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Riforma pensioni 2015: in arrivo la regola del 3%

L’obiettivo principale del Governo è fare in modo che chi vuole ritirarsi dal lavoro prima del tempo possa farlo, ma con una penalizzazione – E’ possibile che si arrivi a un taglio del 3% dell’assegno previdenziale per ogni anno di mancata contribuzione, ma ci sono anche altre ipotesi sul tavolo.

Riforma pensioni 2015: in arrivo la regola del 3%

Maggiore flessibilità in uscita rispetto alle regole stabilite dalla legge Fornero. E’ questo il cuore della nuova riforma delle pensioni annunciata negli ultimi mesi dal Governo e attesa entro quest’anno con la nuova legge di Stabilità. Il principio di fondo è ormai chiaro: chi vuole andare in pensione prima del tempo potrà farlo, ma sarà penalizzato con una riduzione dell’assegno previdenziale. E’ probabile che il taglio sarà del 3% per ogni anno di mancata contribuzione, ma l’Esecutivo deve ancora mettere a punto i dettagli tecnici del nuovo intervento. E dovrà farlo con molta cautela, perché – come sottolinea oggi Claudio Tito su La Repubblica – l’obiettivo minimo è evitare di ripetere il flop del Tfr in busta paga. 

LA PROPOSTA BOERI

In realtà, le strade praticabili per aumentare la flessibilità in uscita sono diverse. Il Governo sembra apprezzare soprattutto quella suggerita da Tito Boeri, che a inizio luglio ha presentato le proposte dell’Inps per una riforma delle pensioni in cinque punti. L’idea è di spalmare il montante contributivo accumulato nel corso di tutta la vita lavorativa in relazione all’età di uscita e alla speranza di vita residua, facendo così in modo che l’assegno risulti più basso per chi lo incassa prima. “Posto che le pensioni siano sufficienti a garantire una vita dignitosa senza comportare l’intervento dell’assistenza sociale – aveva commentato il numero uno dell’Istituto di previdenza – questa è una flessibilità sostenibile”. 

IL NODO DELLE PENSIONI D’ORO

Per evitare problemi di copertura, tuttavia, potrebbe essere necessario un nuovo intervento sulle cosiddette pensioni d’oro. Sempre secondo Boeri, “è giusto chiedere a chi ha redditi pensionistici elevati, in virtù di trattamenti molto più vantaggiosi di quelli di cui godranno i pensionati del domani, un contributo al finanziamento di uscite più flessibili: servirà anche ad aiutare quelle generazioni che hanno avuto la sfortuna di imbattersi nella crisi sul finire della propria carriera lavorativa”. Un intervento di questo tipo è però già stato bocciato dalla Corte Costituzionale, che nel 2013 ha bollato come “irragionevole e discriminatorio” il contributo di solidarietà imposto nel 2011 alle pensioni superiori a 90mila euro lordi. 

LE ALTRE PROPOSTE

Un’ altra ipotesi, contenuta Ddl  presentato dal presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano (Pd), prevede di consentire l’uscita dal lavoro a chi ha 62 anni d’età e almeno 35 di contributi, ma con una penalizzazione sull’importo dell’assegno pari all’8 percento. La decurtazione però si riduce progressivamente fino ad azzerarsi per chi sceglie di ritirarsi avendo compiuto 66 anni. Nel testo è inserito anche un bonus del 2% per i lavoratori che escono fra i 66 e i 70 anni d’età. Costerebbe allo Stato fra i tre e i quattro miliardi l’anno.

Una variante di questo schema prevede una penalizzazione più pesante (circa il 12% dell’assegno) per la parte di pensione calcolata con il retributivo: in caso di uscita a 62 anni, il trattamento potrebbe ridursi in tutto di circa il 20-30%. Damiano, in questo caso insieme ai deputati Marialuisa Gnecchi e Pier Paolo Baretta (Pd), ha proposto anche di fissare l’asticella a 41 anni di contributi per andare in pensione senza alcuna penalizzazione.

Altri due capitoli riguardano la “Quota 100” e l’Opzione donna. Della prima esistono due versioni: una ancora di Damiano (62 anni d’età più 38 di contributi) e una della Lega (58 anni d’età più 42 di contributi). Le seconda, invece, fa riferimento alla norma in base alla quale – fino al 31 dicembre 2015 – le lavoratrici del settore pubblico e privato possono scegliere di andare in pensione a 57 anni e 3 mesi d’età (58 e 3 mesi se autonome) e con almeno 35 anni di contributi, ma con un assegno calcolato interamente con il metodo contributivo, che può determinare una riduzione fino a un terzo dell’importo. La Lega ha chiesto che la scadenza sia rinviata al 31 dicembre 2018, mentre Yoram Gutgeld, consigliere economico di Palazzo Chigi, vorrebbe estendere l’Opzione anche agli uomini. 

QUALI SONO LE REGOLE OGGI IN VIGORE SULLE PENSIONI?

Per non creare confusione, proponiamo di seguito uno schema che riepiloga i requisiti attualmente necessari per andare in pensione. Ricordiamo che dal 2016 serviranno quattro mesi in più per ritirarsi dal lavoro, a causa dell’aggiornamento che adegua le norme all’aspettativa media di vita (ad oggi queste revisioni hanno cadenza triennale, ma la legge Fornero stabilisce che dal 2019 in poi diventino biennali).

Pensione di vecchiaia

Uomini – Oltre ad almeno 20 anni di contributi, dal 2016 serviranno 66 anni e sette mesi di età (non più 66 anni e quattro mesi) a tutti i lavoratori maschi, sia autonomi sia dipendenti pubblici e privati. 

Donne – Gli stessi requisiti varranno anche per le donne impiegate nel settore pubblico, mentre per quelle che lavorano nel privato l’incremento sarà maggiore: dall’anno prossimo avranno diritto alla pensione di vecchiaia a 65 anni e sette mesi e dal 2018 a 66 anni e sette mesi (oggi l’asticella è a quota 63 anni e nove mesi). Per le lavoratrici autonome, invece, dal 2016 si passerà a 66 anni e un mese e dal 2018 a 66 anni e sette mesi (dagli attuali 64 anni e nove mesi).

Pensione anticipata

Uomini – Per lasciare il lavoro in anticipo rispetto alle regole valide per la pensione di vecchiaia, dal 2016 serviranno 42 anni e dieci mesi di contributi (oggi servono 42 anni e sei mesi).

Donne – Alle lavoratrici serviranno invece 41 anni e dieci mesi di contributi (contro i 41 anni e sei mesi necessari oggi).

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