Condividi

Occupazione, salari, pensioni: le critiche dell’opposizione sono poco credibili e non incalzano per davvero il Governo

Anzichè far scoppiare le contraddizioni all’interno del Governo sul terreno della politica economica, l’opposizione finisce spesso per lavorare per il re di Prussia con critiche che assomigliano a litanie e che non colgono la vera sostanza dei problemi. Ecco perché

Occupazione, salari, pensioni: le critiche dell’opposizione sono poco credibili e non incalzano per davvero il Governo

Giancarlo Pajetta fu un importante dirigente del Pci, con una storia personale di valoroso militante antifascista. Nel dopoguerra si qualificò per lo spirito polemico e battagliero che spesso infastidiva persino Palmiro Togliatti, che non amava gli inutili colpi di testa. Quando nel 1947 il governo rimosse Ettore Troilo, l’ultimo prefetto della Liberazione, per sostituirlo alla prefettura di Milano con un funzionario ministeriale, Pajetta guidò una manifestazione di protesta che occupò la sede della Prefettura. Dall’ufficio del Prefetto telefonò a Roma a Togliatti, annunciandogli trionfalmente l’avvenuta occupazione. Per tutta risposta il Migliore gli chiese: ‘’Bene, ma adesso che cosa te ne fai?’’. 

Una volta, ai tempi di Tribuna politica, il sorteggio lo mise insieme a Giorgio Almirante. Quando venne il suo turno di parlare si alzò e disse: “Con lei il discorso è finito il 25 aprile del 1945” e se ne andò, lasciando allibito lo storico conduttore Jader Jacobelli. In un’altra occasione, durante una conferenza stampa, Pajetta fu messo in difficoltà da un giornalista che gli contestò un’azzardata difesa dell’Urss. Pajetta non si perse d’animo e apostrofò il giornalista con queste parole: “Tra la verità e la rivoluzione, io scelgo la rivoluzione”. 

L’opposizione e l’incapacità di criticare il governo: il caso dell’occupazione

Verrebbe da dire con il poeta “O gran virtù dei Cavalieri Antichi”, osservando la linea di condotta degli eredi di personalità come Giancarlo Pajetta. Gli attuali leader delle opposizioni non credono più nella rivoluzione ma si ostinano a negare la verità. E finiscono per non essere credibili nelle critiche rivolte al governo e alla maggioranza, mentre ne avrebbero a disposizione tante ben più fondate, tali da smentire gli autocompiacimenti dell’esecutivo. 

Prendiamo il caso dell’occupazione: che senso ha negare un trend positivo certificato dall’Istat? A novembre 2025 il numero di occupati, pari a 24 milioni 188mila, è in calo rispetto al mese precedente di 34mila unità (-0,1%). Il tasso di occupazione scende al 62,6% (-0,1 punti). Nel confronto annuo, tuttavia, il numero di occupati supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (+179mila unità), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila) parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204mila). Il dato della disoccupazione sfonda al ribasso il muro del 6%. 

Pur riconoscendo i numeri positivi, il Pd interpreta i dati Istat come segnali di un’occupazione ancora “povera”, che necessita di riforme strutturali e politiche industriali più ambiziose per creare lavoro stabile e ben retribuito. Inoltre, segnala giustamente che la diminuzione della disoccupazione è collegata all’aumento degli inattivi. 

Il mercato del Lavoro e la crisi dell’offerta

Non c’è un’attenzione adeguata rispetto al dato più clamoroso che ha interessato il mercato del lavoro negli ultimi anni ovvero la crisi sul versante dell’offerta che sta diventando un limite per la crescita economica e gli investimenti in nuove tecnologie che potrebbero favorire l’incremento della produttività. È evidente che le imprese non investono in nuove tecnologie se non riescono a trovare personale adeguato a gestirle. È il caso dei servizi, dove l’aumento dell’occupazione (favorito dai bassi salari) avviene a scapito di una maggiore produttività. Non è che il governo sia particolarmente attento a questi problemi; ma è un conto incalzarlo su aspetti cruciali in grado di cambiare le cose piuttosto che ricorrere alla litania sulla precarietà e la mistica dei ‘’salari da fame’’

I redditi delle famiglie italiane

Gli incrementi dell’occupazione hanno inciso sul reddito disponibile delle famiglie italiane, in crescita, con aumenti significativi nel 2025 grazie a politiche di sostegno e calo dell’inflazione, registrando un aumento reale del potere d’acquisto e una propensione al risparmio elevata. Tuttavia, il miglioramento è da leggere nel contesto di una tendenza a lungo termine più debole rispetto all’Europa, con il reddito reale italiano in calo negli ultimi 20 anni, sebbene recenti dati Istat indichino un’inversione di tendenza, con un incremento del reddito reale reddito disponibile reale dell’1,8% e del potere d’acquisto dello 0,9%. Nel periodo ottobre 2024-settembre 2025, il reddito disponibile reale è aumentato di 20 miliardi di euro (+1,7%) rispetto all’anno precedente. La propensione al risparmio è salita al 9,3%, un livello non visto da anni, segnalando maggiore serenità e un accumulo di riserve strategiche. La ricchezza finanziaria è cresciuta di 266,6 miliardi di euro nel 2025 (+4,5%), grazie anche all’aumento dei titoli di debito e azioni. Fattori chiave del miglioramento il taglio del cuneo fiscale e altre misure di sostegno e la frenata dell’inflazione stanno contribuendo ad aumentare il potere d’acquisto reale. 

Il Partito Democratico di Elly Schlein ha definito la recente Legge di Bilancio come una manovra “di austerità”: un giudizio appartenuto ai movimenti sovran-populisti e antieuropei quando il Pd in Italia era la colonna portante dei governi che tentavano di tenere i conti pubblici all’interno delle regole di bilancio prima che la pandemia impartisse la direttiva del ‘’liberi tutti’’. Ma quella era una fase eccezionale, trascorsa la quale sarebbe stato necessario rientrare nell’ambito di una disciplina di bilancio, che tenesse conto degli squilibri provocati dall’aggressione russa dell’Ucraina con le conseguenti ripercussioni sugli approvvigionamenti energetici. 

Nel 2026 385 miliardi di titoli di Stato in scadenza

Ma è proprio vero che gli obiettivi di rigore che si è dato il governo sono lussi che non ci possiamo permettere? Il crollo dello spread è un toccasana per un paese come il nostro perseguitato da un ingente debito pubblico e da un servizio del debito di importo strutturalmente pari a quanto viene investito nella pubblica istruzione. Le nuove condizioni hanno determinato una riduzione degli interessi di ben 8 miliardi, mentre nel solo 2026 vi sono quasi 385 miliardi di euro di titoli di Stato in scadenza: è questa la prima, imponente, montagna di debito pubblico che il Tesoro dovrà rifinanziare nei prossimi anni e che rappresenta uno dei principali banchi di prova per il governo guidato da Giorgia Meloni. 

Un volume rilevante, che si inserisce – ha osservato Unimpresa – in un quadro internazionale ancora fragile, segnato dalle tensioni geopolitiche legate alla guerra in Ucraina e al conflitto in Medio Oriente, oltre che da prospettive di crescita economica – interna e globale – tutt’altro che consolidate. La possibilità di rifinanziamento e il tasso a cui avverrà saranno determinanti per il futuro del Paese, più di tante chiacchiere della polemica politica. 

Il nodo salari

Quanto ai salari bassi, il problema esiste ed è molto serio. Come è scritto nella Nota presentata dalla Banca d’Italia in occasione dell’audizione sulla manovra per il 2026: ‘’tra la fine del 2019 e il secondo trimestre del 2023 le retribuzioni reali orarie nel settore privato non agricolo si sono ridotte di oltre 10 punti percentuali, per poi risalire di circa tre punti fino al secondo trimestre del 2025’’. Per aggiungere però che: ‘’È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione’’. E per concludere che ‘’in prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)’’. Va riconosciuto, tuttavia, un notevole impegno dei bilanci pubblici nell’affrontare questa situazione mediante misure fiscali e trasferimenti.  

È l’Upb a indicare che i diversi interventi sull’Irpef degli ultimi sei anni (su struttura delle aliquote, articolazione degli scaglioni di reddito, decontribuzione, detrazioni per redditi da lavoro e quelle per oneri dei contribuenti con redditi più elevati), compresa la traslazione nell’Irpef delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti introdotte per far fronte alla crisi inflazionistica del biennio 2022-23, hanno accresciuto la progressività del prelievo con un’azione redistributiva a favore dei redditi più bassi – da 10mila a 32mila euro – che hanno recuperato il fiscal drag per intero a scapito di quelli medio alti con evidenti differenze di trattamento tra categorie di contribuenti specie per i lavoratori dipendenti. 

Sempre l’Upb sottolinea che, nello stesso arco temporale, le famiglie con redditi inferiori a 35mila  hanno ottenuto benefici netti per 18,6 miliardi nel triennio esclusi gli interventi Irpef. Per quanto riguarda, poi, il salario di produttività, sono almeno 15 anni che viene applicato un regime fiscale favorevole, destinato persino a ridursi all’1% dalla manovra in corso di approvazione. Possiamo dire che il fisco – pur con tutti i limiti denunciati – ha fatto la sua parte nella difesa dei redditi. Restano questioni di esclusiva competenza delle parti sociali attraverso la contrattazione nazionale e decentrata: quanto meno la revisione dei meccanismi del rapporto tra retribuzione e costo della vita e le procedure per i rinnovi contrattuali alla loro scadenza, rivisitando modalità già negoziate ma venute meno a seguito del logoramento delle relazioni industriali. 

I conflitti interni alla maggioranza

Ma la maggioranza – a prescindere dalle dichiarazioni della premier in conferenza stampa – presenta al proprio interno dei problemi seri, e non solo sulla politica internazionale. Le posizioni della Lega sulla guerra in Ucraina possono mettere in discussione buona parte del credito che l’Italia si è conquistata sullo scenario internazionale. Queste azioni di disturbo si effettuano anche sul terreno dell’economia. L’Europa si è convinta a maggioranza a ratificare dopo 25 anni di melina il trattato del Mercosur: un’operazione fondamentale per trovare nuovi mercati al riparo dei dazi Usa (che poi, alla fine, si sono rivelati meno minacciosi delle attese). La Lega sembra intenzionata a proteggere le resistenze degli agricoltori. Anche sulle pensioni la Lega è tornata a mettere in discussione misure fondamentali per la sostenibilità del sistema come l’aggancio automatico a cadenza biennale dei requisiti del pensionamento agli incrementi della speranza di vita. Purtroppo su questi temi le opposizioni sembrano lavorare per il re di Prussia ovvero fare da sponda alle posizioni di Salvini

Commenta