Così come non tutte le guerre sono uguali, altrettanto per ogni guerra gli investitori scelgono l’asset che reputano più sicuro a cui affidare i propri investimenti. Così, mentre con le recenti guerre (l’invasione russa in Ucraina e l’attacco di Hamas a Gaza), era l’oro ad essere considerato il miglior rifugio, con l’attuale conflitto in Medio Oriente, ad altissima tensione energetica, ogni considerazione si è ribaltata ed è stato il dollaro a prendere, per ora, il posto dell’oro. Il metallo giallo è così sceso dai picchi astronomici dello scorso anno perdendo circa il 25% del suo valore, pari a più di 10.000 miliardi di dollari.
Sebbene stamane i nuovi spiragli di de-escalation abbiano fatto riprendere le quotazioni dei metalli preziosi, il contesto entro cui si è mosso il metallo giallo è rimasto intatto. I motivi che hanno prodotto il suo calo seguono quattro principali direttive: la forza del dollaro, la prospettiva di un aumento dei tassi ufficiali per contrastare l’inflazione derivante dal rincaro energetico e la necessità di avere liquidità a portata di mano per ogni evenienza. A ciò si aggiungono banche centrali, i principali attori nella sua corsa al rialzo nell’ultimo anno, che hanno diversi buoni motivi per voler monetizzare l’investimento.
Petrolio, inflazione e tassi hanno zavorrato finora il lingotto
La guerra tra Usa e Iran, giunta alla quarta settimana, dal punto di vista economico-finanziario è tutta incentrata sullo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio necessario a far funzionare il mono intero. Con la struzzatora del passaggio per le petroliere, il prezzo del greggio, primo canale di trasmissione della crisi, è schizzato alle stelle, il che significa inflazione da offerta, legata all’aumento dei costi reali: energia, trasporti, produzione.
Ciò ha innescato timori, che si stanno già tramutando in realtà, di surriscaldamento inflazionistico. A loro volta le banche centrali hanno acceso l’allarme tassi: in una raffica di meeting di politica monetaria della scorsa settimana, il mantra era lo stesso: occorrerà mettere un freno all’inflazione con un aumento dei tassi. Un bel giro di danza, visto che, prima della guerra le prospettive erano addirittuira per allentamenti monetari.
Ancora stamane la presidente della Bce Christine Lagarde alla conferenza ‘The Ecb and its Watchers’ a Francoforte, ha battuto sullo stesso punto: si può “guardare oltre” uno shock “di piccole dimensioni e una tantum”, ma “se la deviazione dal nostro target d’inflazione si fa maggiore e più persistente, diventa più convincente la necessità di agire” ha detto. Tutto ciò rimbalza meccanicamente sul mercato dei titoli di stato e delle obbligazioni: i tassi a due anni, i più sensibili alle variazioni di politica monetaria, sono saliti tra 50 e 100 punti base tra Stati Uniti, Eurozona e Gran Bretagna dall’inizio del conflitto, mentre i costi di finanziamento per famiglie e imprese, agganciati ai tassi di mercato, stanno già salendo.
Oro e petrolio in altalena, ma il contesto resta intatto
Oggi il prezzo dell’oro si è ripreso, in altalena con il prezzo del petrolio che invece è sceso grazie a spiragli di de-escalation. Ma il contesto per il momento resta invariato: anche se dovesse arrivare la fine della guerra oggi, le infrastrutture danneggiate nell’area della guerra avranno bisogno di mesi di ristrutturazione per tornare a regime e tornare a fornire gas e petrolio, il che sisgnifica che i prezzi energetici, con tutto ciò che ne consegue, resteranno elevati e l’oro resterà in calo.
Tuttavia se poi il conflitto dovesse protrarsi e lo shock energetico dovesse incidere sulla crescita, il quadro potrebbe cambiare nuovamente. Governi e banche centrali potrebbero intervenire attraverso maggiore spesa pubblica a sostegno dell’economia, espandendo la liquidità. In quel caso l’oro tenderebbe a recuperare la propria funzione primaria di riserva di valore.
Oggi il future sul Brent del Mare del Nord quota 97,99 dollari in calo di circa il 6%, dopo aver toccato un minimo stamane di 97,57 dollari, mentre aveva segnato un picco oltre i 120 dollari nei giorni scorsi. I future sul petrolio WTI statunitense sono in calo di oltre il 5%, a 87,53 dollari, dopo aver toccato un minimo di 86,72 dollari. “Se l’Iran continuerà a rappresentare una minaccia per Hormuz, il mondo potrebbe trovarsi ad affrontare anni di prezzi del petrolio tra i 100 e i 150 dollari al barile” ha detto stamane alla BBC Larry Fink, a capo di Blackrock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo. “Avremo una recessione globale”.
Con il calo del petrolio, e quindi con l’attenuarsi delle preoccupazioni per inflazione e tassi più elevati, i prezzi dell’oro stamane sono risaliti. L’oro spot è salito dell’1,9% a 4.558,03 dollari l’oncia dopo aver toccato un minimo di quattro mesi a 4.097,99 dollari lunedì. I future sull’oro statunitensi con consegna ad aprile sono balzati oggi del 3,5% a 4.556,30 dollari. In ogni caso l’oro ha perso circa il 25% rispetto al massimo storico in area 5.600 dollari, toccato a inizio 2026 e la sua capitalizzazione è scesa sotto i 30mila miliardi di dollari rispetto al record dei 40mila miliardi toccato solo qualche settimana fa. il calo è di circa il 25%. Anche gli altri metalli preziosi si sono ripresi stamane dai minimi dei giorni scorsi. L’argento spot ha guadagnato il 2,2%, raggiungendo i 72,76 dollari l’oncia. Il platino spot è salito dell’1,3% a 1.959,15 dollari, mentre il palladio ha registrato un aumento dell’1,1%, attestandosi a 1.455,25 dollari.
Il calo dei prezzi dei metalli preziosi è anche legato alla liquidità. Nelle fasi di tensione, gli operatori tendono a liquidare gli asset più facilmente negoziabili e prorprio l’oro rientra tra questi per profondità e liquidità di mercato. Si tratta di un meccanismo già osservato durante la fase più acuta della crisi pandemica del 2020.
Riuscirà il dollaro a mantenere il nuovo posto di asset rifugio rubato all’oro?
In tutto ciò si inserisce il biglietto verde, specchio di un paese, gli Stati Uniti, esportare netto di energia, a fronte di paesi invece importatori netti: per questa ragione il dollaro ha preso il posto dell’oro in questi giorni come asset rifugio, mentre con il suo rialzo l’acquisto dell’oro diventa memo interessante.
L’indicatore del dollaro nei confronti delle sue principali controparti è salito di quasi il 2% dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e oggi si attesta a 99,343 (+0,16%), mentre l’euro era leggermente in calo a 1,1596 dollari. Tuttavia alcuni analisti dicono che, visto il differenziale di tassi di interesse tra dollaro ed euro, diventa difficile per gli investitori mantenere posizioni lunghe sul biglietto verde. Il tema della de-dollarizzazione potrebbe riemergere quando i mercati si concentreranno nuovamente sulla sostenibilità fiscale dell’economia statunitense, soprattutto in un contesto di politica monetaria restrittiva da parte della Federal Reserve.
Le banche centrali vogliono monetizzare
Una mano poderosa dietro al calo dell’oro è rappresentata anche dalla voglia di realizzo di alcune banche centrali che erano invece state le maggior protagoniste degli acquisti sfrenati dei mesi scorsi nel voler accumulate riserve auree. I motivi del realizzo sono diversi. La Russia ha già alleggerito le riserve perché a corto di risorse per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.
La Turchia potrebbe invece iniziare a farlo per sostenere la lira e la Polonia per investire nella difesa senza dover ricorrere ai prestiti europei. Per le banche centrali, del resto si tratterebbe di robuste plusvalenze.
