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Le pensioni che oggi sono pari all’81,5% dell’ultima retribuzione scenderanno al 64,8% nel 2060: è ora di aprire gli occhi

Il Rapporto Censis e Confcooperative ci richiama alla realtà ricordandoci come i tassi di sostituzione degli italiani scenderanno. Per tante ragioni. Una corretta indicizzazione dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione in rapporto all’aumento delle aspettative di vita è il minimo che si dovrebbe fare se davvero si hanno a cuore le sorti previdenziali delle nuove generazioni

Le pensioni che oggi sono pari all’81,5% dell’ultima retribuzione scenderanno al 64,8% nel 2060: è ora di aprire gli occhi

L’Italia è un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori. Tutti (o quasi) divengono smemorati quando si parla di pensioni, in quanto si indignano ogni volta che qualcuno ricorda aspetti del sistema pensionistico già noti da decenni e ripetuti più volte da tanti “predicatori nel deserto”.

Nei giorni scorsi un Rapporto curato e presentato dal Censis e Confcooperative ha raccontato agli italiani che i tassi di sostituzione (ovvero il rapporto tra la prima pensione e l’ultima retribuzione) ora (e da anni) a regime (cioè a 67 anni di età e 38 di anzianità) è pari all’81,5%, mentre nel 2060 sarà del 64,8%.

Giovani e generazioni sotto pressione

A questa ferale notizia le solite prefiche sono scoppiate in lacrime di coccodrillo al pensiero del destino di quelle nuove generazioni a cui i nonni e i padri hanno rubato il futuro derubandoli delle merendine fin dalla scuola materna. Per non farsi mancare nulla è riemersa la solfa dei salari bassi, come se fosse questa la principale ragione della decrescita del tasso di sostituzione.

Che questo fosse l’esito non solo era stato previsto, ma predisposto ai tempi della riforma Dini/Treu del 1995, che il Parlamento aveva varato sotto dettatura dei sindacati allora «folgoranti in soglio» e reduci dalla sconfitta del primo governo Berlusconi. Già allora si metteva in evidenza che, per preservare il tasso di sostituzione iniziale (ai requisiti di 60 anni di età e 35 di contributi), sarebbe stato necessario il supporto di un trattamento complementare da assicurare con un versamento di almeno il 10% della retribuzione (di qui la scelta del Tfr come principale fonte di finanziamento, con l’aggiunta dei contributi dei datori e dei lavoratori).

Tasso di sostituzione al pensionamento (pensione iniziale/ultimo reddito)

Lavoratore privato con 60 anni di età e 35 anni di versamenti (%) 2000 2010 2020 2030 2040 2050
Pensione pubblica (obbligatoria)67,367,156,049,648,548,1
Pensione privata0,04,79,414,516,716,7
Totale67,371,865,464,165,264,8

Tutela dei lavoratori “storici” e impatto della riforma Fornero

Anzi, allora si ritenne che dovessero essere tutelati i lavoratori da tempo iscritti al sistema obbligatorio da più di 18 anni, che vennero salvaguardati nel sistema retributivo (poi nel 2012 la riforma Fornero passò anche queste coorti al sistema misto). Il motivo addotto era il seguente: i giovani possono rimediare ricorrendo alla previdenza complementare, mentre gli adulti sono legati per la vita alla previdenza obbligatoria.

Trent’anni dopo ci siamo accorti che la maggior parte degli utenti delle forme di previdenza privata sono i lavoratori maschi, maturi negli anni, occupati in aziende medie e grandi e sindacalizzati. In sostanza, per come è fatto il mercato del lavoro, anche i fondi pensione sono andati in soccorso dei soliti noti.

La tabella che segue dimostra quanti anni erano regalati dal sistema nei diversi regimi di calcolo prima della riforma Fornero.

GestioneVita residua al pensionamento1970-2005 calcolo retributivoDifferenza da vita residua1980-2015 calcolo mistoDifferenza da vita residua
Ministeriali25,314,9-10,416,6-8,7
Enti locali25,315,4-9,917,2-8,1
Dipendenti privati25,317,3-8,019,5-5,8
Artigiani25,35,5-19,811,4-13,9
Commercianti25,35,6-19,711,6-13,7

Disuguaglianze generazionali nella previdenza e nel mercato del lavoro

Per spiegare lo scarto nei tassi di sostituzione non bastano le differenze normative, ovvero l’effetto premiale connesso al calcolo retributivo. Il motivo vero riguarda la differente presenza nel mondo del lavoro dei baby boomers e delle generazioni di oggi e di domani.

I primi appartenevano a coorti numerose (1,1 milioni di nati nel 1964), che entravano presto nel mercato del lavoro per restarci a lungo e in modo continuativo, tanto da potersi presentare all’appuntamento con la pensione ad un’età di decorrenza mediamente inferiore ai 62 anni e usufruire gratuitamente del prolungamento dell’aspettativa di vita. Quanti dei baby boomers sono andati o vanno in pensione, vi rimangono per un arco temporale pari all’80% di quello trascorso al lavoro. E secondo l’Ocse, in Italia la pensione media è più elevata della retribuzione media.

Tutto ciò a carico di generazioni in attività falcidiate nel numero (inadeguato a sostituire chi esce) e caratterizzate da un’occupazione tardiva e interrotta. Quanto alla solfa dei salari bassi, è evidente che esiste una relazione perversa con le pensioni.

Salari, cuneo fiscale e sostenibilità del sistema pensionistico italiano

L’Italia risale la classifica che la vede agli ultimi posti per i salari e si colloca al secondo posto, dopo la Francia, per le dimensioni del cuneo fiscale e contributivo (la differenza tra il costo del lavoro e il salario netto). Le pensioni fanno la loro parte con un’aliquota del 33% (un altro record), a fronte di un’aliquota media del 18% dei Paesi Ocse.

Ci sono altri aspetti della questione salariale che andrebbero elencati: la differenza con gli altri Paesi riguarda le retribuzioni medio-alte, perché da noi solo il 9% supera i 40 mila euro l’anno. È aumentato il reddito familiare, trainato dall’aumento dell’occupazione. Grazie alle misure di carattere fiscale e contributivo e ai trasferimenti, i redditi fino a 35 mila euro hanno recuperato interamente il fiscal drag dovuto all’impennata dell’inflazione determinata, a cavallo tra il 2022 e il 2023, da gravi eventi in successione (pandemia, guerre, crisi energetica) che non erano prevedibili per la loro eccezionalità rispetto a trend consolidati da decenni. I rinnovi contrattuali stanno attuando un recupero lento ma sicuro con incrementi superiori all’inflazione. La diffusione del welfare aziendale non è a costo zero.

Il futuro del sistema e le regole da rispettare

Il rapporto Censis/Confcooperative denuncia che tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di unità, pari a una contrazione del 20,5%. A fronte di questa slavina della popolazione in età di lavoro, vi sarà un esodo delle classi del baby boom, con alcuni milioni di trattamenti pensionistici in più, che porteranno la spesa sul Pil al picco del 17,3% nel 2036, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7% nel 2070, quando sarà interamente applicato il sistema contributivo.

Ma perché questo già poco lusinghiero itinerario non conduca a un salto nel buio, c’è una condizione necessaria, ancorché non sufficiente: la corretta operatività dell’indicizzazione biennale dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione rispetto agli incrementi dell’aspettativa di vita, una norma che le sinistre politiche e sindacali chiedono di abolire, all’unisono con un pezzo della maggioranza di governo (la Lega), e che non vede il resto della maggioranza pronta a difendere ad ogni costo questa regola a garanzia di un disequilibrio sostenibile.

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