Giovedì il board della Bce, per la prima volta dal settembre 2023, ha deciso per un ritocco al rialzo di 25 punti base dei tassi ufficiali. Chi ha già in essere un mutuo a tasso variabile vedrà la rata mensile aumentare leggermente. Per chi deve ancora decidere quale tasso utilizzare per un nuovo mutuo occorre considerare che, nonostante il restringimento del vantaggio del variabile, il tasso fisso domina ancora il mercato
La decisione della Bce, presa nella riunione dell’11 giugno per contrastare e anticipare un rialzo dell’inflazione a causa delle tensioni in Medio Oriente, era comunque attesa da operatori e analisti. Con questa mossa, il tasso sui depositi sale ufficialmente dal 2,00% al 2,25%. Parallelamente, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali viene ritoccato verso l’alto raggiungendo il 2,40%, mentre il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale si attesta ora al 2,65%. Questo movimento al rialzo rappresenta la chiusura di una fase di tassi fermi durata dodici mesi e inaugura una stagione caratterizzata da una maggiore cautela e da un approccio posibilmente più restrittivo da parte dell’Eurotower, secondo gli analisti.
L’impatto dei rialzo sui mutui
L’impatto della decisione di Francoforte è ovviamente neutro per quei mutui a tasso fisso già in corso, ma condizionerà quelli ancora da stipulare. Per chi invece ha già un mutuo a tasso variabile, il cui indice di riferimento, l’Euribor, segue l’andamento dei tassi decisi da Francoforte, vedrà un aumento della rata di qualche decina di euro che dipenderà dall’importo del prestito e dalla sua durata.
Per la Fabi, la Federazione autonoma dei bancari italiani, i tassi sui nuovi mutui che sono al 3,91% secondo l’ultima rilevazione Bankitalia, sono destinati a superare la soglia del 4%.
Il vantaggio oggi ancora favorevole del mutuo variabile rispetto al fisso è destinato a ridursi ulteriormente, “rendendo ancora più importante una valutazione attenta del proprio profilo finanziario” dicono a Mutuionline. “Per chi privilegia la stabilità, il mutuo a tasso fisso può rappresentare oggi una soluzione particolarmente interessante; il variabile continuerà invece a offrire un risparmio, ma più contenuto e con una maggiore esposizione alle future decisioni della Bce”.
Secondo l’Osservatorio di MutuiOnline.it, attualmente il Tan medio dei mutui a 20 e 30 anni a tasso fisso si attesta al 3,38%, mentre il variabile resta più conveniente al 2,58%. Fino a oggi, su un mutuo da 100.000 euro a 20 anni, la scelta del variabile consentiva un risparmio medio di circa 40 euro al mese rispetto al fisso, con una rata di 534 euro contro 574 euro. Con il rialzo di 25 punti base della Bce il Tan medio del variabile è destinato a salire al 2,83% con la rata mensile che arriverà a 546 euro, riducendo il differenziale rispetto al fisso a 28 euro. Sull’intera durata del mutuo, il risparmio complessivo scenderà così da circa 12 mila euro a 6.650 euro.
Con un eventuale ulteriore rialzo entro fine anno di altri 25 punti base” la rata media “salirebbe poi a 559 euro” e il vantaggio sul fisso si ridurrebbe a circa 15 euro, calcola Mutuionline. Stamane Joachim Nagel, presidente della Deutsche Bundesbank e membro “falco” della Bce ha detto che la Bance centrale europea è pronta ad aumentare nuovamente i tassi a luglio, se necessario.
Il fisso rappresenta comunque già ora il preferito dagli italiani: nel secondo trimestre ha rappresentato il 92,3% delle domande di mutuo, contro il 2,8% del variabile. Nello stesso periodo, l’importo medio richiesto si attesta a 145.181 euro, mentre il valore medio degli immobili oggetto di finanziamento resta stabile intorno ai 226 mila euro. La durata media dei mutui è pari a 24 anni e otto mesi, mentre l’età media dei richiedenti sale a 39 anni e sette mesi.
L’impatto della stretta: sui margini delle banche, sui conti pubblici, sull’economia
L’effetto del rialzo dei tassi risulta invece positivo sui margini delle banche che, sebbene in calo rispetto all’anno d’oro del 2024, sono comunque già ampiamente positivi. Semmai esse temono qualche conseguenza negativa sulla domanda e sulla capacità di famiglie e imprese di ripagare i prestiti.
C’è poi l’effetto del costo per le casse dello Stato. L’aumento dei tassi grava anche sul costo del debito pubblico e sui costi dei finanziamenti del Tesoro. Il costo medio alle emissioni di titoli di Stato, come si legge nel sito del Mef, è nel 2026 al 2,81% contro il 3,4% del 2024 e il 2,75% del 2025. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) l’Italia dovrà finanziare emissioni nette per 173 miliardi nel 2026 sui 528 lordi. Quale sarà il costo maggiore per l’erario dipenderà da diverse variabili, fra cui il tipo e la durata dei titoli che verranno emessi. Ma per ora, nelle previsioni del Documento di finanza pubblica di aprile, il governo aveva già scontato un rialzo dei tassi, già nell’aria dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.
La nuova stretta cade in un momento in cui l’economia europea sta rallentando, il che porta gli economisti a pensare che si vada verso una possibile stagflazione. Per Confesercenti la decisione della Bce rappresenta “un segnale che desta preoccupazione“.”La decisione di aumentare i tassi in una fase di crescita così debole rischia di aggravare le difficoltà dell’economia italiana ed europea” ha detto il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi. “Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi stanno già operando in un contesto caratterizzato da margini ridotti, consumi incerti e costi ancora elevati. Un ulteriore aumento del costo del credito rischia di frenare investimenti e occupazione proprio quando sarebbe invece necessario rafforzare la fiducia e sostenere la domanda interna. Per questo riteniamo indispensabile accompagnare le scelte di politica monetaria con misure capaci di garantire liquidità alle imprese e tutelare il potere d’acquisto delle famiglie”.
