso la presentazione alla riapertura della Camera, di un atto di indirizzo che impegnava il governo “ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e a eliminarne il meccanismo di revisione periodica”. Insomma, abolizione totale dell’automatismo che lega pensioni e demografia. Uno scherzo da prete per la maggioranza che al suo interno vede la Lega schierata sulle stesse posizioni e che sul tema ha votato una sua risoluzione cerchiobottista.
Come abbiamo anticipato l’obiettivo della revisione del meccanismo viaggia, abilmente, su di un altro vettore che ha consentito all’Osservatorio della previdenza della Cgil di corredare l’offensiva con la rappresentazione di tagli orripilanti ai trattamenti dei dipendenti. Il “bagno di sangue’’ ha iniziato a circolare sui media, in attesa che se ne occupi la politica e riparta la richiesta di abolire tout court l’infernale meccanismo, anche a costo di affossare l’incerta sostenibilità del sistema.
Vittime del governo ‘’del ‘’freddo, della fame e della paura’’ sono gli iscritti alle gestioni CPDEL(enti locali), CPS (sanitari), CPI (maestri) e CPUG (ufficiali giudiziari) ovvero le ex Casse del Tesoro trasferite dapprima all’Inpdap, poi all’Inps.
A questo punto, come nei romanzi dell’Ottocento, dobbiamo fare un passo indietro: tornare al casus belli. Il governo nel redigere il disegno di legge di bilancio 2024 aveva scovato un privilegio che era sfuggito anche a ministri più severi e puntigliosi (come ammise anche Elsa Fornero). E aveva previsto nell’articolo 32 che le quote di pensione a favore degli iscritti alle Casse dei dipendenti pubblici ex Tesoro liquidate a decorrere dal 1° gennaio 2024, secondo il sistema retributivo per anzianità inferiori a 15 anni, fossero calcolate con l’applicazione di un’aliquota che garantisse uno sviluppo graduale e proporzionato rispetto all’incremento dell’anzianità utile, calcolato come prodotto fra la percentuale su base annua del 2,5% e il numero di anni posseduti fino all’anzianità di quindici anni, con applicazione proporzionale ai mesi per le frazioni di anno anziché secondo il trattamento vigente che garantiva da zero a 15 anni di anzianità un pensione maggiorata di quasi il 25%. In sostanza era sufficiente anche un solo anno (magari attraverso il riscatto della laurea) prima del 31 dicembre 1995 per usufruire di questo regime più favorevole. Va da sé che tra i due trattamenti vi era una differenza di effetti economici che proseguiva fino a 15 anni di anzianità quando avveniva l’allineamento. E per fare massa critica il sindacalista aggiunge a questo danno anche quello derivante dal meccanismo della indicizzazione dei requisiti e dell’adeguamento dei coefficienti di trasformazione, nella consapevolezza che è questo il problema vero da affrontare.
Ad esprimersi in punta di diritto queste categorie non erano e non sono vittime di un danno emergente bensì profittatrici legittime di un lucro cessante, perché nel ddl di bilancio 2024 il governo voleva rivedere una incomprensibile clausola di miglior favore destinata peraltro a esaurirsi nel tempo quando tutti fossero andati in pensione con il solo calcolo contributivo.
Le categorie interessate, però, insorsero come un sol uomo trainate dal personale sanitario reduce dalla lotta a mani nude contro la pandemia rivendicando quindi quel trattamento come un atto di solidarietà nei loro confronti, aggiungendo alla carota anche il bastone ovvero la minaccia di una massiccia fuga in pensione per poter usufruire delle previgenti normative. Il che – si diceva – avrebbe messo ancor più in difficoltà il Ssn.
A suo tempo la Cgil presentò un emendamento in cui veniva richiesta, senza troppe storie, l’abrogazione dell’articolo ‘’con cui si vogliono modificare le aliquote di rendimento per le quote retributive di alcune gestioni previdenziali afferenti ai lavoratori pubblici’’. Il governo si trovò in evidente imbarazzo. E modificò la norma in modo da escludere dalla penalizzazione (rectius dall’armonizzazione) coloro che si avessero optato la pensione di vecchiaia (ai quali veniva confermato il calcolo con le previgenti aliquote nonché quanti avessero conseguito entro il 31 dicembre 2023 i requisiti già previsti. Inoltre, fu introdotto un ulteriore meccanismo di tutela in modo da ridurre la penalizzazione all’approssimarsi all’età della pensione di vecchiaia.
La perdita complessiva può variare da 17.000 a oltre 117.000 euro nell’arco dell’intera aspettativa di vita pensionistica
Proseguendo, l’analisi si cimenta con l’impatto economico complessivo che tale penalizzazione può determinare nell’intero periodo di percezione della pensione, sviluppando, a tal proposito, una simulazione costruita sull’ipotesi di un accesso al pensionamento intorno ai 64 anni di età e considerando la durata media di attesa di vita successiva al pensionamento. L’elaborazione prende in esame differenti livelli retributivi e diversi anni di inizio della contribuzione, evidenziando come il taglio pensionistico assuma dimensioni progressivamente più rilevanti per le lavoratrici e i lavoratori maggiormente coinvolti dal sistema misto di calcolo. Dalla simulazione emerge come, a fronte di una retribuzione annua pari a 30 mila euro, la perdita complessiva possa variare da circa 17 mila euro fino a oltre 117 mila euro nell’arco dell’intera aspettativa di vita pensionistica. Con una retribuzione di 50 mila euro, la riduzione cumulata può raggiungere quasi 196 mila euro, mentre nei casi di redditi pari a 70 mila euro la penalizzazione supera i 270 mila euro complessivi.
L’analisi poi arriva al sodo: all’effetto dell’aumento dei requisiti pensionistici se fallisse l’obiettivo di bloccare l’adeguamento all’attesa di vita dal 2027 in avanti. Se nel biennio 2025-2026 l’indicizzazione non è scattata per via del mancato incremento dell’attesa di vita, dopo l’aggiunta di un mese nel 2027, già dal 2028 l’incremento tornerebbe pienamente operativo, con un aumento complessivo pari a 3 mesi, determinando quindi un ulteriore innalzamento dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione. Sulla base delle stime elaborate dalla Ragioneria Generale dello Stato nel Rapporto pubblicato a gennaio 2026 è possibile osservare l’evoluzione prevista dei requisiti pensionistici nei diversi bienni fino al 2050. Le proiezioni evidenziano un progressivo incremento sia dell’età pensionabile sia dei requisiti contributivi per la pensione anticipata, confermando la natura strutturale del meccanismo automatico di adeguamento alla speranza di vita che sarebbe quindi pernicioso abolire.
Prima che il dibattito sfugga di mano nei talk show è bene precisare che non si tratta di tagli di diritti (danno emergente) ma dal venir meno di una aspettativa legata ad una residua norma di privilegio del pubblico impiego sopravvissuta tra le tante che negli ultimi trent’anni sono state armonizzate al regime dell’Ago, in coerenza con una linea di riforma che resta un vanto del sistema pensionistico italiano e che ha visto la Cgil in altri anni tra i principali protagonisti.
Se la nuova linea è quella di rimpiangere il passato, nel pubblico impiego si dovrebbero spandere fiumi di lacrime per tutti i privilegi che sono venuti a mancare attraverso le riforme: il calcolo della pensione pari al 100% dell’ultimo stipendio; la clausola oro dove era applicata; il pagamento dell’intera indennità integrativa speciale anche nei casi di pensionamento anticipato; la possibilità di andare in quiescenza dopo 20 o 25 anni di servizio, in certi casi dopo 15 anni (14 anni, sei mesi e un giorno).
Inoltre è il caso di far notare che per mantenere il trattamento maggiorato del 24% (un privilegio la cui logica si iscrive nel novero di quelli aboliti) è sufficiente andare in pensione di vecchiaia all’età canonica. Un traguardo che attraverso il trattamento di vecchiaia (peraltro maggiorato del 24%) potrebbe essere tagliato ad un’età inferiore di quella della pensione anticipata. Quanto alla giovane età in cui nelle simulazioni ha inizio l’attività lavorativa, l’analisi finisce per prefigurare dei veri e propri casi limite. Infine, sarebbe ora che queste simulazioni cominciassero ad occuparsi non solo dell’età della decorrenza effettiva della pensione, ma anche del tempo che ci si resta in rapporto all’evoluzione dell’aspettativa di vita. Questo è lo snodo cruciale nel rapporto con le nuove generazioni apporto con le nuove generazioni.
In fondo, il percorso dei requisiti anagrafici e contributivi delineato è lo stesso del sistema pensionistico nel suo complesso e a disciplina vigente, inclusa l’indicizzazione con cadenza biennale all’incremento dell’attesa di vita. La vera anomalia non è quella che denuncia Ezio Cigna, ma la sostanziosa maggiorazione che continua ad operare solo per gli iscritti alle Casse ex Tesoro in caso di pensione di vecchiaia.
