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Usa-Iran, parte il negoziato in Svizzera: Vance apre il tavolo tra nucleare, Libano e Hormuz

Si aprono oggi in Svizzera i colloqui tra Stati Uniti e Iran, con JD Vance al tavolo con Teheran. Il negoziato parte tra il dossier nucleare, la tregua fragile in Libano, le tensioni sullo Stretto di Hormuz e la partita degli asset iraniani congelati

Usa-Iran, parte il negoziato in Svizzera: Vance apre il tavolo tra nucleare, Libano e Hormuz

Dovevano slittare, forse saltare. Sono rimasti appesi per ore agli attacchi israeliani in Libano, alla reazione furiosa di Teheran, alla minaccia di richiudere lo Stretto di Hormuz e al rischio che il banco negoziale saltasse prima ancora di aprirsi. Invece oggi, 21 giugno, i primi colloqui tra Stati Uniti e Iran partono in Svizzera, nel resort di Bürgenstock, affacciato sul lago di Lucerna. Il vicepresidente americano JD Vance è arrivato in Svizzera per l’avvio ufficiale dei negoziati con i leader iraniani. Al centro del tavolo ci sono il programma nucleare di Teheran e il tentativo di rendere più solido il fragile accordo provvisorio che dovrebbe fermare la guerra e stabilizzare il fronte libanese.

“Dobbiamo continuare a gestire la situazione fra Israele e Libano”, ha detto Vance. Il vicepresidente resterà in Svizzera uno o due giorni e si augura che dal vertice arrivino progressi sia sul nucleare sia sulla tregua in Libano. “Queste sono le due cose su cui penso siamo concentrati. Sono sicuro che gli iraniani avranno dei temi su cui vogliono parlare”, ha spiegato.

La giornata dovrebbe aprirsi proprio con una discussione d’emergenza sul conflitto tra Israele e Hezbollah, indicato da un diplomatico a CBS come il primo dossier sul tavolo. Il Libano, più ancora del nucleare, è diventato il test immediato della tenuta del negoziato.

Usa-Iran: delegazioni al completo, aspettative basse

La macchina diplomatica si è messa in moto già nelle ore precedenti. L’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff è arrivato ieri in Svizzera, accolto da Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump e altro mediatore americano nel dossier. I due hanno lavorato sugli aspetti tecnici del negoziato, resi più incerti dai continui scontri tra forze israeliane e Hezbollah.

Da Teheran è arrivata una delegazione di peso. A guidarla c’è il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, al governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati e al viceministro del Petrolio Hamid Bovard. Il Pakistan ha confermato la partecipazione del primo ministro Shehbaz Sharif e del capo dell’esercito, il feldmaresciallo Syed Asim Munir. Atteso anche il Qatar, che insieme a Islamabad ha avuto un ruolo nella mediazione.

Le aspettative, però, restano basse. Lo stesso Vance ha ammesso che l’agenda è ancora fluida. “Pianificheremo i colloqui quando arriveranno i rappresentanti del governo iraniano, del Qatar e del Pakistan”, ha detto, aggiungendo che “queste cose sono sempre in continua evoluzione”.

Da parte iraniana il tono non è meno prudente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha chiarito che Teheran userà il viaggio in Svizzera per chiedere agli Stati Uniti di rispettare gli impegni presi. “Questo viaggio serve a chiedere che la parte americana adempia ai propri obblighi” e ha avvertito che, “se ciò non dovesse avvenire, l’intero memorandum rischierà di essere compromesso”.

Hormuz e Libano, le mine sul tavolo

A rendere il negoziato più fragile è stata la mossa dei Pasdaran, che hanno dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz in risposta a quelle che Teheran definisce violazioni israeliane in Libano. La decisione è arrivata mentre Stati Uniti e Iran provano a dare sostanza a un cessate il fuoco di 60 giorni e a un memorandum d’intesa firmato mercoledì dai presidenti Donald Trump e Masoud Pezeshkian. Per Washington, però, Hormuz non è davvero chiuso. Il Comando centrale americano ha fatto sapere che sabato 55 navi mercantili hanno attraversato lo stretto, trasportando oltre 17 milioni di barili di petrolio verso i mercati globali. Vance, prima della partenza dagli Stati Uniti, ha detto di non aver visto prove della chiusura dello Stretto.

La pressione resta altissima anche sul fronte libanese. Il cessate il fuoco appare fragile, con Israele e Hezbollah che continuano ad accusarsi a vicenda di attacchi e violazioni. Il vicepresidente americano ha sostenuto che la situazione in Libano sta “migliorando” e che l’escalation è sotto controllo, ma l’obiettivo dichiarato di Washington resta “stabilizzare la situazione in Libano“.

Da Israele arrivano segnali opposti. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha promesso che l’esercito israeliano resterà nella zona di sicurezza in Libano per anni e che non si ritirerà nemmeno davanti a una richiesta esplicita degli Stati Uniti. “Resteremo lì finché Hezbollah non si disarmerà, e credo anche oltre, perché abbiamo bisogno di confini difendibili”, ha detto.

Asset congelati e nucleare, la partita vera

Dietro la gestione dell’emergenza resta la parte più politica ed economica del negoziato. Il primo round dovrebbe affrontare anche il nodo degli asset iraniani congelati all’estero. Teheran aspira a riavere rapidamente una parte dei circa 100 miliardi di dollari bloccati nel mondo, a cominciare dai 6 miliardi oggi in Qatar.

Il piano allo studio tra Stati Uniti e Qatar punta a rendere disponibili miliardi di dollari per “spese umanitarie“, una formula pensata per consentire l’acquisto di cibo, medicinali e altri beni essenziali attraverso la Banca centrale iraniana, usando i ricavi delle vendite di petrolio congelati all’estero. I 6 miliardi rappresenterebbero la prima tranche dei 24 che l’Iran chiede di sbloccare in tempi rapidi.

Sul piano politico, Washington punta a incardinare il confronto su due livelli: colloqui tra i capi delegazione e tavoli tecnici tra gruppi di lavoro. Il dossier nucleare resta il punto più delicato. Gli Stati Uniti vogliono limitare il programma di Teheran, mentre l’Iran pretende garanzie concrete sul rispetto degli impegni e sul memorandum provvisorio.

Il vertice svizzero nasce quindi già sotto pressione. Ma proprio per questo pesa più del previsto. Dopo rinvii, minacce e nuove tensioni regionali, il fatto che le delegazioni siano arrivate a Bürgenstock segna il primo vero banco di prova della tregua. Il negoziato comincia oggi. E il suo successo, o il suo fallimento, passa subito da Libano, Hormuz e nucleare.

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