Fumata grigia se non addirittura bianca per l’agognato accordo commerciale tra l’Unione europea e il blocco del Mercosur, che include Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay, Uruguay e che, fino alla sospensione dei diritti per violazione del trattato, comprendeva anche quel Venezuela dove ora “comandano gli Stati Uniti”, secondo quanto sostiene Donald Trump. La premier Giorgia Meloni, che prima di Natale aveva telefonato al collega brasiliano Lula per rassicurarlo, ha ottenuto l’ok degli agricoltori italiani in seguito alla concessione della Commissione Ue “di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale per rendere disponibili, già dal 2028, ulteriori 45 miliardi per la Politica agricola comunitaria”, ha riconosciuto Palazzo Chigi. Pare dunque che la firma, in Paraguay, possa arrivare già lunedì 12 gennaio, nonostante il voto contrario della Francia di Emmanuel Macron che alla fine con una decisione bipartisan ha scelto di stare ancora dalla parte degli agricoltori: “E’ un’intesa basata su parametri di un’altra epoca, i benefici economici sarebbero minimi e non giustificano l’esposizione al rischio di filiere agricole sensibili e la nostra sovranità alimentare”.
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I sudamericani sono divisi sul Venezuela ma compatti nel sollecitare la firma di Bruxelles
Sul fronte sudamericano i partner si stanno dividendo proprio sul Venezuela – dura condanna del blitz Usa da Brasile e Uruguay, mentre l’Argentina appoggia Washington –ma sulla necessità di rinforzare le intese commerciali in tempi di dazi e di nuovi equilibri sono invece tutti d’accordo e anzi hanno fretta di chiudere. L’operazione Maduro infatti ha sdoganato il ritorno della dottrina Monroe e questo potrebbe allontanare la Cina da un continente, il Sudamerica, in cui da qualche tempo era diventato partner strategico soprattutto del Brasile di Lula, dal quale si rifornisce letteralmente di ogni bene. Pechino vuole ora diversificare e rendersi più indipendente dal punto di vista agroalimentare: per questo motivo dal 1° gennaio ha fatto scattare tariffe al 55% sull’importazione di carne bovina, che fino a ieri comprava quasi solo dal Brasile, che ne è il primo esportatore globale.
Ad avere più fretta di tutti è il Brasile di Lula: ecco perché
In questo scenario è quindi soprattutto Lula – presidente di turno uscente del Mercosur, ora tocca al Paraguay – a spingere sull’acceleratore: il presidente brasiliano, il cui mandato scade quest’anno (si ricandiderà per un quarto mandato ad ottobre), ha detto che o si chiude entro due mesi o non se ne fa più niente, e intanto si sta freneticamente guardando intorno per piazzare la sua mercanzia a prezzi convenienti. Il Sudamerica infatti è il principale fornitore di cibo al mondo e anche in quanto a commodities energetiche non scherza, essendo ricco di petrolio e di tutti quei minerali che ora vanno di moda, dal litio in giù. Ecco perché fervono le trattative commerciali su qualsiasi fronte, dal Canada al Giappone, dal Regno Unito all’Indonesia passando per l’India, il Paese più popolato al mondo.
L’accordo Ue-Mercosur conviene davvero? E a chi, di più? Ecco i numeri
Ma questo accordo Ue-Mercosur, in embrione da un quarto di secolo, conviene davvero e a chi conviene di più? L’intesa coinvolgerà economie che messe tutte insieme valgono 22.000 miliardi di dollari dando vita alla più grande area di libero scambio del mondo, in cui vivono oltre 700 milioni di persone. Secondo le stime della Commissione Ue le imprese del nostro continente risparmierebbero 4 miliardi di euro in dazi, esporterebbero il 39% in più e creerebbero quasi mezzo milione di posti di lavoro. Messa così non ci sarebbero dubbi e anche per l’Italia sarebbe un’occasione: il Mercosur rappresenta il settimo mercato per le esportazioni italiane extra-UE, e quasi 100.000 di posti di lavoro in Italia dipendono dalle esportazioni verso quell’area. I settori più coinvolti sono materiali di trasporto, macchinari industriali e prodotti chimici e farmaceutici, ma l’eliminazione progressiva delle tariffe consentirebbe l’apertura di nuovi sbocchi, visto che ad oggi esportiamo poco le nostre eccellenze agroalimentari come ad esempio vino, olio d’oliva e pomodori in scatola.
I dubbi sugli standard sanitari: la Francia vota contro e blocca le importazioni di frutta dal Sudamerica
Secondo Bloomberg però l’accordo gioverebbe soprattutto ai latinoamericani, che vedrebbero il loro Pil complessivo salire dello 0,7%, mentre noi solo dello 0,1%. E poi ci sono tutte le questioni relative alle normative sanitarie e ambientali e agli standard di qualità, ad incominciare dalle centinaia di alimenti – italiani ed europei – con il marchio tutelato, che verrebbero penalizzati dalla concorrenza di prodotti a basso costo. Proprio per questo il presidente francese Emmanuel Macron, che alla fine non ha firmato il via libera nonostante il pressing dell’amico Lula, va avanti per conto suo, assecondando le istanze del mondo agricolo: Parigi ha sospeso le importazioni di frutta dall’America Latina se coltivata con pesticidi proibiti in Europa. Si tratta soprattutto, secondo quanto scritto nei giorni scorsi dal premier Sebastien Lecornu su X, di “mele, uva, agrumi, mango e avocado”.