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Usa-Cina, decoupling: è finito il tempo in cui i cinesi producevano manifattura di ogni tipo e gli americani compravano tutto

Un interessante paper degli economisti Alfaro e Chor rivela, con dati aggiornati, come il disaccoppiamento tra Usa e Cina stia rimodulando i meccanismi produttivi e le catene del valore che hanno governato la globalizzazione negli ultimi trent’anni

Usa-Cina, decoupling: è finito il tempo in cui i cinesi producevano manifattura di ogni tipo e gli americani compravano tutto

Il progressivo disaccoppiamento tra l’economia statunitense e quella cinese è un processo ancora tutto da monitorare all’interno delle catene globali del valore. Certo è che, almeno dal punto di vista politico, la competizione frontale tra Usa e Cina prevede una rimodulazione profonda dei meccanismi produttivi che hanno governato la globalizzazione negli ultimi trent’anni. Detto in parole semplice: i cinesi producevano manifattura di ogni genere e gli americani compravano tutto, o quasi, quello che non volevano o non potevano più fare in casa. 

Il disaccoppiamento tra Usa e Cina

Gli economisti Laura Alfaro e Davin Chor, in un paper pubblicato nei giorni scorsi e intitolato “An Anatomy of the Great Reallocation in US Supply Chain Trade” e pubblicato dal National Bureau of Economic Research (Nber), hanno provato ad aggiornare con i dati ad oggi disponibili i numeri delle catene di approvvigionamento statunitensi. Lo hanno fatto concentrandosi sulle importazioni dalla Cina, a partire dai dazi del 2018-2019 fino alle nuove politiche tariffarie introdotte con il “Liberation Day”. 

Gli economisti affermano che sono visibili i primi segnali di un processo di disaccoppiamento commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Ma non dal resto del mondo, visto che le importazioni statunitensi si sono diversificate principalmente all’interno dei loro primi venti partner commerciali. Se i numeri sembrano confermare il trend di calo delle quote d’importazione dalla Cina, sono visibili, infatti, aumenti compensativi di importazioni da Paesi come Vietnam, Messico e Taiwan. 

Un’ulteriore evidenza importante segnala che la riduzione della dipendenza dalla Cina ha iniziato a coinvolgere anche settori industriali più complessi, che richiedono competenze specializzate e rapporti di fornitura consolidati nel tempo. I dati dei primi mesi del 2025 indicano, inoltre, un’accelerazione ulteriore della riallocazione commerciale dopo il Liberation

 Day. Le imprese statunitensi hanno rapidamente dirottato gli acquisti verso Paesi soggetti a dazi più contenuti e con catene di fornitura geograficamente più prossime, come il Messico. Nel complesso, questi risultati mostrano che gli shock tariffari hanno riportato il livello di approvvigionamento statunitense dalla Cina a quello che si osservava al momento dell’ingresso del Dragone nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. 

Decuopling non vuol dire degobalizzazione

Gli autori osservano, tuttavia, che il decoupling americano dalla “fabbrica Cina” non implica automaticamente un meccanismo di deglobalizzazione. Se tra il 2017 e il 2024, infatti, le importazioni dalla Cina sono diminuite di circa il 13%, le importazioni dal resto del mondo sono aumentate più del 7% annuo. La quota di mercato della Cina nelle importazioni Usa era circa 21% nel 2017, scesa a 16% nel 2022, arrivando fino al 13% nel 2024 e al 9% a luglio 2025. Parallelamente, dal 2017 al 2024 il Vietnam e Messico hanno guadagnato oltre 2 punti percentuali ciascuno seguiti da Taiwan, Corea e Irlanda, anch’essi in crescita costante. Questi incrementi, per Messico e Taiwan, si concentrano soprattutto nel biennio 2022-2024, per Vietnam e Corea, invece, si distribuiscono su un orizzonte più lungo. 

Gli Usa hanno depotenziato 20 anni di integrazione commerciale

Il secondo shock tariffario voluto dall’Amministrazione Trump è comunque molto diverso dal primo, sia perché colpisce tutti i partner, con un dazio aggiuntivo del +10%, e soprattutto perché ha generato un’incertezza macroeconomica globale molto più potente rispetto al primo mandato. 

Le reazioni sono state molto più rapide rispetto anche agli scambi commerciali con la Cina: in soli tre mesi (aprile–luglio 2025) la quota cinese è scesa dal 13% a 9%. In meno di otto anni gli Stati Uniti hanno fortemente depotenziato un ventennio di integrazione commerciale con la Cina, ma al tempo stesso hanno fortificato il proprio legame con il resto del mondo, con una riallocazione basata soprattutto su spostamenti verso partner consolidati (Vietnam, Messico, Taiwan).

Il Liberation Day ha accelerato ulteriormente questa trasformazione, segnalando un nuovo equilibrio globale in cui gli Usa rimangono integrati nelle catene globali del valore, ma con una prima grande sterzata rispetto al processo di globalizzazione avviatosi tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila.

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