Alessandro Politi, perché circola la sensazione, soprattutto in Europa, che la Nato non sia più utile, anzi che non abbia futuro?
Analista politico e strategico, direttore della Nato Defense College Foundation, docente di Geopolitica, Geoeconomia ed intelligence presso l’Ispi PwC di Milano, docente di gestione di conflitto, crisi, pacificazione ed analisi presso istituti di formazione governativi, Politi non condivide questo parere e rivive la storia degli ultimi anni.
“La Nato è stata nel mirino parecchie volte negli ultimi 35 anni. E i primi critici sono stati sempre gli americani. Prendiamo le tre crisi del 1991 (Jugoslavia, Somalia, Kuwait). Esse li avevano convinti che soltanto dove loro fossero stati al comando di una coalizione, le situazioni si sarebbero risolte positivamente, come accaduto con Desert Storm. Era una convinzione erronea, visto che il fallimento di Unosom 2 in Somalia era dovuto principalmente a scelte politiche di Washington. Ma questa convinzione si è rinforzata nelle furiose polemiche dietro le quinte durante la guerra del Kosovo (1999): per gli americani era inconcepibile che chi esprimeva appena il 10% del potenziale aereo, avesse reale voce in capitolo nella scelta politica degli obiettivi da bombardare (i ponti sul Danubio per esempio), dimenticando che l’Alleanza funziona proprio sul consenso di tutti”.
Poi sono venute le recriminazioni più recenti e non solo da parte americana…
“E gli allarmi aperti: di Nato “obsoleta” si parlava già nel gennaio 2017, da parte tedesca per esempio. Poi nel novembre 2019, non sulla questione ucraina già visibile dal 2014 con la Crimea, ma su quella siriana, il presidente francese parlò di “morte cerebrale della Nato”. Infine è arrivato il presidente statunitense che oggi dice che la Nato senza gli Usa non esiste minacciando di uscire dall’Alleanza. Ma non è così, gli americani non lasceranno mai la Nato”.
Perché no?
“Perché gli Usa non hanno nessuna intenzione di abbandonare una comoda rendita di posizione che è stata redditizia dal 1949 in poi. Lo dimostrano due importanti e recenti documenti ufficiali dell’amministrazione statunitense: la National Security Strategy (novembre 2025) e la National Defense Strategy (23 gennaio 2026). Per questa strategia di sicurezza è considerato un interesse cardinale e vitale “sostenere i nostri alleati nel mantenere la libertà e sicurezza in Europa”. Si può naturalmente essere anche inaffidabili su parole così significative, ma la verità è che non si vuole svendere la posizione strategica acquisita a caro prezzo nel 1945 e riconfermata, ampliandola nel 1989 col crollo del Muro di Berlino”. Insomma quello che dicono documenti ufficiali dell’amministrazione Usa è alquanto diverso dalle chiacchiere sui social. Anzi, di fatto (senza nominarlo) Washington chiede agli europei di essere il pilastro nella Nato per garantire la deterrenza e difesa convenzionali, non solo del continente europeo, ma anche dell’Ucraina. Lo fa quando il dipartimento della Guerra americano usa l’espressione ‘la Nato europea’, rivelando addirittura che vi sono due NATO molto distinte e che la sicurezza indivisibile tra alleati viene interpretata come a geometria variabile”.
Quale è stata la relazione Nato-Europa in questi anni?
“Proficua direi. In questi anni la relazione Nato-Ue ha raggiunto 72 diversi obiettivi ed il Concetto Strategico della Nato (2002, para 43) riconosce chiaramente l’utilità di una più forte difesa europea. Anzi, le attività congiunte tra le due organizzazioni sono così frequenti, intrecciate e complesse che il pilastro europeo è nella pratica un esercizio “a doppio cappello”, in cui ogni decisore cambia ruolo a seconda del contesto della riunione. L’aggressione russa nel 2022 ha reso normale la presenza di alti rappresentanti Ue nei vertici Nato e viceversa in importanti riunioni europee. Anche quando si polemizza, resta la sostanza che una difesa europea con più capacità e potenza viene considerata un attivo e non un passivo”.
“Pilastro europeo”: che cosa vuol dire nella pratica?
“Bisogna ammettere che l’espressione ‘pilastro europeo’ si presta a notevoli confusioni ed ambiguità. Per i puristi americani e britannici esso adombrava una corrente partitica nell’Alleanza, qualcosa d’inaccettabile e divisivo, tanto è vero che la segretaria di Stato di Clinton, Madeleine Albright, pur incoraggiando nel 1988 gli sforzi europei, metteva in guardia dalle famose 4 D: no delinking (scollegamento a livello decisionale), no decoupling (disgiungimento nella deterrenza nucleare), no discriminating (ai danni degli alleati NATO non-europei, cioè Canada, Norvegia, Regno Unito, Turchia, USA) e no duplicating (duplicare capacità statunitensi). Fu così che l’allora ministro degli Esteri tedesco, Joshka Fischer, creò l’espressione nel 2003, intendendo che il ponte transatlantico avesse bisogno di due pilastri, di cui uno europeo, capace di concertarsi anche politicamente ed istituzionalmente all’interno della Nato. Gli americani fecero orecchie da mercante, ma il pilastro europeo divenne gradualmente anche un modo per esprimere in maniera pragmatica una collaborazione europea più efficace nel quadro dell’Alleanza”.
Che cosa è accaduto poi?
“Molte cose importanti. Intanto l’economia statunitense si è fortemente contratta a livello globale, il deficit ha continuato a crescere in modo sfrenato e le capacità militari complessive si sono così ridotte da costringere alla redazione di una strategia difensiva austera, che è divenuta mezza globale, richiedendo il massiccio aiuto degli alleati per l’altro emisfero del mondo. Nel frattempo le quattro D citate da Albright hanno perso molto del loro senso: basti pensare che, se gli Usa sono impegnati altrove, la duplicazione diventa largamente necessaria per avere sicurezze operative e catene logistiche corte. Piuttosto sono gli europei a dover chiudere con una lunga stagione di duplicazioni costose, standardizzando tutto senza tanti giri, viste le tragiche esperienza degli ucraini e dato il fatto che 27 forze armate logisticamente frammentate sono poco utili sia dentro la Nato che in un fantomatico “esercito europeo”.
