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Intel, pronto soccorso al via: dopo Nvidia, ora anche Apple? In arrivo fiumi di miliardi con la benedizione di Trump: perché

Intel non è un’azienda qualsiasi: è un simbolo della Silicon Valley, diventata regina negli anni ’70 con il primo microprocessore. Ora tutte le forze convergono affinché diventi il gioiello Usa indipendente da Taiwan

Intel, pronto soccorso al via: dopo Nvidia, ora anche Apple? In arrivo fiumi di miliardi con la benedizione di Trump: perché

È un momento magico per Intel dopo anni di sofferenza e frustrazione per gli investitori. Per sostenerla stanno arrivando fiumi di miliardi, perché alla fine è più di una semplice azienda che deve essere salvata. È un simbolo per gli stessi Stati Uniti e il perno su cui garantire l’indipendenza Usa nel settore dei chip.

Ieri è arrivata l’ennesima notizia positiva che ha fatto scattare il titolo Intel a Wall Street: il produttore di chip avrebbe contattato anche Apple per assicurarsi un suo appoggio. Ieri a New York, le azioni Intel sono salite del 6,4% a 31,22 dollari, dopo che Bloomberg ha riportato dei colloqui con Apple che invece ha chiuso in ribasso di meno dell’1% a 252,31 dollari.

Questo accordo segue l’investimento di 5 miliardi di dollari effettuato la scorsa settimana da Nvidia, che prevede di collaborare con Intel su chip per personal computer e data center. Mentre il mese scorso il colosso tecnologico giapponese SoftBank Group, che punta a espandersi ulteriormente negli Stati Uniti, ha annunciato un investimento di 2 miliardi di dollari nella società californiana. L’amministratore delegato di Intel, Lip-Bu Tan le sta provando tutte e, secondo quanto riferito dalle fonti, sta contattando anche altre aziende per valutare possibili investimenti e partnership, con la benedizione dell’amministrazione Trump.

Mentre la partnership con Nvidia sia stata descritta dagli analisti come un momento rivoluzionario che porta Intel “in prima linea” nella corsa all’intelligenza artificiale, l’accordo con Apple è visto più problematico: vorrebbe dire per Apple abbandonare i chip più sofisticati prodotti dal partner Taiwan Semiconductor Manufacturing Co per tornare sui processori Intel. Apple ha utilizzato i chip Intel nei suoi Mac per anni, ma ha iniziato ad abbandonarli nel 2020, quando il gruppo guidato da Tim Cook ha scelto di passare a chip sviluppati internamente e prodotti da Taiwan Semiconductor Manufacturing o da Samsung. Un ritorno alla collaborazione, quindi, non significherebbe necessariamente un ripensamento sulla strategia di indipendenza tecnologica di Cupertino, ma potrebbe offrire nuove sinergie, soprattutto nel campo della produzione di semiconduttori e dei progetti legati al rafforzamento delle filiere produttive negli Stati Uniti.

Intel: è il momento d’oro

Nonostante le perplessita circa il deal, in questo momento di rilancio di Intel, non si può escludere nulla. Intel è considerata un elemento fondamentale negli sforzi per rilanciare la produzione nazionale e una priorità per la Casa Bianca. Non dimentichiamo che lo scorso agosto gli Stati Uniti hanno acquisito una quota di circa il 10% del produttore di chip. Del resto Trump non nasconde il suo “amore” per il brand: nei giorni scorsi ha suscitato un bel po’ di clamore con un post sul suo social, Truth Social: pubblicato a mezzanotte, mostrava un’immagine generata dall’IA che lo ritraeva alla scrivania dello Studio Ovale, circondato da grafici di trading sui monitor. L’immagine includeva il testo “Ho comprato Intel a 20 dollari” e “Intel ora a 30 dollari”, spingendo gli investitori a chiedersi se Trump si voglia prendere il merito del recente aumento delle azioni Intel. L’amministrazione Trump ha acquistato 433,3 milioni di azioni primarie a 20,47 dollari l’una, che rappresentano il 9,9% della società, mentre ora effettivamente quotano oltre i 30 dollari.

Le ambizioni e le sfide di Intel

Le sfide per Intel restano elevate. L’azienda con sede a Santa Clara ha perso il suo consolidato vantaggio tecnologico, ha ceduto quote di mercato a rivali e non è riuscita a cavalcare la forte richiesta di dispositivi di intelligenza artificiale, come invece ha fatto Nvidia. Tuttavia, gli investitori sono diventati più ottimisti sulle prospettive del titolo dopo l’intervento del governo: il titolo è cresciuto di oltre il 60% dall’inizio di agosto. Gli analisti restano cauti: su 43 broker che seguono il titolo, solo tre consigliano l’acquisto, cinque la vendita, mentre la stragrande maggioranza (35) mantiene una posizione neutrale. Il prezzo obiettivo medio, 24,8 dollari, è inferiore di circa il 20% rispetto alle quotazioni attuali.

I fondamentali restano fragili. Il consensus prevede per il 2025 una perdita netta di 5,4 miliardi di dollari, comunque un miglioramento rispetto al rosso di 18,7 miliardi del 2024. Anche il 2026, però, dovrebbe chiudersi in negativo (-760 milioni). I ricavi attesi per il 2025 sono pari a 52 miliardi, in leggero calo rispetto al 2024, e dovrebbero restare sostanzialmente stabili nel 2026. Sul fronte patrimoniale, il debito netto si attesta attorno ai 26 miliardi e le previsioni dicono che resterà stabile.

Sotto la guida dell’ex Ceo Pat Gelsinger, Intel si è prefissata di diventare una fonderia (foundry) di chip, ovvero un’azienda che produce semiconduttori per clienti esterni. Ma l’azienda ha faticato ad assicurarsi un numero sufficiente di clienti per sostenere i suoi piani di espansione produttiva. Poi Intel ha continuato sulla stessa strategia di fonderia anche sotto la guida di Tan, anche se con maggiore cautela, e il luglio scorso ha annunciato che Intel avrebbe introdotto una nuova tecnica di produzione all’avanguardia, denominata 14A, sempre che i clienti si fossero impegnati ad adottarla. Il suo competitor diretto in questo settore della fonderia è Tsmc che fornisce a gran parte delle aziende del settore tecnologico, tra cui Apple, Nvidia e Advanced Micro Devices.

Che cosa significa Intel per gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti tengono particolarmente a Intel per garantire la “sovranità tecnologica” e rafforzare la produzione nazionale di semiconduttori avanzati, riducendo la dipendenza da potenze straniere e supportando la crescita economica e la sicurezza nazionale. L’acquisizione di quella quota del 10%, come parte del Chips Act, è un’iniziativa per riportare sul suolo americano la produzione di chip considerati cruciali per la sicurezza nazionale e la stabilità della catena di approvvigionamento.

Gli Stati Uniti non possono permettersi di dipendere da Tsmc, situata in un’area ad alto rischio geopolitico come Taiwan. Allo stesso modo, Samsung, pur avendo impianti in Texas, resta un attore estero con il suo centro nevralgico in Corea del Sud.

Intel non è un’azienda qualsiasi: è un simbolo della Silicon Valley, fondata nel 1968 e protagonista della rivoluzione dei microprocessori. La società californiana all’inizio produceva componenti per memorie e, durante gli anni 70, è diventata leader nella produzione di memorie Dram, Sram e Rom. La svolta è arrivata nel 1971 quando Marcian Hoff, Federico Faggin, Stanley Mazor e Masatoshi Shima costruirono il primo microprocessore, l’Intel 4004: nel 1973 l’azienda registrò vendite per 66 milioni di dollari. Lasciarla soccombere alla concorrenza non rappresenterebbe solo un disastro industriale, ma anche un colpo simbolico devastante per l’innovazione americana.

Trump: la catena produttiva dei chip resti a stelle e strisce

L’influenza di Washington va oltre la sola partecipazione azionaria: passa attraverso contratti pubblici, agevolazioni fiscali, licenze di export e regolamentazioni. Non solo: al momento della sottoscrizione, è stato concesso anche un warrant quinquennale, ovvero un diritto di acquistare ulteriori azioni a un prezzo prestabilito. Nello specifico, il warrant permetterà al governo di salire di un altro 5% nel capitale, pagando 20 dollari per azione. Questo diritto potrà essere esercitato solo nel caso in cui Intel riduca la propria partecipazione nella divisione Foundry al di sotto della soglia del 51%. Ciò rappresenta la chiave industriale dell’operazione: significa che lo Stato americano vuole assicurarsi che la catena produttiva dei chip resti sotto controllo nazionale, evitando spin-off o cessioni eccessive a partner stranieri. Il warrant cioè agisce come una sorta di “golden share” implicita: se Intel tentasse di cedere il controllo delle sue fabbriche, lo Stato potrebbe rafforzare la sua quota per difendere la proprietà nazionale.

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