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Slovacchia, la piccola Polonia della Mitteleuropa

Il nuovo governo social-democratico di Robert Fico ha i numeri per governare in piena autonomia e approvare misure per combattere il rallentamento dovuto alla crisi – Bratislava rimane uno dei luoghi prediletti per la delocalizzazione di molte imprese europee – L’Italia è al quarto posto per investimenti diretti e Unicredit è la quinta banca del Paese.

Slovacchia, la piccola Polonia della Mitteleuropa

Bratislava sceglie ancora Robert Fico. Le elezioni anticipate che si sono tenute in Slovacchia lo scorso 10 marzo hanno infatti decretato per la seconda volta (la prima era stata nel 2006) la vittoria di Robert Fico, leader del partito social-democratico locale “Smer” (che significa “direzione”). Ma se in occasione del primo mandato presidenziale la formazione politica di centro-sinistra non aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, dovendo formare una traballante coalizione in cui pesava un partito dalle tendenze xenofobe, questa volta lo Smer può contare su una vittoria molto più larga: in Parlamento sono stati conquistati 83 seggi sui 150 disponibili. Il nuovo esecutivo ha dunque i numeri per poter governare con le mani libere e mettere in atto politiche che riescano a tenere in carreggiata l’economia slovacca.

Additata come esempio modello di crescita e sviluppo dopo la caduta del Muro di Berlino e la scissione dalla “sorella” Repubblica Ceca, Bratislava ha vissuto un vero decollo economico (Stato dell’Unione Europea a crescere di più tra il 2001 e il 2010), agevolata dall’entrata nell’Unione Europea (che effettivamente per alcuni anni ha funzionato nel favorire la realizzazione di un’integrazione più profonda) e dall’afflusso massiccio di investimenti stranieri agevolati da una fiscalità favorevole alle imprese. Una “piccola Polonia”, dunque, che è divenuta una sorta di “hub” privilegiato da parte delle aziende dei Paesi europei occidentali per la delocalizzazione delle proprie attività produttive.

A Bratislava l’economia continua a crescere, a dispetto della recessione che sta colpendo gran parte dell’Unione Europea. Tuttavia, dopo un soddisfacente aumento del Pil nell’ordine del 3% nel 2011, quest’anno le stime più recenti prevedono un sensibile raffreddamento della crescita, che non dovrebbe essere superiore all’1,5%. Un dato che, per un Paese il cui sistema economico non può ancora dirsi del tutto maturo e sviluppato, equivale a una stagnazione. Del resto, se l’ingresso nell’Euro (a differenza della Repubblica Ceca, che per il momento continua a tenersi stretta la Corona) nel 2009 è servito a contenere l’inflazione (rimasta bassa negli ultimi anni su un livello dell’1%, ma in rialzo nel 2011 fino al 4%), dall’altra parte non consente alla Slovacchia di usare la leva del cambio per giocare la carta della competitività. Che rimane comunque elevata, visto che il lavoro è efficiente (la produttività è la più alta, a parità di potere d’acquisto, tra i Paesi dell’Europa dell’Est) e costa poco, la tassazione è relativamente bassa e la corruzione è moderata (al 66esimo posto al mondo secondo gli indicatori di Transparency International, in linea con gli altri Paesi dell’Est europeo e nettamente al di sopra dell’Italia).

La crisi, però, si fa sentire anche lungo il Danubio. La crescita del Pil subirà un rallentamento deciso, mentre la disoccupazione è in crescita e ha toccato i livelli più alti da diversi anni, risalendo al 13,7%. E così il nuovo Governo di Robert Fico dovrà intervenire anche indebolendo quei punti di forza che avevano permesso di attrarre massicci flussi di investimenti: ovvero, aumentando le tasse. L’aliquota unica al 19%, che vedeva persone fisiche e imprese unificate, dovrebbe essere corretta al rialzo, penalizzando il settore imprenditoriale in maniera minore rispetto ai redditi dei cittadini (22 o 23% contro 26%, secondo le proposte sul piatto). Inoltre, le nuove norme comunitarie del cosiddetto “fiscal compact” imporranno alla Slovacchia di ridurre il proprio rapporto deficit/Pil al 5% nel 2011 comportando tagli e risparmi per 1,85 miliardi di euro.

Il Paese ha deciso di aprirsi in maniera decisa alle transazioni con l’estero e oggi può vantare un saldo positivo della propria bilancia commerciale. Per quanto riguarda il commercio, l’Italia è il nono fornitore della Slovacchia, con una crescita della domanda di importazioni nel primo semestre del 2011 del 24%, secondo i dati dell’Ice. Le merci maggiormente esportate sono di gran lunga macchinari e veicoli, visto che molte imprese automobilistiche hanno delocalizzato qui i propri impianti produttivi. Per quanto riguarda invece gli investimenti diretti esteri (Ide), il nostro Paese è al quarto posto per lo stock di capitali fatti affluire in Slovacchia dal momento della sua indipendenza (2,99 miliardi di euro dal 1993 al 2010, sebbene la tendenza degli ultimi anni veda una diminuzione dei flussi di Ide in arrivo dall’Italia). Tra le imprese che hanno maggiori interessi a Bratislava mancano i nomi delle grandi multinazionali nostrane, a parte Enel, ma si segnalano comunque grandi gruppi del settore metalmeccanico e dell’energia. Decisamente importante è la presenza nel settore finanziario di UniCredit, che costituisce il quinto gruppo bancario nel Paese con 85 filiali e asset per oltre quattro miliardi di euro.

Insomma, anche la Slovacchia tra i Paesi orientali dell’Ue rappresenta una meta interessante. Sebbene il suo mercato interno sia di dimensioni ridotte e questa caratteristica la renda meno appetibile rispetto alla Polonia per le imprese che abbiano intenzione di internazionalizzare soprattutto sul versante dell’apertura di nuovi mercati, diverse caratteristiche favorevoli ne fanno un Paese aperto ai capitali stranieri. Le incognite legate all’aumento della tassazione e alle necessità di adeguamento dei conti pubblici agli standard imposti da Bruxelles potrebbero frenare l’arrivo di capitali stranieri, che hanno rappresentato in questi anni la vera “benzina” dello sviluppo slovacco. Starà al nuovo governo di Robert Fico convincere gli investitori stranieri che conviene ancora venire a scommettere sulle rive del Danubio.

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