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Usa, il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva e il vero volto di Trump sulle rivendicazioni della working class

Il diritto alla contrattazione collettiva negli Stati Uniti nasce con il New Deal per riequilibrare i rapporti tra lavoratori e imprese, ma nella pratica spesso si inceppa tra ritardi e vuoti normativi. Sindacati e nuove proposte legislative cercano di renderlo più efficace, ma la questione si lega anche ai cambiamenti della classe operaia e al suo sostegno politico a Trump

Usa, il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva e il vero volto di Trump sulle rivendicazioni della working class

Una delle principali conquiste sindacali della legislazione del New Deal, varata dal presidente democratico Franklin D. Roosevelt, fu il riconoscimento del diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva per mezzo delle organizzazioni del movimento operaio.

Lo scopo della misura era quello di riequilibrare il potere negoziale tra dipendenti e datori di lavoro. Il rapporto risultava fortemente sbilanciato a vantaggio delle aziende in situazioni in cui, per la loro evidente subordinazione gerarchica, i dipendenti erano costretti a trattare come singoli con gli imprenditori e le società, mentre si sarebbe avvicinato a una condizione paritetica se la controparte delle aziende fosse stato un sindacato.

Il diritto alla contrattazione collettiva fu introdotto nel 1933 con il National Industrial Recovery Act (NIRA), come una sorta di contropartita per l’intervento dello Stato federale a sostegno della ripresa economica, e venne reiterato nel 1935 con il National Labor Relations Act, dopo che la Corte Suprema aveva bocciato per incostituzionalità il NIRA su aspetti che non riguardavano le questioni sindacali bensì i poteri di regolamentazione del commercio, e conseguentemente delle attività economiche, da parte del Congresso.

I limiti della contrattazione collettiva

Il riconoscimento della contrattazione collettiva è giunto fino ai nostri giorni, superando indenne anche i provvedimenti reazionari in materia di associazionismo operaio varati dal Congresso nel secondo dopoguerra, soprattutto negli anni della Guerra fredda, come il Taft-Hartley Act del 1947 che impose ai dirigenti sindacali un giuramento di non appartenenza a organizzazioni comuniste, vietò ai sindacati di finanziare direttamente le campagne di candidati a cariche elettive e impedì la detrazione automatica delle quote di iscrizione ai sindacati dagli stipendi dei loro membri.

La longevità del diritto alla contrattazione collettiva, tuttavia, si spiega soprattutto con le difficoltà di far valere in concreto questa facoltà, cioè con il fatto che spesso si è tratto di un diritto teorico anziché effettivo.

La prerogativa comporta che un’azienda debba negoziare retribuzione, orari e condizioni di lavoro, firmando un nuovo contratto collettivo dopo che i suoi dipendenti hanno votato per costituire un’organizzazione sindacale che li rappresenti oppure per designare formalmente una già esistente come portavoce.

Tuttavia, né la legge del 1933 né quella del 1935 hanno stabilito entro quanto tempo debba svolgersi e soprattutto concludersi la negoziazione. Emendamenti integrativi in tal senso al National Labor Relations Act sono stati ripetutamente presentati al Congresso da legislatori democratici da più di mezzo secolo.

Però, anche quando sono riusciti a venire approvati dalla Camera perché il partito democratico aveva la maggioranza in questo ramo, hanno poi finito per essere insabbiati al Senato. Per limitarsi a un esempio risalente a pochi anni fa, questa dinamica si verificò con il Protecting the Right to Organize Act, che avrebbe comportato la possibilità per i sindacati di ricorrere a un arbitrato federale nel caso di impasse nei negoziati sui contratti. Il disegno di legge ottenne l’assenso della Camera nel 2019 e nel 2021, ma non giunse mai al voto in Senato.

Inoltre, il National Labor Relations Act non prevede sanzioni significative per le società che rinviano i negoziati con i sindacati o addirittura non li avviano neppure.

In altre parole, esiste un vuoto legislativo che consente di fatto alle imprese e più in generale ai datori di lavoro di procrastinare a tempo indeterminato l’attuazione del diritto dei dipendenti alla contrattazione collettiva.

Il ricorso alle scappatoie consentite dalla legge

Nonostante la promulgazione del National Labor Relations Act, gli United Automobile Workers, la principale organizzazione degli operai dell’industria automobilistica statunitense, furono costretti a occupare gli stabilimenti della General Motors di Flint, in Michigan, per indurre l’azienda, uno dei tre colossi del settore, a riconoscere il sindacato.

Il presidio si protrasse dal 30 dicembre 1936 all’11 febbraio 1937, un periodo durante il quale gli scioperanti dovettero resistere a un vero e proprio assedio da parte delle forze dell’ordine, con ripetuti lanci di gas lacrimogeni all’interno degli impianti. Seguì un negoziato di sei mesi che si concluse con un aumento del 5% del salario degli operai.

Tali tempi, che potrebbero apparire lunghi, risultano invece contenuti in confronto a tentativi molto più recenti di far valere la contrattazione collettiva. Secondo Bloomberg Law, un autorevole servizio di informazioni e notizie legali online, oggigiorno trascorrerebbero in media 458 giorni tra il voto dei dipendenti sulla scelta di dare vita a un sindacato o associarsi a un’organizzazione già esistente e la firma del primo contratto da parte dei loro rappresentanti.

Si sono, inoltre, verificate situazioni estreme. Per esempio, nel dicembre del 2021, i baristi di una caffetteria di Elmwood Avenue a Buffalo, nello Stato di New York, furono i primi dipendenti di Starbucks a decidere di aderire a un sindacato. La vicenda è stata ricostruita anche in un documentario diretto da Mark Mori, Baristas v. Billionaires (2025).

Da allora più di 12.000 lavoratori statunitensi della multinazionale del caffè li hanno seguiti nella scelta di organizzarsi, soprattutto attraverso la Starbucks Workers United, ma ancora non è stato firmato un contratto con l’azienda.

Qualcosa di analogo è successo con i magazzinieri di Amazon. I dipendenti del deposito di Staten Island, a New York, hanno costituito la Amazon Labor Union nell’aprile del 2021, ma il loro sindacato non è ancora riuscito a stipulare un contratto collettivo con la società.

Il Faster Labor Contracts Act

Dal giugno del 2024 gli Starbucks Workers United sono affiliati alla International Brotherhood of Teamsters, lo storico e in passato controverso sindacato degli autotrasportatori (ne era stato presidente dal 1957 al 1971 il famigerato Jimmy Hoffa, legato alla mafia americana) che, in tempi recenti, si è aperto agli addetti di un numero crescente di comparti del settore terziario.

I Teamsters hanno promosso una legislazione che impedisca gli espedienti legali per aggirare il diritto alla contrattazione collettiva. Se ne sono fatti interpreti due membri della Camera dei Rappresentanti, il democratico Donald Norcross del New Jersey e il repubblicano Pete Stauber del Minnesota.

Il loro disegno di legge, noto come Faster Labor Contracts Act, stabilisce un tempo massimo di dieci giorni tra la formazione di un sindacato tra i dipendenti di un’azienda e l’inizio di un negoziato con la società per la definizione di un nuovo contratto. Nel caso in cui non si raggiunga un accordo entro i successivi novanta giorni, una delle due parti può richiedere la mediazione del governo federale.

Qualora l’impasse si protragga per ulteriori trenta giorni, un periodo che può comunque essere prolungato se azienda e sindacato concordano sulla sua estensione, viene istituito un comitato arbitrale di tre membri con l’autorità di imporre un contratto vincolante della durata iniziale di due anni, le cui clausole possono essere modificate solo se entrambe le parti concordano sui cambiamenti.

Questo progetto di legge ha riproposto a grandi linee due provvedimenti, adottati a livello statale dal Massachusetts nel 2024 e dall’Illinois proprio quest’anno, che hanno rafforzato i diritti anche di categorie che non rientrano in senso stretto tra i lavoratoti dipendenti.

La disposizione del Massachusetts, per esempio, riconosce la contrattazione collettiva anche per gli autisti di Uber e di Lyft, la seconda azienda di trasporto automobilistico privato degli Stati Uniti, che formalmente sono lavoratori autonomi sia pure con alcune tutele intermedie da dipendenti.

Un insolito connubio di legislatori

Norcross e Stauber possono sembrare una strana coppia politica, non soltanto per il differente partito di appartenenza. Norcoss è un membro della International Brotherhood of Electrical Workers, il sindacato degli addetti del comparto elettrico e, pertanto, risulta del tutto ragionevole e intuitiva la sua difesa dei diritti dei lavoratori. Invece, Stauber è un grande ammiratore dell’ex presidente repubblicano Ronald Reagan, noto per le sue politiche liberiste antisindacali.

Nel 1981 Reagan arrivò a licenziare in tronco quasi 12.000 controllori di volo, escludendoli pure a vita da qualsiasi impiego con la Federal Aviation Administration, in quanto, astenendosi dal lavoro per ottenere stipendi più alti e una riduzione dell’orario, avevano violato il divieto di scioperare imposto ai dipendenti federali.

Eppure il loro sindacato, la Professional Air Traffic Controllers Organization (Patco), aveva appoggiato Reagan contro il democratico Jimmy Carter nelle elezioni presidenziali dell’anno precedente.

Stauber è anche un trumpiano di ferro. Nel 2020 sostenne la causa intentata da The Donald contro lo Stato della Pennsylvania nel vano tentativo di dimostrare la falsa accusa che il democratico Joe Biden aveva conquistato la Casa Bianca grazie a brogli.

Nondimeno, la circoscrizione di Stauber, l’ottavo distretto del Minnesota, è un’area mineraria con una forte presenza di aziende della logistica delle spedizioni. Gli elettori di Stauber appartengono in larga parte a quel ceto operaio in decadenza, colpito dalla deindustrializzazione a causa dei processi di globalizzazione, di cui si è resa portavoce la componente più populista del movimento Make America Great Again di Trump.

Non a caso, con una scelta irrituale per un esponente sindacale, l’attuale presidente dei Teamsters, Sean M. O’Brian, intervenne alla convenzione nazionale del partito repubblicano che nel 2024 conferì a Trump la nomination per la Casa Bianca.

Inoltre, quello stesso anno, la dirigenza del suo sindacato, tradizionalmente legata al partito democratico, decise di non appoggiare formalmente nessun candidato alla presidenza dopo che un sondaggio interno aveva concluso che il 60% circa dei suoi iscritti sosteneva il tycoon, ritenendo che il protezionismo doganale proposto da The Donald avrebbe rilanciato i livelli occupazionali negli Stati Uniti.

L’identificazione di Stauber con il suo elettorato operaio spiega, dunque, l’alleanza con Norcross nel cercare di rendere più incisivo il diritto alla contrattazione collettiva.

Il passaggio alla Camera

Martedì scorso Norcoss e Stauber sono riusciti a far approvare il loro disegno di legge alla Camera. A votare a favore sono stati 230 deputati sui 423 presenti.

A rendere possibile questo esito sono stati venti repubblicani – quasi tutti con collegi in aree industriali e minerarie degli Stati di New York, New Jersey, Ohio, Pennsylvania e West Virginia – che hanno seguito Stauber nell’unirsi alla minoranza democratica.

Il partito di Trump, infatti, a partire dal presidente della Camera Mike Johnson della Louisiana, si era opposto al Faster Labor Contracts Act, cedendo alle pressioni della Chro Association – l’organizzazione dei responsabili delle risorse umane delle 350 maggiori corporation statunitensi – che contesta alla misura il consentire un’eccessiva ingerenza dell’amministrazione federale nei rapporti di lavoro.

Adesso il progetto di legge passa all’esame del Senato, dove i numeri sono meno propizi al provvedimento. I repubblicani, infatti, detengono 53 seggi, contro i 45 dei democratici e i due di indipendenti che in genere si schierano contro il partito del tycoon. Al momento un solo repubblicano, Josh Hawley del Missouri, ha appoggiato apertamente il Faster Labor Contracts Act.

Inoltre, prima ancora di giungere al voto in aula, sarà necessaria una maggioranza qualificata di 60 voti per far cessare l’ostruzionismo procedurale a cui molto probabilmente la maggioranza repubblicana ricorrerà. Come se non bastasse, Trump ha minacciato di porre il suo veto qualora il Senato varasse il provvedimento.

Per essere scavalcato e arrivare così alla promulgazione della legge, Camera e Senato dovrebbero approvare nuovamente il Faster Labor Contracts Act, questa volta con una maggioranza qualificata di due terzi dei voti in entrambi i rami del Congresso.

Se anche questa condizione, che al momento è pura fantapolitica, venisse soddisfatta, la reale attuazione della legge rischierebbe di essere soffocata dalla constatazione che il Federal Mediation and Conciliation Service, l’agenzia federale che avrebbe l’incarico di gestire le mediazioni e al cui interno dovrebbero essere selezionati i comitati arbitrali di tre membri, è sotto organico.

I tagli al personale federale stabiliti dal Department of Government Efficiency (Doge) all’esordio della seconda presidenza di Trump hanno comportato la riduzione dei suoi funzionari a meno di un centinaio, dimezzando in sostanza l’entità degli addetti del Federal Mediation and Conciliation Service rispetto alla loro numero medio durante il quadriennio dell’amministrazione Biden.

Il vero volto del tycoon

La rielezione di Trump alla presidenza nel 2024 si avvalse del contributo determinante degli elettori di ceto operaio, intendendo con questa espressione i lavoratori manuali dipendenti.

Quelli euro-discendenti, cioè i “bianchi”, premiarono il tycoon con il 66% dei loro voti, rispetto al 32% andato alla sua sfidante democratica Kamala Harris e al 2% indirizzato su candidati minori.

The Donald conseguì anche il 47% del voto del ceto operaio ispanico, contro il 31% ottenuto quattro anni prima, e il 13% di quello afro-americano, con un incremento del 2% sul 2020.

In totale, il 56% del sostegno della working class nel suo complesso si orientò su Trump, mentre quello per Harris restò limitato al 42%.

Questi risultati segnarono il culmine di una dinamica che aveva iniziato a emergere nel 1980 ed era proseguita, sia pure in maniera incostante, per oltre quarant’anni.

Infatti, nelle elezioni del 1980, i cosiddetti Reagan Democrats, cioè gli elettori appartenenti alla classe operaia che avrebbero dovuto votare il partito democratico in base al ceto di appartenenza, portarono alla Casa Bianca il candidato repubblicano per protesta contro il presidente in carica, Carter, a cui addossarono la responsabilità per il peggioramento delle proprie condizioni economiche a causa della crescita dell’inflazione, che aveva raggiunto il 13,5%, e dell’aumento del tasso di disoccupazione, che aveva superato il 7%.

Pure Trump ha tratto un vantaggio significativo dallo scollamento della working class dal partito democratico.

Ai lavoratori aveva promesso un ritorno degli Stati Uniti alla grandezza del passato, quando i posti nell’industria erano sicuri e ben retribuiti, e aveva fatto leva sulle critiche di alcuni sindacati alle politiche di Biden sull’impiego: per esempio, Shaw Fain, il presidente degli United Automobile Workers, aveva denunciato che i dipendenti della General Motors trasferiti alla produzione di batterie per le auto elettriche, in impianti costruiti con i prestiti federali per incentivare l’abbandono dei combustibili fossili, guadagnavano in genere circa la metà di quanto percepivano quando lavoravano alla fabbricazione di veicoli a benzina.

Tuttavia, come nel caso del comportamento di Reagan nei confronti del Pacto, una volta tornato alla Casa Bianca, il tycoon ha dimostrato la strumentalità e l’opportunismo della sua presunta empatia verso la working class in campagna elettorale. L’opposizione al Faster Labor Contracts Act costituisce la manifestazione più recente di questo atteggiamento.

Oggi risulta iscritto a un sindacato appena il 6% della forza lavoro del settore privato (invece per i dipendenti pubblici la percentuale sale considerevolmente al 33%).

Eppure il sindacalismo fa ancora paura a Trump e alle corporation che stanno dietro di lui, molto probabilmente anche in ragione del fatto che il Faster Labor Contracts Act potrebbe rilanciare le organizzazioni dei lavoratori e dar loro maggiore influenza.

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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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