Cala di nuovo il sipario (ed è la terza volta) sulla possibile fusione tra Rio Tinto, uno dei maggiori gruppi minerari al mondo attivo soprattutto nel ferro e nei metalli industriali, e Glencore, colosso anglo-svizzero dell’estrazione e del trading di materie prime. Alla scadenza fissata dalla normativa britannica, il gruppo anglo-australiano ha scelto di non formalizzare alcuna offerta, archiviando un’operazione da 260 miliardi di dollari che avrebbe ridisegnato la geografia globale del settore minerario creando il primo gruppo mondiale. La motivazione ufficiale è stata affidata a una nota stringata ma eloquente: “impossibile raggiungere un accordo che crei valore per gli azionisti”. In sostanza, nessun accordo sul prezzo.
La scadenza che ha segnato la fine delle trattative
Rio Tinto aveva tempo fino al 5 febbraio per formalizzare un’offerta o fare un passo indietro. Alla scadenza, è arrivata la scelta più drastica. Le discussioni, avviate a inizio gennaio, non hanno superato lo scoglio della valutazione di Glencore, ritenuta eccessiva da Rio, né quello dell’assetto di comando del futuro gruppo. Un esito che, in realtà, i mercati avevano iniziato a scontare già nelle settimane precedenti, con gli investitori di Rio poco convinti di un’operazione giudicata costosa e complessa.
La decisione ha avuto un impatto immediato in Borsa. A Londra le azioni Glencore sono arrivate a perdere oltre il 10% in intraday, prima di ridurre il calo in chiusura, mentre Rio Tinto ha registrato un ribasso più contenuto, attorno al 2,6%. Un segnale di come il mercato attribuisse maggiori rischi all’azienda svizzera in caso di fallimento dell’operazione.
Valutazioni inconciliabili e scontro sul comando
Il confronto si è arenato su due fronti. Il primo riguarda la governance: Glencore che non ha accettato la richiesta di Rio Tinto di mantenere l’attuale presidente e l’amministratore delegato al vertice della nuova entità. Il secondo, decisivo, è stato il prezzo. Per il gruppo anglo-svizzero la valutazione proposta dal partner non rifletteva il valore reale della società, in particolare quello delle attività nel rame, considerate centrali nel portafoglio industriale.
Il tema è tutt’altro che marginale. Il rame è al centro delle strategie industriali globali, spinto dall’elettrificazione, dallo sviluppo delle reti energetiche e dall’espansione dei data center legati all’intelligenza artificiale. Non a caso le quotazioni del metallo rosso viaggiano sui massimi storici, alimentando aspettative di forte domanda e di deficit strutturale dell’offerta. In questo contesto, Glencore ritiene che le proprie attività nel rame rappresentino una dote strategica che Rio Tinto non avrebbe valorizzato a sufficienza.
Cosa chiedeva Glencore, cosa cercava Rio Tinto
Secondo indiscrezioni di Bloomberg, la società anglo-svizzera puntava a un premio tale da garantire ai suoi azionisti circa il 40% del capitale del gruppo post-fusione. Una richiesta giudicata troppo onerosa da Rio Tinto, che invece guarda al rame come leva per riequilibrare un portafoglio ancora fortemente legato al minerale di ferro.
L’interesse strategico era evidente. Glencore è il sesto produttore mondiale di rame e controlla asset di primo piano, come la miniera cilena di Collahuasi. Un’acquisizione che avrebbe proiettato Rio Tinto ai vertici globali del settore. Ma la distanza sulle valutazioni è rimasta insormontabile, nonostante le trattative fossero considerate più avanzate rispetto ai tentativi precedenti.
Una storia che si ripete, e non è detta l’ultima parola
Quello appena fallito non è un caso isolato. L’idea di una fusione tra Rio Tinto e Glencore circola da oltre un decennio, con tentativi nel 2008, nel 2014 e più recentemente a fine 2024, tutti arenatisi sugli stessi scogli. Differenze culturali, approcci gestionali opposti e una diversa percezione del valore degli asset hanno sempre impedito di chiudere il cerchio.
Per ora, le regole britanniche impediscono a Rio Tinto di tornare alla carica per almeno sei mesi, salvo circostanze eccezionali. Glencore, dal canto suo, rivendica la solidità della propria strategia stand-alone. Ma, come ha osservato il Financial Times, non è escluso che in futuro le due parti possano sedersi di nuovo al tavolo.
Nel settore minerario globale, dove scala e risorse critiche contano sempre di più, certe storie sembrano destinate a riemergere. Anche quando, per l’ennesima volta, finiscono contro un muro.
